La condirettrice in studio con Maria Serena Natale nell’appuntamento in diretta su Corriere Tv: «Evitare i processi mediatici sulla base di elementi che non sono definitivi»
La chiusura della nuova indagine, le rivelazioni sulle controanalisi del Dna, le prime reazioni degli avvocati: è stata la settimana decisiva per il caso Garlasco? Le ultime notizie sull’inchiesta del delitto di Chiara Poggi sono state ripercorse da Fiorenza Sarzanini, condirettrice del Corriere della Sera, intervistata da Maria Serena Natale in diretta su Corriere Tv. Ecco le domande e le risposte.
Partiamo dal titolo di questo incontro, «Garlasco, cosa è cambiato». Facciamo il punto degli elementi sul tavolo.
«Si contrappongono due versioni opposte: da un lato la difesa di Stasi dice che sono stati accertati elementi che possono riscrivere la storia del caso, dall’altro i famigliari della vittima ritengono che non emerga nulla di davvero nuovo che possa permettere di rivedere quanto accaduto e accertato in sede giudiziaria».
C’è stato davvero un cambiamento?
«Sicuramente, la prima indagine non ha tenuto in conto una serie di elementi contro Sempio e in favore di Stasi; in particolare, come Gianpaolo Lio e Cesare Giuzzi hanno ben spiegato senza prendere posizione, c’è un’analisi sul pedale della bici di Stasi che ha dato due esiti: uno positivo, che registrava il Dna di Chiara su quel pedale; e uno negativo, per cui su quella bici non c’era il Dna della vittima. L’esito della prima analisi è stato messo agli atti, quello della seconda non è mai stato tenuto in considerazione, né è stato rivelato. Questa analisi non è l’unico elemento contro Stasi però è determinante nel quadro degli indizi – ricordiamo che Stasi è stato condannato non oltre ogni ragionevole dubbio, ma la sentenza definitiva al vaglio della Cassazione è quella che conta – ed è evidente che se c’è un’analisi che poteva aiutare Stasi e non è stata offerta alla difesa, il quadro cambia».
Adesso cosa dobbiamo aspettarci?
«Il generale Garofano, nell’intervista ad Alfio Sciacca, dice che non cambia nulla; invece, non è così: se il Ris non ha comunicato un esito delle analisi così importante, cambia parecchio. E, siccome la Procura di Pavia sta rianalizzando tutto, non facciamo lo stesso errore. Gli avvocati di Stasi attendono di avere un quadro completo per poter presentare una richiesta di revisione. La legge afferma che: o hai una confessione che sia suffragata da prove, oppure devi avere un processo in via definitiva che condanna un’altra persona, e noi ora siamo nella fase delle indagini preliminari. Con Stasi possono essere stati fatti degli errori e Sempio attende il giudizio a piede libero. Questa è la giustizia italiana e su questo dobbiamo basarci senza fare processi mediatici sulla base di elementi che non sono definitivi».
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È molto significativo che i dati grezzi, più che andare nella direzione di cercare altre ipotesi stiano a dimostrare la debolezza e non la solidità dell’impianto che ha portato alla condanna di Stasi.
«Questa è solo l’ultima di una serie di anomalie. Abbiamo sempre detto che non si era andati oltre ogni ragionevole dubbio. L’aiuto della scienza è molto importante, però se non è esatta, ma comincia a essere fallace, allora certo che sì bisogna tenere conto di tutto. Secondo me gli avvocati di Stasi attendono di avere il quadro prima di chiedere la revisione, solo così possono sperare di avviare il procedimento. Ricordiamoci la posizione dell’ex procuratore Venditti, accusato di corruzione, tirato in modo selvaggio nel caso, al momento archiviata. Bisogna fare attenzione, nelle inchieste che riguardano episodi così cruenti, si rischia di travolgere la vita delle persone. Pensiamo ai genitori di Chiara che hanno perso una figlia e si sono aggrappati all’ipotesi che si sia trovato l’assassino: se così non dovesse essere, sarebbe per loro devastante. Smettiamola di dare giudizi affrettati, smettiamola con le risse in tv. Un delitto così grave tocca persone che soffrono, e il rispetto di una vittima. Dovremmo tutti darci una calmata».
I lettori si chiedono: quanto di oggettivo c’è ad oggi in quei dati grezzi, in base alla tua esperienza di cronista giudiziaria? Il generale Garofano sostiene che i dati chiesti dall’autorità giudiziaria, messi a disposizione 18 anni dopo, non dovevano confluire negli allegati: è così o no? Quanti processi sono stati annullati per un cavillo o un vizio di forma? Può capitare che un elemento possa non essere inserito?
«Dobbiamo capire se si è trattato di un errore materiale: potrebbe esserci anche stato uno scambio di provette; se fossi in Garofano, cercherei di dire tutto. Anche perché questa storia rischia di vanificare tutte le altre indagini, quanto meno nella convinzione dell’opinione pubblica, che allora direbbe che andrebbero riaperti i casi Yara, Erba ecc… Quindi, se i Ris fanno un’analisi che dà un risultato molto positivo, esultano perché il risultato è forte, ma poi l’analisi viene ripetuta e non è più cosi forte, se hai un risultato contrastante hai il dovere di riferirlo al pm…; sei delegato a svolgere accertamenti e tutto quello che hai raccolto lo devi offrire a chi lo valuterà. La legge impone al pm di cercare tutte le prove, anche quelle a favore dell’indagato: non può dire che all’epoca non fu informato. E i capi rispondono sempre per chi è sotto la loro responsabilità. Se così non fosse, sarebbe il far west».
2,78 nanogrammi di Dna è un quantitativo davvero importante tant’è che pareva un elemento che eliminava molti dubbi. Perché il giorno dopo fare una controanalisi?
«Proprio perché è tanto eclatante, i Ris vogliono avere la certezza che sia giusto. Io ho trovato l’elemento che mi aiuta nell’ipotesi accusatoria, talmente importante che voglio avere la controprova: la procedura è corretta. Il problema è: perché non lo hai detto? La storia giudiziaria è piena di documenti che riemergono e cambiano il corso delle indagini, dunque può succedere. La giustizia italiana funziona perché ci sono meccanismi di controllo; il problema è quello che è accaduto dopo. Il polverone che si è alzato ipotizza che negli anni siano scattati meccanismi di copertura. Siamo nel campo della conoscenza, della possibilità che si possa in alcune circostanze andare a inficiare un iter. Quando ci sono casi eclatanti, l’attenzione dell’opinione pubblica è molto forte, c’è fretta di chiudere, di risolvere il caso, di assicurare l’assassino alla giustizia. Ed è possibile che ci siano errori, per questo la legge dice che si deve andare oltre ogni ragionevole dubbio. I meccanismi di controllo dovrebbero funzionare sempre; addirittura una contaminazione nell’analisi iniziale – lo dico dopo aver parlato con Cesare Giuzzi, Pierpaolo Lio e Alfio Sciacca, i cronisti che da più tempo si occupano del caso -, non si esclude. L’importante ora è che possiamo essere a una svolta analizzando tutto nel complesso. E noi dobbiamo raccontare senza avere timore di pensare che questo danneggi l’una o l’altra parte».
Cosa possiamo aspettarci dal nuovo iter? E in quali tempi? Si configurano ipotesi di reato per altre persone?
«Mi auguro che i tempi siano veloci, dal deposito delle carte la difesa ha 20 giorni di tempo per chiedere che Sempio sia interrogato; e poi verrà formulata la richiesta di rinvio a giudizio. Gli avvocati di Stasi non vogliono rischiare, ma avere il quadro completo: il 2027 porterà a un eventuale processo a Sempio e a un’eventuale richiesta di revisione del processo a Stasi. E se la mancata consegna di quella carta è avvenuta con dolo dal Ris, allora è probabile che ci sia la richiesta di rinvio a giudizio per chi ha svolto quelle analisi. Ma prima bisogna provare che sia stato fatto per depistare le indagini».
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