La cantautrice propone un nuovo album di inediti dopo sette anni di silenzio. In questo nuovo lavoro ha lavorato molto con Motta, ma anche con Francesco Bianconi, Veronica Lucchesi e Giuseppe Anastasi
L’album che segna il ritorno di Paola Turci, una delle maggiori interpreti del panorama musicale italiano, si intitola Amore a dismisura. Sette anni sono passati dall’ultimo disco di inediti, un’eternità, discograficamente parlando, interrotta da un incontro fondamentale con Motta, uno dei protagonisti della rivoluzione cosiddetta “indie”, una specie di cortocircuito artistico che è riuscito a riaccendere l’entusiasmo di un’artista straordinaria. Paola Turci infatti in questo disco appare in formissima, è piena di cose da dire, l’album racconta il suo pensiero, le sue battaglie, la sua cultura, la sua visione della società, delle donne, della politica, nella più alta accezione del termine e va certamente segnato nella lista dei più interessanti lavori dell’anno. Un lavoro che si potrà anche ascoltare dal vivo in due eventi dal titolo Live a dismisura, due speciali appuntamenti: il 29 novembre alla Santeria Toscana 31 di Milano e il 3 dicembre al Largo Venue di Roma.
In che momento della tua vita e della tua carriera arriva questo disco?
«Arriva nel momento della ripartenza, è venuto fuori un po’ come un lampo, e qua c’è anche un riferimento a La musica è un lampo, il libro di Stefano Senardi, perché il giorno in cui lui mi ha invitato a moderare il suo libro io ho trovato Motta lì e qualche cosa che è successo. Io in quel periodo stavo dentro un residence, perché aspettavo che la mia casa di Roma fosse pronta, ristrutturata, e quella sera mi sono accorta che nutrivo una certa malinconia pessimistica nei confronti della musica, non trovavo più spazio, non trovavo più un canale a livello di produzione, a livello di sonorità, più che di temi, per raccontarmi. Quella sera, ascoltando Senardi e Motta, mi sono resa conto che quella mia malinconia, quel pessimismo, è stato frantumato in un momento, così ho detto a Francesco “Io voglio scrivere con te”».
A proposito di Francesco, nel disco c’è anche un bellissimo brano sul femminicidio scritto da Bianconi…
«La questione del femminicidio era un tema che volevo affrontare assolutamente, ma non trovavo la quadra, non trovavo l’atteggiamento emotivo giusto, c’era rabbia, c’era rancore, c’era polemica, c’era tutta questa cosa. Poi è arrivato Francesco Bianconi e ha chiuso il cerchio, l’unica canzone che io non ho toccato, e con lui ho completato il tassello che mancava. Era molto importante per me inserire quel brano dentro questo disco, così è nato Amore a dismisura».
In effetti il binomio Paola Turci/Motta è proprio un’intuizione geniale…
«Siamo fratelli, ci vogliamo bene, c’è proprio un rapporto umano che sicuramente ci lega alla musica, ma abbiamo scoperto di quanto stiamo bene insieme a scrivere, a cenare, a raccontarci, a ridere, nei momenti importanti noi adesso ci siamo. Anche cantare insieme è bellissimo, l’altra sera abbiamo cantato al mio compleanno, c’era il microfono, la chitarra e abbiamo cantato Bennato, L’isola che non c’è, poi abbiamo cantato Mio fratello è figlio unico. È un grande musicista, è un produttore, è polistrumentista, lavorare con lui è un godimento puro, ho trovato la mia metà».
L’impressione, ascoltando il disco, è che tu avessi un sacco di cose da dire…
«Forse dipende dal fatto che sono stata in silenzio per diversi anni e quindi ho accumulato, come può essere che io in realtà ho sempre qualcosa da dire e probabilmente adesso qualcosa si è sbloccato, perché le mie fragilità, quelle che poi racconto nel disco, per esempio con E va bene così, confrontate anche con la mia durezza, con la mia aggressività, perché ho anche delle aggressività, si sono frantumate in qualche modo. Non scrivevo da tantissimi anni perché avevo questa paura giudicante che mi bloccava, così come certamente anche altri fattori esterni che mi hanno un po’ chiuso dentro una specie di bozzolo, di bolla, che però per fortuna è evaporata».
Bozzolo mi sembra la parola giusta, in uno dei primi versi del disco dici “Vita mia, mi presento adesso, sono io, sono vera, la mia prima primavera”, quindi il riferimento ai fiori ci sta tutto.
«Io amo anche un altro verso di questa canzone, scritta da Veronica Lucchesi: “Amica, la senti l’aria?”. Neanche un anno fa, ancora doveva uscire la canzone, ero ad una manifestazione con Anna Foglietta e Fiorella Mannoia, e le ho mandato un video in cui dico proprio “Amica, la senti l’aria?”. Un’aria di integrazione, ma anche di comunità, come la comunità di Una Nessuna Centomila, che è la fondazione che si prodiga a contrastare la violenza contro le donne e che supporta i centri antiviolenza, che non ci fa mai sentire sole. Quindi c’è il tema dell’amicizia, c’è il tema della forza che possiamo avere stando insieme a contrastare, a sconfiggere, una causa come quella del femminicidio, della violenza…».
A questo punto parliamo di Miss, parliamo dell’attenzione che giustamente riservi a questo tema. Tu parli di femminicidio in un momento storico in cui c’è un esponente politico che lo nega…
«Nel medioevo c’era più modernità, c’era qualcosa che era più istintivamente giusto, però, a parte le battute, questa ascesa politica di questo nuovo movimento credo causi problemi a tutti e su tutti i temi. La questione femminicidio, la questione donna, è una questione centrale, perché intanto racconta di una società che prova da secoli ad affrancarsi dalle ingiustizie, a trovare all’unanimità i diritti che mancano, non soltanto vederli, ma proprio ad attivarli, a concretizzarli. Fare passi indietro vuol dire perdere tutto, vuol dire distruggere un palazzo che è stato costruito con fatica, soldi, impegno, rinunce, abnegazione. C’è tutto l’impegno che uomini e donne ci hanno messo, perché il tema del femminicidio ancora sembra sia un problema delle donne, quando invece è un problema maschile, è una questione maschile. Noi come fondazione, ma anche singolarmente come persone, come donne, cerchiamo la presenza, la compagnia, dell’uomo, vogliamo che l’uomo faccia questa battaglia insieme a noi. Questa è la rabbia che mi monta e non mi permette di stare calma di fronte a questo tema. Noi abbiamo bisogno che gli uomini si rendano conto che questo è un problema loro. Se io fossi un uomo, la questione di genere per me sarebbe fondamentale, perché mi toccherebbe. E urlerei, dicendo che “Io non sono questo! Voglio dirlo e voglio essere al vostro fianco! Anche per dimostrarlo che non sono questo, che non sono quell’uomo che uccide, quell’uomo che violenta, quell’uomo che sottomette, quell’uomo cavernicolo”, come, appunto, lo sono questi uomini che dicono certe cose, che non si possono nemmeno commentare».
Ci saranno tanti che leggendo questa risposta commenteranno: “Ma pensa a cantare!”…
«Anche questo è un tema vecchissimo».
Ma che speranza nutrite tu e le donne di Una Nessuna Centomila che la musica possa intervenire e guarire un pensiero distorto?
«Una Nessuna Centomila è diventata più che una speranza, è diventato un luogo dove riunirsi, in diversi modi. Il più importante riguarda proprio la musica, e sono gli eventi, perché gli eventi generano profitto per i centri antiviolenza. Noi abbiamo bisogno di economie per mandare avanti tutti i progetti, per gli avvocati, per i parlatoi, per i rifugi segreti, c’è bisogno veramente di tanti strumenti e tante persone che si mettano a disposizione affinché una donna esca dalla violenza, vada in un centro antiviolenza, perché possa parlare con una psicologa… quindi c’è bisogno di psicologhe, c’è bisogno di una cosa alla quale non pensa nessuno: le camere isolate. Io sono andata a visitare dei centri e mi hanno detto “Guarda, abbiamo appena ristrutturato questo centro perché mancavano delle camere isolate, perché le donne, le ragazze, non si mettono a parlare così della loro storia dolorosissima di violenza davanti a tutti, facendosi sentire dall’altra stanza, devono sentire che sono protette”. Queste strutture servono ed ecco perché servono i soldi, sono tutti progetti che vanno realizzati».
Tra l’altro si sono trasformati in momenti di musica di grande valore…
«Noi sono tre anni, da dopo Campovolo, che facciamo concerti, l’abbiamo fatto da poco e andrà in onda il 25 novembre, la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, su RaiUno. Ormai non abbiamo neanche più bisogno di dire chi ci sarà per fare sold out, noi facciamo sold out appena usciamo come Una Nessuna Centomila».
Un altro tema che affronti nel disco è quello del corpo femminile, che ultimamente è un tema riguardante anche la musica, ovvero l’esplosione di una nuova stagione di pop star che utilizzano molto il loro corpo. L’accusa nei loro confronti è di sopperire a certe mancanze musicali con il corpo, tu come la pensi?
«Tutti noi parliamo con il corpo in un certo quel modo, la voce stessa esce dal corpo, e io rivendico il diritto della proprietà del corpo. Io sono per l’eutanasia, per il non accanimento terapeutico, per la libertà assoluta di esibire il proprio corpo se lo si vuole. L’esibizione del corpo per me è anche un atto politico e vuole raccontare il tuo modo di pensare, il tuo modo di essere. Personalmente amo vedere donne e uomini esibire il proprio corpo (perché anche gli uomini lo fanno) ma ci deve essere una narrazione, questo è il mio pensiero. Anche le provocazioni mi piacciono, ma ci deve essere una storia. Se c’è qualcuno che vuole affermare la propria libertà attraverso la nudità, attraverso il corpo esibito, va benissimo, la mia critica forte è soltanto per chi ci vuole far tornare indietro culturalmente, ci trovo del male quando una persona si mette contro il progressismo, perché io sono una progressista. Quando ti accorgi che attraverso certe battute, tipo la gonna o la non-gonna, vuoi mettere a bada le donne, allora questo è veramente inadeguato, questo lo trovo scandaloso e retrogrado».
Cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Semplicemente le canzoni. Mi piacerebbe vedere in questi due concerti che farò le persone che le cantano. Semplicemente questo. Le interpretazioni mi piace che restino soggettive e vedremo quando sarò in concerto, me ne renderò anche conto dai messaggi che riceverò. Ma, in generale, mi fa molto piacere che qualcuno dica che questo disco l’ha arricchito».
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