La minaccia iraniana all’infrastruttura energetica del Golfo dopo la guerra


Nella guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’arma più efficace di Teheran non è stata un arsenale nucleare o un esercito convenzionale, ma la capacità di minacciare il passaggio di petrolio e gas attraverso lo Stretto di Hormuz. Un mese dopo l’inizio del conflitto, le esportazioni saudite di petrolio erano crollate di oltre un terzo, quelle degli Emirati Arabi Uniti di più del 50 per cento, mentre Kuwait e Iraq avevano praticamente interrotto del tutto le proprie. Nello stesso periodo le esportazioni di gas naturale liquefatto del Qatar e degli Emirati erano state azzerate. Oltre agli attacchi riusciti contro petroliere e navi metaniere, bastava la sola minaccia a far crollare i traffici commerciali: le compagnie di navigazione esitavano a esporre i propri equipaggi e le assicurazioni alzavano i premi o rifiutavano di coprire i rischi. Anche se i traffici sono poi ripresi, la percezione del pericolo è rimasta alta.

Mentre il conflitto prosegue a intermittenza, Iraq e monarchie del Golfo si stanno adattando. Arabia Saudita ed Emirati usano già oleodotti per esportare parte del petrolio evitando Hormuz. Sono in corso almeno sette grandi progetti di nuovi o ampliati oleodotti che dovrebbero portare il greggio fino al Mar Rosso, al Golfo di Oman o al Mediterraneo. Secondo Goldman Sachs, questi lavori potrebbero aggiungere quasi 4 milioni di barili al giorno di capacità di esportazione entro la fine del 2027 e oltre 7 milioni entro la fine del 2028. Una volta completati, ridurrebbero l’importanza strategica dello Stretto e quindi la leva coercitiva iraniana. Allo stesso tempo, però, Teheran ha già dimostrato di saper colpire il flusso di petrolio anche in altre zone della regione, sia direttamente sia attraverso i suoi proxy. Le compagnie petrolifere nazionali stanno accettando rischi maggiori, autoassicurandosi, acquistando navi proprie o affidandosi alle garanzie del governo americano.

Dal punto di vista della sicurezza, questi nuovi oleodotti e le altre forme di adattamento presentano vantaggi evidenti: operano più lontano dalle basi iraniane e riducono la dipendenza da un unico collo di bottiglia. Ma creano anche nuovi punti vulnerabili. L’infrastruttura energetica del Golfo è fortemente concentrata: pochi impianti di grande capacità gestiscono milioni di barili al giorno. Un attacco riuscito a uno solo di questi nodi può avere effetti sproporzionati. L’esempio classico resta il raid houthi del 2019 contro l’impianto di Abqaiq in Arabia Saudita, che mise offline più di 5 milioni di barili al giorno per circa tre settimane, togliendo temporaneamente il 5 per cento dell’offerta mondiale di energia. Durante la guerra del 2026, milizie sciite irachene sostenute dall’Iran hanno di nuovo preso di mira Abqaiq con droni, causando interruzioni temporanee della produzione. Colpi iraniani hanno devastato impianti qatarioti e kuwaitiani, mentre gli houthi hanno colpito con successo impianti sauditi sul Mar Rosso. Secondo un’analisi dell’Armed Conflict Location & Event Data, oltre il 70 per cento degli attacchi alle infrastrutture critiche che sono riusciti a penetrare le difese aeree ha prodotto danni effettivi fino ad agosto 2026.

I droni di nuova generazione prodotti dall’Iran sono economici (a partire da circa 10.000 dollari), a lungo raggio e capaci di saturare sistemi di difesa costosi e imperfetti. Dall’Iran occidentale, dal nord dello Yemen o dal sud dell’Iraq possono raggiungere quasi tutto il territorio degli stati del Golfo. Teheran dispone anche di missili e di reti di sabotaggio a terra e in mare, che usano ordigni improvvisati e armi a corto raggio. Gli oleodotti interni e di esportazione, che attraversano centinaia di chilometri di territorio remoto, sono particolarmente difficili da difendere: molti attacchi restano non attribuiti. Le stazioni di pompaggio e i terminali di esportazione sono bersagli privilegiati. Gli impianti upstream (teste di pozzo, impianti di separazione) e midstream (grandi centri di lavorazione) possono richiedere mesi per essere ripristinati, specialmente se si tratta di terminali di gas liquefatto. L’attacco missilistico al terminal Ras Laffan in Qatar a metà 2026 ha messo fuori uso treni ad alta capacità che, secondo le stime, non torneranno operativi prima del 2027.

Non tutti i paesi del Golfo sono ugualmente esposti. L’Iraq è probabilmente il più vulnerabile: economia dipendente dal petrolio, infrastrutture concentrate e invecchiate, controllo statale debole e presenza di numerose milizie autonome. L’Iran esercita una forte influenza politica e militare a Baghdad e può attivare gruppi come Kataib Hezbollah o Asaib Ahl al-Haq. Tuttavia Teheran ha ragioni strategiche per non colpire frontalmente le infrastrutture irachene, che considera un partner di fatto. Arabia Saudita ed Emirati, al contrario, sono considerati nemici. Abu Dhabi ha sostenuto attivamente gli attacchi contro l’Iran e ospitato forze americane; Riad, più discreta, ha comunque appoggiato la campagna ed effettuato rappresaglie contro milizie in Iraq. Entrambi i paesi dispongono di difese aeree migliori e di servizi di intelligence efficaci contro la sovversione iraniana, ma la dispersione delle infrastrutture rende impossibile proteggere tutto. Il Qatar ha cercato di negoziare garanzie con Teheran in cambio di sostegno economico, mentre gli Emirati, secondo alcune ricostruzioni, avrebbero discusso di trasferimenti finanziari per favorire la de-escalation, anche se Abu Dhabi ha smentito.

Le conseguenze di questi attacchi non si limitano ai danni fisici. Le riparazioni sono costose e lunghe; nel frattempo le compagnie devono scegliere se ridurre la produzione, dirottare i flussi o immagazzinare. Nel tempo, i costi e l’incertezza rafforzano la leva di Teheran sugli stati del Golfo e sulle compagnie occidentali. Per gli Stati Uniti e i loro alleati la lezione è chiara: le difese aeree non basteranno mai a intercettare tutto, soprattutto se il rapporto costi-benefici continua a favorire l’aggressore. È necessario migliorare la sorveglianza e la sicurezza fisica dei nodi più vulnerabili e difficili da riparare – teste di pozzo ad alto flusso, impianti di raccolta e separazione, piattaforme, oleodotti – e investire in resilienza: scorte di pezzi di ricambio, capacità di riparazione rapida, capacità produttiva e di trasporto di riserva. I futuri oleodotti e impianti dovranno essere progettati tenendo conto della sicurezza, riducendo i punti di guasto singoli e la vulnerabilità delle localizzazioni remote nel deserto.

Il rapporto del Center for Strategic and International Studies di Daniel Byman e Alden Ness, pubblicato nell’ottobre 2026, descrive così lo scenario che si apre dopo la fase calda del conflitto: non più solo la chiusura di Hormuz, ma una guerra di logoramento a bassa intensità contro le infrastrutture energetiche, condotta con missili, droni e sabotaggi. Una minaccia permanente che, anche se non blocca del tutto le esportazioni, continua a pesare sui mercati e sulla stabilità regionale.


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