Diritti LGBTQIA+ a Ventotene


Non è un caso che la discussione si sia accesa proprio a Ventotene, in quei luoghi dove Ernesto Rossi, Altiero Spinelli e Eugenio Colorni, mentre l’Europa sprofondava nel baratro del nazifascismo, immaginarono un continente libero e unito quando attorno c’erano solo sbarre, confino e orrore. All’interno della appena terminata 2ª Conferenza europea di Ventotene per la libertà e la democrazia voluta dalla Vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno, il panel ha provato a squarciare alcuni veli di ipocrisia. Moderato da una brillantissima Chiara Squarcione, l’incontro si è tenuto lontano dalle solite liturgie militanti compiacenti e nel ricordo delle battaglie di Emma Bonino.

Le derive interne: trans-patriarcato e trappole woke

Il confronto ha acceso fin da subito i riflettori sulle fratture del movimento, grazie agli interventi di Anna Paola Concia e Imma Battaglia, due figure storiche dell’attivismo che hanno scelto di non nascondere la polvere sotto il tappeto.

Collegata dall’aeroporto, Concia ha aperto le danze mettendo a nudo il passaggio epocale che ha deviato la rotta delle battaglie civili: la transizione dall’universalismo dei diritti — l’eredità di Martin Luther King, per cui a prescindere dal colore della pelle, dal sesso o dall’orientamento ogni individuo deve godere di una piena cittadinanza — alla frammentazione delle politiche identitarie. Richiamando esplicitamente il saggio di Yascha Mounk, La trappola identitaria, Concia ha spiegato come l’estremismo della cultura woke abbia smembrato le piattaforme comuni, producendo un dogmatismo violento e intollerante che finisce per alimentare una reazione ugualmente estrema da parte delle destre mondiali. Il risultato è la distruzione della coesione sociale e l’interruzione del dialogo con l’area liberale e moderata, indispensabile per costruire maggioranze sui diritti civili. Il compito oggi, ha ribadito con forza, è ritrovare il coraggio dell’universalismo e rimettere ordine nelle battaglie comuni.

Una presa di posizione a cui ha fatto eco l’intervento di Imma Battaglia. L’attivista ha puntato il dito contro quello che ha definito “trans-patriarcato”, mettendo a nudo la crisi di visibilità del movimento lesbico e rivendicando la necessità di non cancellare la dimensione del femminismo storico e il valore della parola pronunciata nei corpi e nelle piazze reali, contro i tribunali virtuali dei social network. Ripercorrendo la storia dell’attivismo dagli anni bui dell’AIDS e dal primo World Pride del 2000 fino alla successiva e sbagliata istituzionalizzazione della lotta, Battaglia ha denunciato l’impoverimento del dibattito, passato dai corpi, dai luoghi fisici e dalle assemblee a uno scontro virtuale e autoritario sui social network, piegato ad algoritmi che mirano unicamente alla polarizzazione e allo scontro. Ma è sul terreno del genere che l’attivista ha sferrato l’attacco più duro: ha denunciato senza perifrasi come la componente lesbica sia stata resa del tutto invisibile e silenziata, vittima di un conformismo che punisce chiunque esprima dubbi critici verso il transfemminismo dominante con una vera e propria «crocifissione» pubblica. Citando a sua volta Susan Neiman e il principio per cui la sinistra non è woke, la sinistra è universalismo per il raggiungimento di risultati per tutti e non per pochi, Battaglia ha invocato la necessità di dare un nome preciso a ciò che sta accadendo: non una naturale evoluzione femminista, ma un «trans-patriarcato», ossia l’ennesima declinazione di un modello autoritario, omogeneo e misogino che colpisce le donne, il femminismo storico e le lesbiche.

La bussola smarrita e il “fascismo degli antifascisti”

A toccare i nervi più scoperti della comunità è stato l’intervento di Antonello Sannino, che ha allargato lo sguardo a partire proprio dalla data simbolo dell’11 settembre: a un quarto di secolo dal 2001, è crollata definitivamente l’illusione fukuyamana della “fine della storia” e del progresso lineare e irreversibile. I regimi e i governi illiberali, da Putin ai fondamentalismi religiosi, fino alle “zone libere da LGBT” nel cuore dell’Europa o alle politiche liberticide dell’amministrazione Trump, hanno fatto dei corpi e delle vite LGBTQIA+ il primo bersaglio per colpire le democrazie.

Tuttavia, la denuncia più aspra di Sannino ha riguardato il germe dell’intolleranza che si è annidato all’interno dello stesso movimento. Ricordando la sua esperienza a Tel Aviv lo scorso anno – un viaggio compiuto da persona libera per comprendere le contraddizioni di quel territorio –, Sannino ha raccontato la violenta reazione subita al rientro: un vero e proprio squadrismo 2.0, fatto di linciaggio morale, boicottaggio politico e minacce personali arrivate a coinvolgere i familiari più anziani e perfino i nipoti piccoli o ai genitori anziani, con molte di integrazioni di querele depositate. Un cortocircuito in cui si materializza quel “fascismo dell’antifascismo” già lucidamente diagnosticato da Pasolini e Pannella. Un conformismo ideologico che scambia il pluralismo per tradimento ed “espelle” chi non recita il copione, arrivando al paradosso di cortei e Pride trasformati in caserme ideologiche o magari fino ad utilizzare gli stessi identici argomenti liberticidi della destra reazionaria per censurare il DDL sull’antisemitismo. Da qui il suo richiamo accorato affinchè il movimento deve ritrovare la propria bussola laica ripartendo dalla liberazione sessuale e ricostruendo l’alleanza storica e inscindibile con la società civile e il femminismo, senza cedere alle logiche di chi è pronto ad accoltellare i propri compagni di strada per un mero gioco di potere interno.

Lezioni di resistenza da Beirut e Odessa

A riportare il dibattito sulla crudezza della repressione sul campo sono state le testimonianze internazionali. L’intervento di Hadi Damien per il Beirut Pride ha scosso la platea per profondità e rigore analitico. Damien ha chiarito che la violenza di Stato non si manifesta solo con le pene detentive o le retate, ma inizia molto prima: attraverso un «ecosistema» pervasivo fatto di leggi penali dal testo vago (come l’articolo 534 del codice libanese), telefonate intimidatorie ai locali, documenti d’odio fabbricati ad arte e autorità che dichiarano di «non poter garantire la sicurezza». In questo modo, è la società stessa a fare il lavoro sporco della censura: i locali cancellano le serate, i giornali censurano i temi e gli individui si rifugiano nell’autocensura. Portando il peso del proprio arresto e di un processo trascinatosi per quattro anni, Damien ha pronunciato un monito severissimo, ovvero che la dignità delle persone LGBTQIA+ non appartiene esclusivamente alla sinistra né può essere sequestrata da alcuna fazione politica. Guai a trasformare gli attivisti e le attiviste in risorse propagandistiche al servizio di un partito. E all’Europa, Damien ha rivolto una critica tagliente contro i doppi standard: un continente che si mobilita contro l’invasione russa in Ucraina ma resta immobile davanti ai massacri dei mullah iraniani contro il proprio popolo, o che dietro le quinte preme sul Libano affinché rinunci a negoziati diretti di pace con Israele per preservare gli equilibri con l’Iran. La dignità non si esporta a colpi di slogan posticci. L’Europa deve sostenere gli attori locali senza trasformarli in burattini delle proprie guerre culturali.


Hadi Damien per il Beirut Pride

Drammatico e complementare il quadro delineato da Evelina Strelchenko dell’Odessa Pride, collegata da un rifugio sotto allarme aereo: in Ucraina la comunità vive una doppia morsa, stretta tra le torture, le violenze sistematiche e le liste di proscrizione nei territori occupati dalle truppe russe e l’ostilità delle formazioni di estrema destra che, nelle aree controllate da Kiev, strumentalizzano la retorica della “famiglia tradizionale” per comprimere i diritti civili e bloccare la riforma del codice civile.

Oltre il muro: ebraismo, destre liberali e disinformazione

La necessità di abbattere steccati ideologici e guardare in faccia la realtà. Francesca Pascale ha rivendicato con orgoglio le proprie radici di centrodestra e la propria matrice liberale, smontando il dogma secondo cui i diritti civili debbano essere un monopolio esclusivo della sinistra. Pur prendendo nette distanze dalla destra reazionaria, omofoba e dal “vannaccismo”, Pascale ha spiegato che un Paese civile cresce solo se l’intero arco costituzionale matura sui diritti. Al contempo, non ha esitato a definire “distrazioni di massa” le battaglie esasperate sul linguaggio e sulle desinenze inclusive, opponendovi l’urgenza di conquiste concrete: matrimonio egualitario, adozioni e tutele penali contro l’omolesbobitransfobia. Ha poi stigmatizzato duramente l’ambiguità di certa sinistra radicale incapace di condannare realtà fondamentaliste come Hamas solo per un riflesso ideologico, invitando la comunità arcobaleno a superare le barriere di partito per dialogare con i moderati.

Sul fronte dell’informazione, Alessandro Cecchi Paone ha sferrato un attacco frontale al degrado del dibattito pubblico. Liquidando l’ossessione per il woke come un teatrino elitario incomprensibile per la stragrande maggioranza degli italiani, Cecchi Paone ha puntato il dito contro il collasso culturale del Paese e il dominio dei social network, dove la complessità affoga in un canile d’insulti. L’informazione televisiva mainstream, ha accusato, è ridotta a una sequenza desolante di cronaca nera e propaganda. Per battere le falsità e vincere la sfida politica, non servono frammentazioni o mille rivoli associativi, ma il coraggio di costruire una nuova alleanza ampia e una leadership autorevole e laica — sul modello di figure storiche come Pannella e Bonino — che sappia parlare un linguaggio semplice, chiaro e capace di arrivare al cuore della società.

A infrangere un tabù doloroso è stato infine Raffaele Sabbadini, portavoce di Keshet Italia. Sabbadini ha denunciato l’isolamento e le aggressioni subite dalle persone ebree LGBTQIA+ proprio all’interno di molti Pride italiani, dove la legittima critica politica si è trasformata in discriminazione ed esclusione sistematica. Quando un’intersezionalità malintesa diventa una clava ideologica per sezionare le persone ed espellere chi ha un’identità complessa — ebrea e queer al tempo stesso —, il movimento tradisce la propria ragion d’essere. Sabbadini ha chiamato le cose con il loro nome, smascherando l’ipocrisia dell’opposizione al DDL contro l’antisemitismo e invitando le associazioni a fare un’onesta autoanalisi: il “lupo cattivo” dell’intolleranza e dell’antisemitismo non è solo all’esterno, ma si annida ormai comodamente dentro casa.

A suggellare l’incontro è stata Sofia Mehiel, delegata nazionale Avanti Psi: portando la cruda quotidianità delle donne trans nelle carceri e nella sanità, ha amaramente constatato come il movimento sia attraversato da discriminazioni interne e lotte fratricide. Da Ventotene si leva così un monito chiaro: senza coerenza democratica, rifiuto del settarismo e un solido universalismo, le libertà civili rischiano di crollare sotto i colpi congiunti dei regimi illiberali e dei propri errori interni.


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