di Emanuele Polverelli
“Tempi moderni” oggi incontra l’editore Walter Raffaelli. Esperto di litografia e incisioni, è fondatore dell’editrice omonima. Con sede in centro a Rimini, a pochi passi dal Tempio Malatestiano, è attiva dal 1992 e si distingue per pregevoli pubblicazioni, in particolare nell’ambito della poesia, portando un respiro internazionale nella nostra città.
Con lui vogliamo aggiungere qualche altro elemento, per capire il tempo stiamo vivendo.
Walter, qual è, a tuo avviso, la nota caratteristica di questo tempo? Cosa manca e cosa invece è nostra risorsa?
Il nodo fondamentale è forse in quanto dicevamo poco fa (nell’accomodarci si parlava del degrado delle vie del centro, dovuto a cattivi comportamenti delle persone e delle istituzioni. ndr). Educazione e rispetto sono ciò che maggiormente sembra mancare oggi e non solo per “decoro” o per semplice “civile cortesia”.
In che senso è così rilevante?
Educazione e rispetto ci darebbero una mano per vivere meglio. Noi saremmo la generazione più fortunata nella storia di questo pianeta, se solo ci rendessimo conto di ciò che abbiamo conquistato e ricevuto. Eppure molto spesso ci manca la capacità di esserne consapevoli e rischiamo di perdere il senso vero delle cose e dello stare bene nel mondo. D’altro canto, siamo più che mai circondati da un contrasto che oggi è vera follia: abbiamo molto, ma qualcuno ci fa continuamente pensare a ciò che ci manca come se fosse indispensabile e ne stiamo male. Se stiamo male, malgrado ciò che abbiamo e che prima era impossibile, significa che non ne possediamo il senso.
È una situazione irreversibile?
No, non lo credo affatto. Ad esempio, nel mio ambito sembra che il futuro prospetti solo una terra desolata… Eppure, penso che proprio in questa “terra desolata” si troverà il seme da cui far nascere la novità del nostro lavoro (e del nostro futuro). Non potremo mai fare a meno del libro, così come, soprattutto in Italia, non potremo mai fare a meno della cultura e della nostra tradizione. Si tratterà di scoprire come possano rinascere in forme sane e nuove, e questo, come sempre, sarà possibile nei momenti di grande difficoltà, di maggior bisogno e urgenza.
Approfondiamo cosa intendi con “senso”?
Parlo del “senso” come di quel “qualcosa” che ci fa star bene al mondo e che non è certo il cellulare più recente o il computer più potente. Sia chiaro, credo che questi siano mezzi meravigliosi e che l’intelligenza artificiale sia un grande strumento, così come lo è stato il computer che abbiamo visto nascere e diventare indispensabile per ogni lavoro. Ma ancora una volta credo che il problema sia semplicemente in quell’educazione che consente di usare quei mezzi per quel che sono.
Il senso è ciò che ti fa stare bene, dici. Dunque è l’essenziale?
Chiamiamolo pure con un altro vero nome: è il “sacro”.
Il sacro oggi sembra assente.
No, per fortuna il sacro c’è, eccome! Sacro è semplicemente ciò che non ha prezzo, che non è in vendita. È vero che stiamo forse sprecando molto di ciò che la nostra antica storia aveva indicato come elemento centrale della vita, ma è sicuramente una dimensione che ognuno di noi ha dentro e che non può togliersi di dosso come un vestito logoro.
Anche se oggi sembra aver vinto la parte che amo di meno, quella che ha trasformato in merce ogni cosa, nei prossimi decenni sono sicuro che ci sarà una trasformazione. Per questo ho fiducia nelle nuove generazioni. Qualcosa deve accadere. Lo sapranno fare. Non siamo nati per sostare troppo a lungo nel disagio e nel malessere. I giovani migliori, per loro natura, sapranno stupirci e non adeguarsi a noi. Noi che, a questo punto, dovremmo solo evitare di indicare loro quella strada che non abbiamo saputo individuare.
Una rivoluzione?
No, non credo. Si tratta solo di costruire: di cominciare a costruire. È un agire, perché la vita è azione. Più che mai oggi, e soprattutto per i rischi che comporta l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di recuperare il sacro. Il sacro è ciò che può tenere a bada l’AI.
In questa situazione Rimini ha un ruolo originale? Ha da dire, da offrire un contributo suo proprio?
Non ho dubbi che Rimini possa rappresentare una grande risorsa, ma pare che non se ne renda conto. Io ho sposato Rimini trentaquattro anni fa, provenendo da Pesaro e da Urbino, e qui ho fondato una Casa editrice a due passi dal Tempio malatestiano. Rimini nella Storia è stata un luogo di rinascita, e ancor oggi potrebbe giocare un ruolo significativo se solo volesse maggiormente far conoscere il suo tesoro, se solo ne fosse ancor più consapevole.
Una cultura, quella presente a Rimini, cuore dell’Europa e punto di rinascita?
Certamente. Ed è la Storia che lo dice.
Facciamo qualche esempio di questa centralità di Rimini?
L’Arco e il Ponte romani, nonostante l’ultima guerra, sono qui. La chiesa di sant’Agostino ancora conserva un capitolo intero della Storia dell’Arte del Trecento. L’opera più affascinante del Bellini è al Museo della città, anche se troppo spesso la prestiamo a mostre in giro per il mondo proprio in estate quando i turisti potrebbero fruirne.
Il Tempio malatestiano dell’Alberti raccoglie, per volere di Sigismondo, i resti di Gemisto Pletone, il filosofo umanista che considerava Cristo come compimento del sapere, in cui tutta la cultura classica si riconciliava e si esaltava. Concetto oggi interessantissimo, in tempi di ricerca di identità dell’Occidente. Pletone è il principe di quell’Umanesimo che diventerà Rinascimento, ed è sepolto qui non a caso. Adrian Stokes, nel suo Stones of Rimini, indica come “pietre vive” dell’Umanesimo quelle di Urbino, Rimini e Venezia. Addirittura omette Firenze, ma indica Rimini come centro sorgivo della cultura nascente che ha poi illuminato l’Europa.
Pensiamo poi agli “strumenti del chirurgo” e alla sua casa romana in Rimini. La romanità era oggetto del Gran Tour dei nobili colti dell’età passata che non ebbero però la fortuna che abbiamo noi oggi di poterli ammirare.
Infine le donne dei Malatesta, Francesca e Parisina su tutte: amore e trasgressione, onore e gioia, delitto e castigo. E quanto ci sarebbe ancora da dire.
Ultima domanda. Nel lavoro che fai, e che un po’ abbiamo percepito nel nostro dialogo, un dialogo che tuttavia non esaurisce questo luogo denso di libri e di cultura nel cuore della città (l’intervista si è svolta nella sede di Raffaelli editore ndr), che contributo senti di dare a questo tempo e alle suggestioni che prima ci hai descritto?
Solo il fare ciò che faccio mi basta. Come dicevo, non possiamo non agire. Agire in una direzione spesso molto diversa da quel pressapochismo che si respira attorno. Ma devo dire che, soprattutto quando sono all’estero, anche solo per il fatto che provengo da Rimini, vengo guardato con ammirazione. E questo mi conforta. Raffaelli editore è qui, a Rimini, da quasi 35 anni e mi chiedo che debba farne ora di questa realtà. Siamo qui a portare un respiro internazionale e a convincere i riminesi della centralità di questa terra nel mondo. Chissà se qualcuno lo comprenderà prima o poi!
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