Energia Pulita è fallita. Tecnicamente il Tribunale di Larino ne ha disposto la “liquidazione giudiziale”, la definizione introdotta dal nuovo Codice della crisi d’impresa. Per capire che cosa sia accaduto, però, basta tradurre quell’espressione nel linguaggio conosciuto dalla maggior parte delle persone: la liquidazione giudiziale corrisponde al vecchio fallimento.
La novità è contenuta nella sentenza numero 10 del 2026, pubblicata il 6 ottobre. Il Tribunale ha accertato lo stato d’insolvenza della società che gestiva l’impianto di trattamento dei rifiuti nel nucleo industriale di Termoli. Una condizione ricostruita attraverso inadempimenti, decreti ingiuntivi esecutivi, precetti, procedure di pignoramento rimaste senza esito e debiti tributari scaduti. La stessa Energia Pulita, costituendosi nel procedimento, ha aderito alla richiesta di apertura della liquidazione.
La sentenza mette quindi un punto fermo nella lunga e tormentata vicenda dell’azienda. Ma ne apre immediatamente un’altra, ancora più complessa: che cosa accadrà alle circa 5.000 tonnellate di rifiuti rimaste accatastate nel piazzale? E soprattutto: chi pagherà per rimuoverle?
Le immagini mostravano un impianto sostanzialmente fermo e una distesa di balle e cumuli di materiali lasciati all’aperto, tra piazzali, capannoni e vegetazione cresciuta lungo la recinzione. Quei rifiuti sono ancora lì. E adesso non c’è più neppure una società operativa alla quale chiedere direttamente di portarli via.
Con l’apertura della liquidazione giudiziale, Energia Pulita viene immediatamente spossessata dei propri beni. La gestione passa al curatore nominato dal Tribunale, il commercialista Placido Ciccone, sotto la vigilanza del giudice delegato Rinaldo D’Alonzo. Il curatore dovrà apporre i sigilli, effettuare l’inventario e ricostruire la massa attiva: immobili, impianti, crediti e ogni altro bene appartenente alla società.
Nel caso di Energia Pulita, nella procedura entrano anche il sito industriale e i rifiuti che vi sono depositati. È qui che il fallimento industriale rischia di trasformarsi definitivamente in un’emergenza ambientale.
La funzione del curatore è liquidare i beni disponibili e utilizzare le somme ricavate per soddisfare, almeno parzialmente, i creditori che presenteranno domanda di ammissione al passivo. L’udienza per l’esame dello stato passivo è stata fissata al 9 febbraio 2027. Ma prima ancora di stabilire quanto potranno recuperare i creditori, occorre affrontare un problema molto più urgente: mettere in sicurezza il sito e impedire che quella montagna di materiali resti senza controllo.
La Regione ha prescritto una sorveglianza dell’impianto 24 ore su 24. Garantirla comporta un costo continuo. E le casse della società risultano vuote.
Proprio la mancanza di risorse rende sostanzialmente impraticabile una prosecuzione dell’attività. La continuità aziendale richiederebbe infatti denaro per pagare il personale necessario, mantenere l’impianto e, soprattutto, trattare e smaltire i rifiuti. Nella sentenza non è stato autorizzato alcun esercizio provvisorio e, considerate le condizioni economiche, appare estremamente difficile immaginare una riapertura.
Il problema più grande resta il costo della rimozione. Lo smaltimento di una tonnellata di materiale richiederebbe una spesa minima stimata in circa 250 euro. Nel caso di Energia Pulita, però, i rifiuti non potrebbero essere semplicemente caricati e portati altrove: dovrebbero prima essere lavorati e selezionati affinché altri impianti siano disposti ad accettarli. Il costo potrebbe così salire fino a 400 euro per tonnellata.
Applicate alle circa 5.000 tonnellate presenti nel sito, queste cifre significano una spesa compresa indicativamente tra un milione e 250mila euro e 2 milioni di euro.
Esiste una polizza fideiussoria stipulata anche per garantire la rimozione dei rifiuti. La Regione potrebbe escuterla, ma la somma disponibile sarebbe molto inferiore al costo effettivo dell’operazione e consentirebbe di smaltire soltanto una piccola parte del materiale accumulato. La garanzia, dunque, non appare sufficiente a risolvere il problema.
Il punto, a questo punto, non è soltanto quando saranno rimossi i rifiuti, ma chi pagherà per farlo. La liquidazione giudiziale trasferisce immobili, impianti e materiali sotto la gestione del curatore, ma non crea il denaro che Energia Pulita non ha.
Prima dovranno essere utilizzati la fideiussione, le eventuali somme ricavate dalla vendita dei beni e ogni altra risorsa recuperabile dalla procedura. Se tutto questo non sarà sufficiente e la rimozione diventerà indifferibile per ragioni ambientali e di sicurezza, l’intervento degli enti pubblici sarà inevitabile.
In quel caso il denaro potrebbe essere formalmente richiesto alla società fallita e il soggetto pubblico potrebbe tentare di recuperarlo attraverso la liquidazione. Ma riavere quelle somme da una procedura priva di risorse rischierebbe di rivelarsi impossibile. Il conto, salatissimo, almeno in parte finirebbe così per ricadere sulla collettività e quindi sui cittadini.
La curatela dovrà cercare una strada per scongiurare questo scenario. Una possibilità potrebbe essere il subentro nella procedura esecutiva immobiliare già avviata a carico di Energia Pulita, chiedendo ai creditori di anticipare almeno le spese necessarie a garantire la sorveglianza. Un’altra ipotesi potrebbe essere la vendita del sito, riducendone il prezzo in misura corrispondente al costo di rimozione dei rifiuti, che verrebbe posto a carico dell’acquirente.
Anche questa soluzione, però, presenta ostacoli evidenti. L’autorizzazione ambientale dell’impianto è stata revocata e contro quella decisione pende un giudizio davanti al Tribunale amministrativo regionale. Vendere un sito industriale pieno di rifiuti, gravato da costi di smaltimento potenzialmente milionari e privo, allo stato, dell’autorizzazione necessaria per operare sarà tutt’altro che semplice.
Molto dipenderà dalle decisioni del curatore e del giudice delegato, dalla consistenza effettiva del patrimonio e dall’eventuale disponibilità dei creditori ad anticipare risorse. Ma una cosa appare già chiara: i tempi della rimozione rischiano di essere lunghi.
Il fallimento certifica ciò che per mesi era rimasto sospeso tra crisi finanziaria, provvedimenti amministrativi e contenziosi. Energia Pulita non è più soltanto un’azienda paralizzata: è una società insolvente sottoposta a una procedura giudiziaria.
I rifiuti, però, non spariscono insieme all’impresa. Restano nel piazzale, esposti agli agenti atmosferici e bisognosi di una vigilanza costante. Cinquemila tonnellate che nessuno può lasciare senza controllo e per le quali, al momento, non risultano risorse sufficienti.
Un impianto fermo, una società fallita e una massa enorme di rifiuti la cui rimozione potrebbe richiedere fino a 2 milioni di euro sono l’eredità di una storia che non fa certo onore al Molise e nemmeno alle sue istituzioni, visto che il caso è esploso in seguito a una indagine giudiziaria che coinvolge, oltre a imprenditori spregiudicati, anche il vertice politico della Regione Molise nella persona dell’attuale Governatore Roberti.
Intanto nel cuore del Nucleo Indiustriale di Termoli c’è una bomba ambientale in piena regola, e nemmeno uno straccio di soluzione prospettata finora.
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