PERUGIA – “Un Paese può crescere senza che chi lo abita si senta più ricco. È in questa distanza, tra il segno positivo delle statistiche e la fatica dei bilanci quotidiani, che si colloca oggi la questione economica italiana”. E’ quanto afferma Francesco Pace, Ceo e fondatore di Acacia Group che aggiunge: “Il prodotto aumenta, il lavoro tiene, alcune imprese conquistano mercati. Eppure basta una nuova accelerazione dei prezzi per rendere più incerto un acquisto, rinviare un investimento, assottigliare il margine di un’attività. L’Umbria offre un punto di osservazione particolarmente utile perchè permette di vedere come le grandi decisioni monetarie e gli shock internazionali entrino nella vita di un territorio”.
I numeri, prosegue Pace, descrivono “un’economia in espansione, ma con poco slancio. La revisione Istat di settembre colloca la crescita italiana del 2025 allo 0,6%. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil è aumentato dello 0,2% rispetto al precedente; la crescita acquisita indicata nella nota congiunturale di settembre è dello 0,8%. Quest’ultimo valore va interpretato correttamente. Misura il risultato annuo che si avrebbe se il prodotto restasse fermo nei trimestri successivi, non costituisce una previsione. Sono progressi reali, ma lasciano poco spazio agli errori e agli imprevisti. L’imprevisto più visibile è tornato a essere l’inflazione. Nella stima preliminare di settembre, l’indice nazionale dei prezzi al consumo sale del 4,2% su base annua, contro il 3,3% di agosto. Gli energetici rincarano del 22,3%, mentre l’inflazione di fondo, depurata da energia e alimentari freschi, si ferma all’1,7%. La distanza fra questi indicatori suggerisce che la pressione provenga soprattutto dai costi energetici, anziché da una domanda interna fuori controllo. Per le famiglie la distinzione non alleggerisce la bolletta, ma per chi deve scegliere la risposta economica è decisiva”.
E ancora: “È il dilemma della Banca Centrale Europea. Il 10 settembre la BCE ha aumentato i tassi di un quarto di punto, portando quello sui depositi al 2,50%, con effetto dal 16 settembre. La decisione risponde alle pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente. Il tasso sui depositi non è il tasso di un mutuo, ma influenza le condizioni alle quali il denaro circola nell’economia. La banca centrale deve impedire che lo shock si propaghi stabilmente a prezzi e aspettative; alzare il costo del credito, tuttavia, frena anche consumi e investimenti. Il problema è dosare la risposta: la politica monetaria può contenere la domanda, ma non produrre energia. Le conseguenze si distribuiscono in modo diseguale. Una famiglia con finanziamenti a tasso variabile è esposta diversamente da chi ha un mutuo fisso già stipulato. Chi dispone di risparmi investiti può beneficiare di rendimenti nominali maggiori, pur dovendo fare i conti con l’erosione inflazionistica. Chi assorbe quasi tutto il reddito nelle spese essenziali ha meno possibilità di difendersi. Per questo una media nazionale, pur corretta, non esaurisce il racconto del disagio”.
Prosegue il Ceo e fondatore di Acacia: “Anche il lavoro va letto su due piani. Nel secondo trimestre del 2026 gli occupati sono cresciuti rispetto al trimestre precedente, con un aumento rilevante dei dipendenti a tempo indeterminato. È un risultato da riconoscere. Ma il numero dei posti e la capacità delle retribuzioni di sostenere una famiglia rispondono a domande diverse. Per rendere duraturi gli aumenti salariali servono produttività, competenze, investimenti e una distribuzione del valore che permetta ai lavoratori di partecipare ai miglioramenti dell’impresa. La produttività, a sua volta, dipende anche da organizzazione, tecnologia, infrastrutture e qualità dei servizi pubblici. Per le imprese, il passaggio delicato è la combinazione fra costi e incertezza. Una bolletta più alta riduce i margini; trasferirla interamente sui listini può far perdere clienti. Un finanziamento più oneroso alza il rendimento necessario per giustificare un nuovo impianto. E l’incertezza su mercati e approvvigionamenti può indurre ad aspettare anche chi avrebbe risorse per investire. Non tutte le attività, però, stanno seguendo la stessa direzione. A settembre l’Istat rileva un calo della fiducia complessiva delle imprese, ma un miglioramento nella manifattura, a fronte dell’arretramento di servizi e costruzioni. Parlare indistintamente di crisi finisce per nascondere proprio le differenze su cui dovrebbe lavorare la politica economica”.
Il bilancio pubblico, riporta Pace, deve muoversi “dentro questa complessità. Nel 2025 il deficit è sceso dal 3,4 al 3,1% del Pil e il saldo primario, prima degli interessi, è rimasto positivo. Nello stesso tempo, la pressione fiscale è salita al 42,9%. Il riequilibrio dei conti merita attenzione, così come il carico sopportato da contribuenti e attività produttive. La qualità della manovra si misura nella scelta delle priorità: proteggere i redditi più vulnerabili, preservare gli investimenti utili, valutare gli incentivi per i risultati prodotti. Un aiuto generalizzato costa anche quando raggiunge chi potrebbe farne a meno; un taglio indiscriminato può compromettere servizi che rendono possibile lavorare e fare impresa”.
In Umbria, spiega, queste questioni “assumono una forma concreta. Il rapporto della Banca d’Italia pubblicato a giugno, riferito al 2025, stima una crescita regionale prossima allo 0,5%, sostenuta dagli investimenti pubblici, mentre industria e servizi mostrano debolezza. L’occupazione aumenta e il tasso di occupazione raggiunge il 69,1%, contro il 62,5% nazionale nello stesso anno. Il reddito disponibile delle famiglie cresce dell’1,4% in termini reali. Sono elementi di tenuta, non la fotografia di un territorio fermo. Lo stesso rapporto registra presenze turistiche in aumento dell’8,5%, ma prestiti alle imprese ancora in diminuzione del 2,2%. Sono dati del 2025: non misurano gli effetti degli ultimi rincari e della recente stretta monetaria. Indicano però da quale base la regione affronta la nuova fase. La lettura che ne deriva è che l’Umbria debba valorizzare i suoi successi senza attribuire a un solo settore il compito di sostenere tutto lo sviluppo. Il turismo può generare domanda per commercio, agricoltura, cultura e servizi. Il suo rendimento territoriale andrebbe misurato anche attraverso durata delle stagioni, acquisti presso fornitori locali, qualità dei contratti e redditi prodotti. Analogamente, per gli investimenti pubblici la domanda decisiva riguarda ciò che resterà dopo i cantieri: collegamenti più efficienti, tempi amministrativi più brevi, servizi migliori, nuove possibilità per le imprese”.
La priorità regionale, afferma, dovrebbe essere “ridurre il costo di crescere: aiutare le aziende a trovare competenze, condividere ricerca e servizi, accedere a mercati diversi e investire nell’efficienza energetica. Università, formazione tecnica e imprese hanno bisogno di collaborazioni continuative, valutabili attraverso assunzioni e progetti realizzati. Anche trattenere un giovane richiede una proposta economica completa: un lavoro con prospettive, una casa accessibile, servizi e collegamenti adeguati. Né Roma né Perugia possono determinare da sole il prezzo internazionale del gas o le decisioni di Francoforte. Possono però incidere sulla capacità di famiglie e imprese di assorbirne gli effetti. Qui passa una valutazione imparziale dell’azione pubblica: riconoscere i risultati, misurare le fragilità, distinguere le responsabilità interne dagli shock esterni”.
E infine: “La prova dei prossimi anni sarà trasformare la tenuta in un miglioramento riconoscibile della vita quotidiana. Per l’Italia, e per l’Umbria, la crescita diventerà davvero convincente quando un’impresa potrà investire con maggiore fiducia e una famiglia fare progetti senza temere che la bolletta successiva li renda impossibili”.
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