Le Regioni italiane e la realizzazione graduale delle Case di comunità: ricapitoliamo insieme la cronistoria.
Quando il Governo italiano si trova alle prese con la scrittura del Piano nazionale di ripresa e resilienza che avrebbe consentito di ricevere, in cinque anni, oltre 194 miliardi di euro tra prestiti e sovvenzioni, lo sforzo fu indirizzato a risollevare l’Italia dalla crisi generata dalla pandemia. Il Pnrr si presenta come lo strumento per la ripartenza ed è articolato in sei gambe, poi diventate sette con l’avvento del programma Repower Eu. Una di quelle sei gambe è la salute. Vale a dire, il sesto pilastro del Piano che, probabilmente, da solo tiene in piedi l’intera strategia, facendola apprezzare agli occhi dell’intera Europa. Il Pnrr italiano nasce innanzitutto per rafforzare la Sanità, per ricucire quel patto tra cittadino e diritto alla salute che un virus terribile aveva minacciato. Il Pnrr si è concluso formalmente il 30 giugno 2026. Negli anni è stato modificato più volte, i finanziamenti sono stati rimodulati e altri ne sono stati affiancati, sono cambiati i Governi, ma lui, il Grande Piano ci ha fatto correre in avanti. Che ne dicano i detrattori.
LA MISSIONE 6 – La Missione 6 del Pnrr riceve l’8% del totale dei fondi. Si tratta di oltre 15 miliardi, di cui 7 sono destinati al rafforzamento della sanità territoriale e più di 8 a innovare il sistema con telemedicina, banche dati digitali e fascicolo sanitario elettronico. Ai soldi del Pnrr si aggiungono nel tempo altri fondi nazionali, regionali e fondi della Politica di coesione.
Per rafforzare la sanità territoriale, la partita si svolge in due tempi. Nel primo, si punta a riorganizzare l’intero sistema di assistenza per renderlo omogeneo e disegnare un nuovo assetto territoriale. A tal fine, a maggio 2022 è approvato il decreto ministeriale 77 che sarà seguito da numerosi decreti attuativi. Il secondo tempo è incentrato sulla sfida di realizzare Case e Ospedali di comunità che, a livello locale, rappresentano presidi sanitari di prossimità e nuove strutture di assistenza.
L’obiettivo della Missione è chiaro: avvicinare la risposta sanitaria al bisogno di cure attraverso strutture fisiche e digitali, in modo che sia più efficiente e accessibile alle persone. Fulcro della Missione è proprio la realizzazione di Case e Ospedali di comunità. Il target, rimodulato nel 2023 per far fronte al rincaro dei prezzi e alle crisi geopolitiche, è fissato in 1.038 Case di comunità e in 307 Ospedali. A realizzare le nuove opere o a rinnovare quelle preesistenti sono le Regioni.
QUANTE CASE DI COMUNITA’ CI SONO OGGI E COSA FANNO – La Missione 6 è stata compiuta. Le case di comunità già attive al 30 giugno 2026 in tutta Italia sono 1.224. Ne sono state realizzate 186 in più rispetto al target minimo previsto di 1.038, grazie allo sforzo congiunto di Regioni e Ministero della Salute. Ma è un numero che potrebbe crescere ancora, dato che la programmazione che le Regioni hanno fissato nei Contratti istituzionali di sviluppo ragiona sul vecchio target di 1.350.
Fatto sta che sul territorio oggi sono disponibili nuovi centri di assistenza che sono distinti tra “hub”, più grandi e capaci di accogliere un bacino fino a 50mila abitanti, e “spoke”, più piccoli e con servizi di base. Tutte le Case di comunità devono comunque erogare alcune prestazioni, tra cui: Le cure primarie, L’assistenza domiciliare, La specialistica ambulatoriale, I servizi infermieristici e di prenotazione, L’integrazione con i servizi sociali.
Le Case di Comunità hub, inoltre, sono aperte h24 sette giorni su sette, hanno una presenza di infermieri almeno per 12 ore al giorno 7 giorni su 7 ed erogano servizi diagnostici di base come ecografie ed ecodoppler, fanno i prelievi del sangue, garantiscono servizi di continuità assistenziale, ospitano consultori e attività rivolte ai minori. In alcune strutture si possono anche eseguire le vaccinazioni e gli screening per la prevenzione, oppure accedere ai programmi per la salute mentale o ai controlli di medicina per lo sport.
SCATOLE VUOTE CHE SI STANNO RIEMPIENDO – Spesso si addita che le Case di Comunità siano delle scatole vuote: esistono i muri ma dentro mancano i servizi. Polemiche a parte, si tratta di una profonda trasformazione dell’organizzazione del sistema salute che, dopo la pandemia, ha riscoperto l’importanza di cure domiciliari, assistenza a una popolazione sempre più anziana, prevenzione e vicinanza alle situazioni di fragilità.
Vale la pena ricordare, poi, che non tutte le Case di Comunità sono nuove strutture. In alcuni casi l’investimento prevede una vera e propria edificazione, con la creazione ex novo di centri territoriali in luoghi che ne erano sprovvisti o in aree interne che non erano raggiunte dall’assistenza territoriale; in altri si procede a ristrutturare, innovare e potenziare punti di accesso ai servizi che esistevano da decenni ma erano bisognosi di interventi. Quest’opera di costruzione e ricostruzione ha rappresentato il primo grande sforzo economico e attuativo. Ora che le case esistono, la sfida è duplice: popolarle di medici, infermieri e personale da un lato, arricchirle di apparecchiature, macchinari e tecnologie, dall’altro.
Il 17 giugno scorso è stata formalizzata l’approvazione dell’atto di indirizzo del nuovo Contratto della medicina generale da parte del Comitato di settore Regioni-Sanità, propedeutico all’accordo firmato da Sisac e dalle organizzazioni sanitarie Fimmg e Fmt. La Conferenza delle Regioni precisa: “Il contratto prevede l’introduzione di un obbligo per i medici di medicina generale fino a 6 ore settimanali per 48 settimane annue nelle Case della Comunità tra le 8:00 e le 20:00, con un turno di almeno 3 ore continuative. Per ciascuna ora di attività nelle Case della Comunità, ai medici è garantito un compenso pari a 38,72 euro, oltre oneri, secondo un principio di tariffazione unica su tutto il territorio nazionale. Per garantire la continuità dell’attività, sarà compito della singola Azienda sanitaria definire il fabbisogno orario della struttura, dopo aver impiegato il personale già assegnato ad attività orarie e consultato il referente dell’AFT (Aggregazione Funzionale Territoriale), ove presente, e quindi distribuire le ore residue tra i medici operanti nel territorio della Casa della Comunità”.
Con l’avallo della Corte dei Conti e l’intesa raggiunta nella successiva riunione della Conferenza Stato-Regioni del 26 giugno scorso, viene così risolto il nodo della presenza dei medici di famiglia all’interno delle nuove strutture. Resta da sciogliere quello relativo alle altre figure specialistiche che man mano andranno ad abitare le nuove Case di comunità. Per medici di famiglia, pediatri, infermieri, assistenti sociali, specialisti e altri operatori, il 28 luglio 2026 Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) emana le linee guida affinché operino tutti in una équipe stabile capace di seguire il cittadino lungo tutto il percorso assistenziale.
MACCHINARI E APPARECCHIATURE PER VISITE ED ESAMI – Per riempire la scatola vuota, dopo aver procurato medici e professionisti, si passa alle forniture mediche. A disposizione c’è una dotazione di oltre 235 milioni di euro che viene assegnata alle Regioni per procurarsi attrezzature e dispositivi che saranno utilizzati dai medici di medicina generale e dai pediatri di libera scelta presenti sia nelle case di comunità “hub” sia in quelle “spoke”, e che dovranno risultare compatibili con la Piattaforma nazionale di telemedicina e i relativi servizi a distanza e con il Fascicolo sanitario elettronico.
Nel disporre le somme, però, il decreto su cui si è espressa l’intesa nella Conferenza Stato-Regioni del 23 luglio scorso ne vincola il 50% all’acquisto di strumenti per gli studi dei medici che si trovano nelle aree interne, nelle zone meno coperte dall’assistenza territoriale come le piccole isole o in quelle più fragili come le periferie urbane. La direzione è sempre quella indicata all’origine: favorire la capillarità dei servizi di prima diagnostica e una maggiore equità di accesso alle cure laddove più lo richiedano la conformazione geografiche e morfologiche del territorio o le caratteristiche demografiche.
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