Guerra Roma-Praga contro le quote da pagare per emettere


Nell’Europa spaccata sul sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO2 (Ets), la premier Giorgia Meloni – dopo aver provato invano a sospenderlo – ha annunciato l’asse Roma-Praga, tradotto in un documento già ricevuto dalla Commissione Ue. “Con il primo ministro, Andrej Babis – ha detto nei giorni scorsi – abbiamo lavorato a un pacchetto di proposte comuni” da portare al Consiglio europeo previsto per metà ottobre. Secondo la premier si tratterebbe di “proposte concrete, attuabili, di buon senso” che i due leader intendono condividere “con gli altri colleghi” sperando di costruire “convergenze ampie”. Un obiettivo prioritario per il governo italiano, dato che in patria a chiedere la sospensione dell’Emissions Trading System, sono stati – tra gli altri – l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi (“ha distrutto diverse tipologie di settori, deve essere bloccato”), il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini (“è stata fatta una schifezza”) e Federacciai. La lista è lunga e, a pioggia, ci sono anche le pressioni politiche. Ma se l’asse Roma-Praga non è una novità, lo scoglio dell’Esecutivo Meloni è rappresentato da altri Paesi, come mostrano gli ultimi sette mesi di tira e molla. Perché la discussione attorno all’Ets ha creato una netta spaccatura tra i Paesi membri. Da un lato quelli, come l’Italia e la Repubblica Ceca, che chiedono di allentare le regole, posticipare i target o sospendere il sistema per proteggere soprattutto alcuni settori industriali che, di fatto, sono rimasti legati a tecnologie inquinanti. Dall’altro, i Paesi dove le industrie si sono riconvertite, come Spagna, Danimarca, Svezia e Finlandia e che ora difendono il meccanismo che ha ridotto i gas serra del 50% rispetto al 2005. Al centro, Paesi come Germania e Francia che, pur ricevendo pressioni dalle rispettive industrie e chiedendo maggiore flessibilità, non sposano la linea di totale rottura o di richiesta di sospensione, come invece ha fatto l’Italia.

Meloni e Babis pronti a presentare le loro proposte al Consiglio europeo

Nel documento si chiedono, ora, misure temporanee per ridurre l’impatto dei costi del sistema Ets sui prezzi dell’energia, più flessibilità nell’assegnazione delle quote gratuite ai settori energivori, dall’acciaio alla ceramica e al cemento e di rinviare l’entrata in vigore di Ets 2. Italia e Repubblica Ceca vogliono ridiscutere la partenza nel 2028 del nuovo sistema per trasporto stradale ed edifici. Sul tavolo, anche l’idea di utilizzare la Riserva di stabilità del mercato (Leggi l’approfondimento) per frenare le tensioni sul prezzo della Co2.

I due fronti europei sull’Ets. Sette mesi di tira e molla

Tutte opzioni che fanno parte di un braccio di ferro che va avanti da mesi. A marzo scorso l’Italia ha presentato formalmente a Bruxelles la richiesta di una sospensione totale e temporanea dell’Ets. Immediata la reazione contraria di Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo. Questi governi considerano l’Ets la “pietra angolare” della decarbonizzazione e sostengono che la revisione debba rafforzare il mercato della Co2, trovando strumenti a prova di speculazione finanziaria. Le loro industrie nazionali hanno molto investito nelle rinnovabili e nell’elettrificazione e, ad oggi, una sospensione delle regole penalizzerebbe le aziende che si sono mosse per prime. Alcune hanno affrontato e stanno ancora provando a superare diversi ostacoli. A metà luglio, poi, una coalizione guidata da Italia e Polonia, ha depositato una dichiarazione congiunta d’emergenza, chiedendo di modificare i parametri per calcolare le quote gratuite e riconsiderare l’impatto sociale dell’Ets2. A firmare anche Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Romania. Ma c’è anche l’Austria nel blocco dei Paesi con un forte settore manifatturiero ed energivoro, preoccupati che l’aumento dei costi dell’anidride carbonica metta a rischio la competitività delle imprese. Chiedono di modificare sostanzialmente o sospendere l’Ets. In una posizione ancora diversa si trovano Germania e Francia. In questi mesi, pur chiedendo correzioni per contenere i picchi dei costi energetici, Berlin e Parigi non hanno affiancato a livello politico l’Italia. A livello industriale, però, la situazione è diversa.

La pressione delle industrie Ue

Tanto che Bdi, Confindustria e Medef, le associazioni delle industrie di Germania, Italia e Francia, hanno firmato una lettera, per la prima volta insieme, a luglio 2026. E hanno chiesto alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, una profonda revisione del meccanismo Ets. Nei settori industriali ‘Hard-to-Abate’ tradizionali, come siderurgia a carbone, chimica, cemento e ceramica, molti impianti pesanti – in Paesi come Italia, Polonia e Repubblica Ceca – sono rimasti legati a tecnologie tradizionali. Con la progressiva riduzione delle quote gratuite di emissione, l’associazione dei produttori di acciaio Eurofer ha stimato un balzo dei costi legati alle emissioni per il settore da 3,4 miliardi di euro a ben 8,2 miliardi di euro nel 2031. Alla fine, sotto le pressioni industriali, il 16 settembre scorso, il Consiglio dell’Unione europea ha definito la propria posizione negoziale sulla revisione del sistema Ets, concedendo ulteriori 121 milioni di quote di Co2 gratuite nel periodo 2026-2030. Meloni, però, ha ribadito la sua posizioni nelle ultime ore, in videocollegamento alla seconda edizione di ‘Oltre le Radici’, l’evento annuale de Il Gazzettino: “È stato deciso dal Consiglio europeo che debba essere rivisto. Però, dopo che noi ne abbiamo discusso per mesi ci ritroviamo con una proposta di revisione che secondo me è totalmente insufficiente e non ce lo possiamo più permettere”.

L’Italia e il caso di Arvedi

Per inciso, in Italia ci sono aziende siderurgiche impegnate nella produzione di acciaio a bassissime emissioni nette, sfruttando forni elettrici ad arco, il riciclo di rottami (dove l’Italia è leader) e fonti rinnovabili, ma in generale si tratta di linee, come nel caso di ‘Lumen’ di Acciaierie Venete. Un caso particolare è quello del gruppo Arvedi, che utilizza principalmente rottame ferroso riciclato. Con l’utilizzo dei forni elettrici e una tecnologia brevettata che consuma il 45% di energia in meno rispetto alla laminazione standard, Arvedi ha abbattuto drasticamente la sua intensità di carbonio a circa 100-133 chilogrammi di CO₂ per tonnellata di acciaio, ma le emissioni effettive degli impianti del gruppo superano le quote gratuite dell’età, costringendo la società a coprire il differenziale.

Le industrie che hanno investito

La spaccatura politica ed economica tra i blocchi di nazioni riflette i differenti mix energetici nazionali, ma anche la diversa velocità che i Paesi stanno dando alla propria transizione e agli investimenti tecnologici. Tra le aziende scandinave alcuni degli esempi più significativi. In Danimarca, c’è il caso della Ørsted. Fino al 2017 si chiamava Dong (Danish oil and natural gas) ed era una delle aziende più inquinanti d’Europa, fortemente dipendente dal carbone e dal gas. Poi, con il nome scelto in onore del fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted, che scoprì l’elettromagnetismo, ha convertito le proprie reti, capitalizzando su idrogeno, eolico e tecnologie di cattura di anidride carbonica. Altra storia è quella di Stegra (precedentemente H2 Green Steel), start-up industriale svedese fondata nel 2020 con l’obiettivo di produrre acciaio a zero emissioni o a bassissimo impatto ambientale, riducendo le emissioni di anidride carbonica fino al 95% rispetto ai metodi tradizionali con altiforni a carbone. Dopo rallentamenti dovuti alla ricerca di capitali e alle complessità tecniche, a giugno 2026 l’azienda ha ottenuto un finanziamento da 1,4 miliardi di euro (guidato da Wallenberg Investments), riprendendo la costruzione del primo impianto su larga scala per la produzione di acciaio a basse emissioni a Boden, nel Nord della Svezia. L’avvio delle prime fasi operative e produttive è previsto nel corso del 2026. Lo stabilimento integrerà la produzione di idrogeno verde e ferro verde.

I rischi se si molla sull’Ets

Non sono mancati ostacoli neppure al progetto Hybrit di Ssab, sempre in Svezia. Sviluppato insieme a Lkab e Vattenfall è l’iniziativa di ricerca che ha ideato la tecnologia per produrre ferro tramite idrogeno verde anziché carbone. A Oxelösund, due storici altiforni sono stati smantellati per essere sostituiti da un forno elettrico ad arco alimentato direttamente da ferro preridotto tramite idrogeno verde (ottenuto da elettricità fossile-free). Inizialmente il debutto commerciale era previsto entro la fine del 2026, ma l’avvio della produzione è stato posticipato al secondo trimestre del 2027. Ma c’è un problema: l’idrogeno verde è ancora troppo costoso rispetto a quello grigio (da fonti fossili). Hybrit ha persino sviluppato un sistema di stoccaggio dell’idrogeno in caverne sotterranee, così da produrne solo quando l’elettricità sulla rete costa meno, per poi immagazzinarlo e usarlo in modo continuo. Ma non basta. Ergo: l’acciaio a base di idrogeno verde diventa competitivo solo se quello tradizionale viene fortemente tassato. Significa che più l’Ets rende caro emettere Co2, più l’investimento di Ssab nell’idrogeno diventa economicamente sostenibile. E questo ha spinto diversi produttori di acciaio green a chiedere formalmente all’Ue di non indebolire l’Ets. Tra questi Ssab, Stegra e anche la finlandese Outokumpu. Nata come società mineraria e metallurgica, l’azienda ha compiuto una profonda transizione strategica focalizzandosi sull’acciaio inossidabile a basso impatto ambientale.

Chi prima arriva, vuole raccogliere il vantaggio competitivo

Emblematico il paragone tra la svedese Ssab e la tedesca Thyssenkrupp e il suo piano (quello originale) che prevedeva la sostituzione dei tradizionali altiforni a carbone, presso lo stabilimento di Duisburg, con un impianto a riduzione diretta alimentato a idrogeno pulito. Un investimento da 3 miliardi di euro. Il problema della riconversione di Thyssenkrupp, non è solo legato ai costi dell’idrogeno verde. La Germania sconta prezzi dell’elettricità tra i più alti d’Europa e la carenza delle infrastrutture necessarie per trasportarlo. E i sussidi ricevuti erano vincolati all’uso esclusivo di idrogeno fin dall’inizio. Thyssenkrupp ha dovuto trattare con Bruxelles e il governo tedesco, chiedendo di poter avviare l’impianto provvisoriamente a gas naturale e posticipare l’uso dell’idrogeno. Ssab, invece, ha una serie di vantaggi: operando in un’area ricca di energia idroelettrica ed eolica a basso costo, può produrre l’idrogeno necessario a prezzi altamente competitivi. Morale: mentre l’azienda tedesca chiede il congelamento dell’Ets, Ssab è favorevole al mantenimento di un sistema severo, perché se il prezzo delle quote di emissioni resta alto e quelle gratuite verranno eliminate, l’acciaio tradizionale dei colossi storici diventerà troppo costoso a causa delle penali sull’anidride carbonica, mentre quello verde di Ssab, sarà più competitivo rispetto ai concorrenti che si sono mossi in ritardo.

Il caso della Spagna

Discorso a parte merita la Spagna dove, secondo il rapporto “Il ritorno dell’industria: strategie di reindustrializzazione in Europa e negli Stati Uniti” redatto dal Capgemini Research Institute, il 76% delle aziende ha una strategia di reindustrializzazione attiva e funzionante. Il Paese ha completato chiusura e smantellamento delle sue principali centrali a carbone. Attraverso il Just Transition Programme 2021-2027, le aree ex minerarie e industriali come Asturias, León e Andalusia sono state riconvertite. Dove prima c’erano siti fossili vetusti oggi ci sono impianti di stoccaggio energetico, idrogeno verde ed eolico offshore. E Madrid ha un vantaggio competitivo nella produzione di idrogeno verde grazie alla forte disponibilità di energia rinnovabile a basso costo e a una massiccia strategia di investimenti pubblici e infrastrutturali. I settori hard-to-abate (come cemento e acciaio) sono al centro di imponenti programmi di riconversione tecnologica e, nel 2026, il Ministero dell’Industria ha stanziato 518 milioni di euro in sovvenzioni per la decarbonizzazione dei processi. Il governo spagnolo ha lanciato diversi piani, da un un pacchetto di incentivi da 2 miliardi di euro fino al 2028 a un programma di elettrificazione delle reti da 13,59 miliardi entro il 2030, con l’obiettivo di creare una filiera manifatturiera interna per le tecnologie pulite.


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