Un anno fa la cattura in Molise, oggi l’ergastolo a Ocone


Un anno esatto. Il 30 settembre 2025 in serata il Molise diventava, nel giro di poche ore, il secondo scenario della strage familiare di Paupisi. Oggi, 30 settembre 2026, la Corte d’Assise di Benevento ha condannato Salvatore Ocone all’ergastolo per l’uccisione della moglie Elisa Polcino, 49 anni, e del figlio Cosimo, 15, e per la gravissima aggressione all’altra figlia, Antonia, allora sedicenne.

I giudici hanno accolto la richiesta della Procura: per il 59enne anche otto mesi di isolamento diurno, oltre alle pene accessorie previste dalla legge. La sentenza di primo grado arriva dunque nello stesso giorno in cui, un anno fa, cominciava e finiva una fuga che avrebbe portato questa storia dal Beneventano fino alle porte di Campobasso.

Per il Molise, infatti, la strage di Paupisi non è mai stata soltanto una notizia arrivata dalla vicina Campania. Una parte importante di questa storia è accaduta qui. Qui Ocone fu trovato e catturato. Qui venne ritrovato il corpo di Cosimo. Qui Antonia arrivò in condizioni disperate e fu salvata. E qui rimase per quasi sei mesi, attraversando un percorso che dai primi bollettini drammatici l’avrebbe portata, nel marzo scorso, a lasciare il Neuromed sulle proprie gambe.

Quel pomeriggio nelle campagne di Ferrazzano

Il 30 settembre di un anno fa le ricerche di Salvatore Ocone erano partite da Paupisi dopo la scoperta del corpo della moglie. Elisa Polcino era stata uccisa a colpi di pietra nella casa familiare. I carabinieri avevano immediatamente cercato anche i due figli minorenni che erano con il padre.

La fuga durò ore e si spinse fino in Molise. L’Opel sulla quale viaggiava Ocone venne infine individuata nelle campagne di Ferrazzano, alle porte di Campobasso. Dentro c’erano i due ragazzi.

Per Cosimo, 15 anni, non c’era più nulla da fare. Antonia, invece, nonostante le devastanti lesioni alla testa, era ancora viva. Le successive ricostruzioni avrebbero accertato che anche i ragazzi erano stati aggrediti dal padre a colpi di pietra e che Cosimo era già morto quando fu caricato sull’auto.

Antonia venne soccorsa e portata inizialmente all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Le sue condizioni erano talmente gravi da rendere necessario il trasferimento, nella stessa notte, al Neuromed di Pozzilli, centro specializzato dove venne sottoposta alle cure neurochirurgiche.

Ocone, invece, fu condotto nella caserma dei carabinieri di via Mazzini a Campobasso. Quella stessa sera arrivarono nel capoluogo molisano i magistrati della Procura di Benevento. L’uomo confessò il duplice omicidio e venne inizialmente rinchiuso nel carcere di Campobasso. Successivamente sarebbe stato trasferito. Le indagini restarono fin dall’inizio nelle mani della Procura sannita.

Antonia e quei mesi in cui ogni piccolo progresso diventava una notizia

Ma mentre l’inchiesta prendeva la sua strada, a pochi chilometri di distanza cominciava un’altra storia. Per settimane Antonia è rimasta sospesa tra la vita e la morte. Al Neuromed fu tenuta in coma farmacologico e la prognosi rimase riservata. Quando i medici sospesero la sedazione, nell’ottobre 2025, bisognò attendere per capire se e come la ragazza si sarebbe risvegliata.

Poi arrivarono i primi segnali. Antonia cominciò a respirare autonomamente, ad aprire gli occhi, a rispondere ad alcuni semplici comandi. Restavano difficoltà importanti nel linguaggio, nella deglutizione e sul piano motorio. Fu trasferita in Neuroriabilitazione e sottoposta anche a ulteriori interventi neurochirurgici. Quello che all’inizio era stato soprattutto un tentativo di salvarle la vita diventò lentamente un percorso per recuperarla.







Passarono l’autunno, l’inverno e quasi sei mesi. Infine, il 16 marzo 2026, arrivò la notizia più attesa, quella che nei primi giorni dopo la strage era sembrata lontanissima: Antonia poteva lasciare il Neuromed e tornare a casa.

Le condizioni generali erano buone e la deambulazione era migliorata. La ragazza tornò a Paupisi, dove ad aspettarla c’erano il fratello maggiore Mario, i familiari e un paese che aveva seguito per mesi la sua battaglia. Il percorso riabilitativo sarebbe proseguito anche dopo le dimissioni.

Quel giorno il direttore sanitario del Neuromed Fulvio Aloi riassunse in poche parole ciò che quei mesi avevano significato anche per chi l’aveva curata: “Oggi è una bella giornata. Vedere Antonia che va via dal Neuromed con le sue gambe ci ripaga di tutte quelle ansie, di tutte le paure, delle preoccupazioni che abbiamo avuto durante il primo periodo della degenza, nella fase acuta”.

Aloi ricordò il lavoro della terapia intensiva, dei neurochirurghi e soprattutto dell’équipe di neuroriabilitazione, che aveva seguito più a lungo Antonia. Tra la ragazza, la zia e chi l’aveva curata si era creato, raccontò, “quasi un rapporto di tipo familiare”. Al momento dei saluti ci furono anche le lacrime.

Il processo e la perizia psichiatrica

Nel frattempo il procedimento giudiziario era andato avanti. Uno dei nodi centrali è diventato lo stato psichico di Ocone. La Corte d’Assise ha disposto una perizia psichiatrica. L’accertamento ha descritto una situazione caratterizzata da psicosi cronica delirante, deliri, allucinazioni e alterazione del senso della realtà, ma ha concluso che Ocone era capace di intendere e di volere al momento dei delitti ed è in grado di partecipare coscientemente al processo. Durante i colloqui in carcere l’uomo ha affermato di aver ucciso la moglie perché la riteneva “posseduta dal demonio”.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Giovanni Santoro, aveva chiesto prima della discussione finale la rinnovazione della perizia sul punto della capacità di intendere e di volere. La richiesta non è stata accolta.

Oggi la vicenda giudiziaria arriva alla sua prima sentenza, con la condanna all’ergastolo. Ed è difficile, in Molise, leggere la data del 30 settembre senza tornare con la memoria a quel pomeriggio di un anno fa. Alle campagne di Ferrazzano, all’auto individuata dopo ore di ricerche. A Cosimo, che da quella macchina non sarebbe più sceso vivo. Ad Antonia, che invece respirava ancora e che da lì cominciò una corsa completamente diversa.

Da Ferrazzano a Campobasso, poi Pozzilli. Dalla terapia intensiva alla neuroriabilitazione. Fino a quella mattina di marzo in cui una ragazza arrivata sei mesi prima in condizioni disperate ha attraversato per l’ultima volta la porta del Neuromed sulle proprie gambe ed è tornata a casa.


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