SententIA, la giustizia tributaria impara a leggersi da sola


di Edoardo Ferragina – Il 9 giugno 2026, al Forum PA, il Dipartimento della giustizia tributaria ha presentato SententIA, il sistema di intelligenza artificiale integrato nella banca dati della giurisprudenza tributaria di merito. Il servizio genera automaticamente il sommario di ogni sentenza in archivio. Chi effettua una ricerca ottiene il testo nativo digitale del provvedimento e, accanto, una sintesi strutturata in fatto, motivazioni, decisione e riferimenti citati. I sommari, avverte il Dipartimento, restano aderenti al testo depositato dal giudice.

Il passaggio cambia la natura della banca dati che non è più solo un archivio in cui cercare parole e riferimenti, ma uno strumento che prova a restituire il significato giuridico dei provvedimenti. La piattaforma, aperta al pubblico il 27 giugno 2024 con 329.316 sentenze, oggi raccoglie quasi un milione di pronunce.

Riassumere è già scegliere

Un sistema che sintetizza una sentenza non si limita ad accorciare un documento. Decide, secondo modelli predeterminati, quali informazioni siano rilevanti e quali possano essere omesse. La differenza non è marginale, dal momento che una sentenza tributaria anche in un’argomentazione apparentemente secondaria può contenere il passaggio decisivo del ragionamento, e un precedente può rilevare non solo per il principio affermato, ma per i fatti ai quali quel principio è stato applicato.

La sperimentazione condotta prima del rilascio lo aveva già segnalato. La sintesi generata riesce a cogliere il principio anche quando è disperso in motivazioni prolisse, ma espone all’allucinazione e all’omissione dei passaggi giudicati secondari. La regola operativa resta quindi una sola, il sommario deve accelerare l’accesso alla fonte, non sostituirla.

Il problema sta nei dati

Una banca dati incompleta o squilibrata produce elaborazioni altrettanto squilibrate, secondo il noto effetto garbage in, garbage out. Il rilievo non è teorico, in quanto, secondo un’analisi pubblicata su una rivista specializzata, per il solo 2022 mancherebbe quasi il trenta per cento delle sentenze depositate, con punte oltre il cinquanta per cento proprio nelle Corti che trattano il contenzioso di maggior valore.

Il problema non riguarda però soltanto la quantità, ma il modo in cui i provvedimenti vengono indicizzati, collegati e restituiti. Una ricerca semantica può individuare una sentenza che usa parole diverse da quelle digitate, ma può anche attribuire a un orientamento un peso maggiore rispetto a un altro. La neutralità non dipende dall’interfaccia che l’utente vede, ma dall’architettura che le sta dietro. Per questo il contraddittorio andrebbe garantito già quando lo strumento viene progettato, secondo un approccio di control by design, e non soltanto nel processo in cui i suoi risultati saranno usati.

Quando la ricerca diventa profilazione

C’è poi una questione più delicata. La banca dati riporta i nomi dei componenti del collegio e l’incrocio fra quei nomi e gli orientamenti espressi consente di individuare ricorrenze e frequenze decisionali, quindi di tentare di prevedere il comportamento del singolo giudicante.

La Francia ha affrontato il problema con la legge n. 2019-222 che vieta il riutilizzo dei dati identificativi dei magistrati quando abbia per oggetto o per effetto la valutazione, l’analisi, il confronto o la previsione delle loro pratiche professionali reali o presunte. La ratio è impedire che la conoscenza massiva delle decisioni si trasformi in pressione o in scelta strategica del giudice. In Italia un presidio analogo non esiste e alla profilazione si accompagna la tentazione della standardizzazione, cioè della decisione suggerita da una correlazione statistica anziché da un percorso argomentativo.

Che cosa è già stato risolto

Parte di queste preoccupazioni ha trovato risposta nel regolamento (UE) 2024/1689 che classifica come ad alto rischio i sistemi destinati ad assistere l’autorità giudiziaria nella ricerca e nell’interpretazione dei fatti e del diritto, e ne impone una trasparenza sufficiente a consentirne l’interpretazione. La legge 23 settembre 2025, n. 132 ha poi fissato una riserva di giurisdizione umana prevedendo, all’articolo 15, la riserva al magistrato di ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti. 

Anche sul piano tecnico qualcosa si è mosso. SententIA lavora solo sui documenti della banca dati, senza attingere a fonti esterne, e l’utente autenticato può segnalare le incongruenze dei sommari. La piattaforma consente inoltre di verificare la presenza dell’appello o del ricorso per cassazione e della relativa pronuncia, e di consultare la massima ove redatta dall’Ufficio del massimario nazionale. È il superamento, almeno parziale, della separazione fra merito e legittimità che costringeva a due ricerche distinte.

Il banco di prova sarà la ricerca conversazionale

Lo sviluppo annunciato punta sull’interrogazione in linguaggio naturale, con selezione mirata delle pronunce e dei principi rilevanti. Si tratta della funzione più promettente e più insidiosa. A differenza di una ricerca tradizionale, che restituisce documenti secondo criteri conoscibili, la ricerca conversazionale interpreta la domanda, decide che cosa è pertinente e ordina i risultati, concorrendo a determinare quali precedenti verranno effettivamente letti. Se l’utente non può ricostruire da quali sentenze deriva la risposta e che cosa è stato escluso, lo strumento smette di essere un motore di ricerca e diventa un’autorità intermedia sulla conoscenza giuridica. Un algoritmo non deve diventare un oracolo, tanto meno un oracolo con il timbro dello Stato.

Restano allora due condizioni irrinunciabili: la completezza del patrimonio documentale e una formazione che non insegni ad azionare lo strumento ma a valutarne criticamente dati, modelli e limiti.

La prevedibilità degli orientamenti è un valore, perché rende consapevole la scelta di agire in giudizio e favorisce le conciliazioni, ma non può significare predeterminazione. La giurisprudenza non è una sequenza di percentuali e il giudice non è una variabile statistica. L’intelligenza artificiale può restituire al difensore e al magistrato il tempo speso nello spoglio dei precedenti, e può ridurre le asimmetrie che hanno a lungo segnato il processo tributario. Il giudizio no, quello resta un atto personale, autonomo e responsabilmente motivato.


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