Il governo russo fa la colletta per finanziare la guerra. E non si fa scrupoli a mettere le mani sugli extraprofitti. A pochi giorni dal risultato elettorale che ha consegnato a Russia Unita il 58% dei voti e rafforzato il controllo di Vladimir Putin sulla Duma, il Cremlino presenta un nuovo bilancio e mette nero su bianco le sue priorità. In cima, insieme alla spesa sociale e alla tecnologia, ci sono la difesa e la sicurezza. Tradotto: armi, equipaggiamenti militari, ammodernamento dell’industria della difesa, stipendi dei militari e sostegno alle loro famiglie. E per pagare il conto, Mosca aumenta le tasse.
La bozza del bilancio federale per il 2027-2029 prevede un deficit intorno al 2% del Pil nei prossimi tre anni. Per il 2027, però, il buco sarà del 2,2%: 5.500 miliardi di rubli (circa 57 miliardi di euro) di deficit, a fronte di 43.300 miliardi di rubli (448 miliardi di euro) di entrate e 48.800 miliardi di rubli (504 miliardi di euro) di spesa. È un miglioramento rispetto al 3% atteso per il 2026, ma il punto di partenza racconta un’altra storia: il deficit previsto per quest’anno era inizialmente dell’1,6% del Pil. Ora il ministro delle Finanze Anton Siluanov lo vede al 3%, quasi il doppio. La guerra costa più del previsto, mentre le entrate energetiche non garantiscono più lo stesso margine di manovra.
Siluanov prova a ricondurre i conti dentro un percorso di consolidamento. Ma per farlo deve mettere mano al portafoglio dei contribuenti. Il governo conta di recuperare risorse ottimizzando la spesa per oltre 2.000 miliardi di rubli l’anno (20,7 miliardi di euro) e, soprattutto, aumentando il prelievo. È il secondo grande giro di vite fiscale dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Nel frattempo la Russia ha già introdotto una tassazione progressiva sui redditi personali, con aliquota massima al 22%, e aumentato l’Iva, abbassando anche la soglia oltre la quale le piccole e medie imprese sono obbligate a pagarla.
Adesso la stretta si allarga. Il governo punta sulle rendite delle materie prime, forti dei prezzi elevati di oro, metalli e fertilizzanti, che hanno sostenuto i profitti dei produttori. Per alcune società del settore minerario-metallurgico arriva un prelievo del 30% sui redditi aggiuntivi prodotti dal rialzo dei prezzi mondiali delle materie prime rispetto ai livelli del 2025. Per l’oro l’aliquota sarà del 20%. Una scelta che colpisce aziende come Nornickel, Rusal, Polyus e altri grandi operatori del settore. Secondo le stime riportate da Kommersant, per Nornickel e Rusal l’impatto sull’utile netto potrebbe arrivare rispettivamente al 13% e al 38%, mentre per Polyus si ipotizza una riduzione del 7%.
Non è un dettaglio. Un’analisi citata dal quotidiano russo stima che il nuovo prelievo una tantum possa assorbire tra il 5% e il 10% dell’Ebitda delle società coinvolte e fino al 40% del loro flusso di cassa disponibile. Per Akhmed Aliev, analista di T-Investments, il conto è pesante: se il balzello non resterà una misura una tantum ma verrà prorogato negli anni, alcune aziende potrebbero rivedere i propri piani di investimento.
Poi ci sono i cittadini. Mosca vuole allargare la base dell’imposta sul reddito delle persone fisiche includendo nella tassazione progressiva anche quelli che oggi vengono considerati redditi “passivi”: dividendi, interessi sui depositi, guadagni da titoli e diritti digitali, vendite di immobili e partecipazioni, proventi assicurativi e donazioni. Le aliquote saliranno così dal 13-15% attuale fino a un massimo del 22%, in funzione del reddito complessivo. La misura dovrebbe riguardare 4 milioni di persone, pari a circa il 6% della popolazione. I depositi fino a un milione di rubli (circa 10.300 euro) restano esclusi.
Il conto arriva anche alla frontiera digitale. Per gli acquisti effettuati dai russi sui negozi online esteri il governo vuole applicare l’Iva al 22%, affidando alle piattaforme il compito di riscuoterla. A questo si aggiungerebbe un dazio di 100 rubli per ogni pacco proveniente dall’estero con beni destinati a uso personale fino a 200 euro. Per chi compra dall’estero, insomma, il prezzo finale salirà. Per Mosca è un modo per creare “condizioni di parità” con il commercio interno, ma anche un’altra fonte di gettito.
E poi ci sono gli stranieri. Il bilancio aumenta dal 15% al 35% la tassazione sui dividendi pagati ai non residenti attraverso i cosiddetti conti di tipo C, i conti speciali sui quali vengono accreditati i proventi dovuti agli investitori stranieri colpiti dalle restrizioni russe. Il denaro resta così in Russia e può essere utilizzato solo per un numero limitato di operazioni, a meno di ottenere un’autorizzazione per trasferirlo all’estero. La stretta colpisce soprattutto gli investitori dei Paesi che Mosca definisce “ostili”, cioè quelli che hanno condannato l’invasione dell’Ucraina, tra cui Unione europea, Regno Unito e Stati Uniti. È un altro modo per aumentare il gettito su profitti che, a causa delle sanzioni e delle contromisure russe, sono già in larga parte bloccati dentro la Russia.
La logica del bilancio è tutta qui. Proteggere le voci che il governo considera intoccabili e cercare altrove i soldi. La spesa per difesa e sicurezza, sommata agli stanziamenti per la sicurezza, aveva già raggiunto il 38% della spesa complessiva nel bilancio 2026. Secondo le indiscrezioni, per l’anno prossimo potrebbe superare i 200 miliardi di dollari, oltre un quarto in più rispetto alle stime per il 2026. E tra gli investimenti tecnologici compaiono anche 135,7 miliardi di rubli per le macchine utensili (circa 1,4 miliardi di euro) e 103,3 miliardi (1,1 miliardi di euro) per i sistemi aerei senza pilota, settori che hanno una evidente rilevanza anche per lo sforzo bellico.
Nel frattempo l’economia rallenta. Il governo prevede una crescita dello 0,6% nel 2026 e dell’1,4% nel 2027. La produzione industriale dovrebbe invece contrarsi dello 0,2% quest’anno, prima flessione dal 2020, mentre gli investimenti sono attesi in calo del 5,4%, il peggior risultato dalla crisi del 2015. Nel 2027 la crescita degli investimenti dovrebbe fermarsi appena allo 0,2%. Anche l’energia, storica cassaforte dello Stato russo, offre meno certezze: Mosca abbassa da 58 a 50 dollari al barile la soglia di riferimento del petrolio utilizzata per la regola fiscale.
È in questo quadro che acquista peso la frase di Janis Kluge, esperto di Russia dell’Istituto tedesco per gli affari internazionali e la sicurezza, riportata dal Financial Times: tutte queste misure dovrebbero portare nelle casse dello Stato circa mezzo punto di Pil. Non una cifra enorme. Ma, osserva Kluge, dimostrano che il ministero delle Finanze sta “rivoltando anche i sassi” pur di trovare nuove entrate.
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