Dalla crisi della carta alla riscossa del web: come i quotidiani tradizionali stanno riconquistando il centro dell’infosfera.
Il digitale doveva decretare la fine dell’informazione tradizionale, a partire dai quotidiani cartacei. Sono però innumerevoli i tentativi di predire la data dell’ultima copia stampata che sono stati smentiti dai fatti. Però è ancora più vera la dimostrazione tangibile di come la rivoluzione digitale abbia impattato l’ecosistema mediatico, travolgendolo e stravolgendolo.
Un tema che è stato oggetto di studi, tesi di laurea, progetti di consulenza ma soprattutto rompicapo per chi, come gli industriali del settore, pensavano di aver a che fare con la merce più deperibile che esista (la notizia, la cui originalità si può misurare ormai in minuti) e invece si trovano – quotidianamente, è proprio il caso di dire – a che fare con la volatilità dell’attenzione dei lettori (la cui focalizzazione si misura ormai in manciate di secondi).
Però. C’è un però che sta diventando sempre più importante ed evidente. E forse è il segno (magari al momento inconsapevole e comunque non sufficiente a far risollevare conti e bilanci) della resilienza degli editori tradizionali. Ovvero, le edizioni digitali delle testate cartacee, sfruttando le nuove abitudini (compulsioni) dei lettori, stanno vivendo una nuova fase di importanza, riuscendo a conquistare un posto al sole, nonostante la ‘crisi del traffico web’ dovuta all’insorgere dei modelli consumer di AI e nonostante appunto la ridottissima capacità di attenzione del lettore digitale.
Andiamo con ordine. Prima premessa: il digitale ha radicalmente cambiato le abitudini di tutti, persone, aziende, istituzioni; il digitale ha rivoluzionato l’industria editoriale, consentendo la moltiplicazione delle fonti d’informazione; l’intelligenza artificiale sta moltiplicando le notizie disponibili semplicemente abbattendo le barriere linguistiche.
Il risultato è l’infosfera (o infobesità) in cui ci muoviamo, con diverse conseguenze: attenzione iperframmentata, compulsività di consultazione e necessità di essere culturalmente più preparati che in passato, se si vuole avere la speranza di comprendere quel che il digitale ci mostra, scritto o video che sia.
Seconda premessa. Non è mai bello parlare di sé, ma in questo contesto è necessario. Da giornalista prestato (e mai restituito, evidentemente il giornalismo può fare a meno di me) alla tecnologia mi occupo di News Intelligence (la ‘dottrina’ che aiuta a estrarre significati e valori da grandi moli di informazioni) in Volocom (azienda leader nel media monitoring in Italia e Europa, servendo grandi istituzioni e grandi corporation). Sommando le due premesse, ovvero lo scenario e la finestra privilegiata di osservazione, si arriva all’individuazione del fenomeno.
Con lo sbarco del programmatico, ovvero la possibilità di associare a un lettore profilato la campagna pubblicitaria più adatta, cogliendo il lettore in un momento qualunque del suo vagabondare digitale, sembrava che i grandi marchi dell’editoria stessero subendo il colpo finale: copie cartacee in diminuzione costante e ricavi adv migranti verso testate native digitali. Invece, sono bastati pochi anni, e la tendenza si è invertita e pare resistere anche alla crisi di Google, assediato dai modelli di AI capaci di dare risposte dirette ai naviganti, con la conseguenza di vedere ridottissimi i clic sui link editoriali.
Cosa è accaduto? È accaduto che nel caos dell’infosfera, mentre giovani e meno giovani sembrano tendere sempre più ad aggiornarsi sui social e piattaforme di instant messaging in una sorta di condivisione peer to peer dell’informazione (con tutti i rischi che il messaggino whatsapp del cugino o del collega punti a una bufala…), gli editori tradizionali hanno saltato il fosso. E hanno stabilito che l’edizione digitale è più importante dell’edizione cartacea. Il sito web della testata è lavorato minuto per minuto, sempre aggiornato e rinnovato, mentre l’edizione stampata è una sorta di ‘best of’ della giornata e al momento in cui si vuole immortalare la summa del giorno si preme una sorta di pulsante ‘print’ e si ottiene il quotidiano. Detto così è molto semplicistico, ma non siamo troppo lontani dalla verità.
Basta guardare degli esempi pratici per alcuni giorni e ce ne si può rendere conto. Il New York Times ospita sul cartaceo vari editoriali e/o interventi di personalità. Dalle 10 del mattino sono disponibili on line, in parallelo all’evolversi della cronaca della giornata. Il Corriere della Sera dalla metà del pomeriggio inizia a pubblicare sul sito buona parte dei contenuti economici, politici e di cronaca che l’indomani troveremo nell’edizione cartacea.
In Italia, Repubblica è stata la prima grande organizzazione editoriale a mettere questi principi per scritto in un ordine di servizio, con anche gli inviati che dovevano mettersi al servizio del sito web. Oggi non c’è quotidiano che, in possesso di uno scoop o di un’intervista esclusiva, non la pubblichi direttamente sul sito web anticipando la propria edizione cartacea. Siamo arrivati al punto che seguire la giornata sul sito di un quotidiano web equivale a consultare una fonte primaria di informazione in tempo reale. Tanto che i grandi uffici stampa delle istituzioni e delle grandi aziende si stanno tutti dotando di strumenti (Volocom è tra questi) che consentono appunto di seguire minuto per minuto le pubblicazioni digitali delle grandi testate. Che a questo punto stanno sfidando, senza renderlo troppo manifesto, il ruolo che storicamente è stato appannaggio delle agenzie di stampa.
E lo stanno facendo contando sul lignaggio della propria testata e con due vantaggi importanti. I take di agenzia di stampa, da sempre, sono destrutturati al massimo a vantaggio della velocità di diffusione. Oggi, però, la diffusione è digitale per tutte le realtà editoriali, quindi i tempi di pubblicazione sono identici. Ma la notizia di una testata web ha anche il corredo di un’immagine (spesso un video) e una espressa gerarchia per l’importanza, derivabile dal posizionamento in pagina. Due aspetti che un’agenzia di stampa non può mettere a disposizione del lettore comune. Così, oggi, la consultazione di corriere.it, repubblica.it o Dagospia viaggia parallela sugli stessi schermi in cui si seguono, si cercano e si dotano di alert i flussi di Ansa e Adnkronos.
Non è il mondo al contrario, il digitale ci ha abituato che i cambiamenti arrivano a fasi, che nascono si sviluppano e poi vengono superate da nuove abitudini. Intanto, però, le testate digitali si godono la fase di revamping. Che poi questo basti a mettere in ordine i conti aziendali è un’altra storia.
* Federico Luperi è Direttore News Intelligence Volocom
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di settembre 2026 (numero 7, anno 9)
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