Ma, è vero che l’AI (Artificial intelligence, o Ia nell’acronimo italiano) sta per trafiggere mortalmente al cuore il Leviatano burocratico? Sì: è proprio così. Del resto, già da tempo, con un minimo di alfabetizzazione in materia, si sarebbe potuti giungere rapidamente a una simile conclusione. Ma, anche qui, vale sempre il detto: “Dio acceca coloro che vuole perdere”, perché si rifiutano di vedere il mondo che verrà. Iniziamo dall’abc del problema oggi in essere in tutto il mondo sviluppato, e parliamo di fine-tuning. Parola composta che tradotta significa, molto in sintesi, “ottimizzazione del processo di addestramento di un modello di Intelligenza artificiale esistente, facendolo agire su di un nuovo set specifico di dati”. Nei modelli open source (come Llama di Meta, Mistral o il Deepseek cinese), questa pratica permette di utilizzare un modello già intelligente e specializzarlo in un compito specifico, o in un settore di nicchia. Tradotto in metafora scolastica, si potrebbe dire che il modello base (pre-addestrato) è assimilabile a uno studente universitario con una cultura generale vastissima: conosce la grammatica, la logica e i fatti del mondo, ma non è specializzato. Quindi, lo si sottopone a un processo di fine-tuning, che corrisponde a una sorta di master sofisticato in un settore particolare di attività. Allo stesso modo i modelli open source si possono addestrare in maniera molto personalizzata, in base alle esigenze mirate di una azienda privata di piccole-grandi dimensioni, sottoponendolo a fine-tuning sulle banche dati dell’azienda stessa che, in tal modo, rimangono all’interno della rete locale di computer aziendali. Mentre addestrare da zero un modello costa milioni di euro, al contrario il fine-tuning sui modelli open source esistenti costa assai poco. Per capirci bene: un modello piccolo (ad esempio 7 miliardi di parametri, che rispetto alle grandezze relative di scala è ben poca cosa, considerato che OpenAi gira su 1.800 miliardi parametri), con fine-tuning può superare un modello gigante (Gpt-4) in un compito molto specifico.
E qui siamo giunti al punto cercato: tutto quanto detto sopra vale anche per qualsiasi settore (equiparato di volta in volta a un’azienda piccola, media o grande) della Pubblica Amministrazione (PA, nel seguito). Pertanto, un modello evoluto di AI open source, lo si può sottoporre a fine-tuning su tutti i dati in possesso di quella determinata struttura pubblica, allenandolo su tutti i procedimenti e i processi amministrativi, comprese le norme che la governano. Facendo così in modo che, a partire dalle banche dati dell’Amministrazione, il modello sia in grado di svolgere il lavoro di base, compilando note amministrative e provvedimenti di ogni tipo, eventualmente richiesti online dai cittadini, che in tal modo bypasserebbero tutti i colli di bottiglia burocratici esistenti. Il modello addestrato, infatti, dopo aver aggirato strozzature inutili e dannose, (che oggi appesantiscono le catene decisionali burocratiche, dissipando in inefficienze e ritardi centinaia di miliardi di euro/anno), risponderebbe in tempo reale alle richieste dell’utenza, partendo dalle più semplici, per arrivare a quelle più complesse, senza sottostare a orari di lavoro, Non parliamo, poi, di che cosa tutto ciò significa in materia di provvedimenti sanitari, di gestione del personale del settore e nel supporto alle diagnosi e alle anamnesi del paziente-utente. L’AI sarebbe in grado di certificare qualunque dato sensibile in suo possesso, attingendo ai Big Data delle cartelle cliniche e a tutti i documenti sanitari registrati che riguardano i cittadini amministrati. Risvegliato dal suo sonno un po’ omertoso, anche The Economist scopre il nuovo mondo devastante delle applicazioni possibili dell’Intelligenza artificiale, focalizzandosi sull’esistenza di agenti esterni in grado di demolire letteralmente lo Stato-Leviatano del mostro burocratico.
Così, l’illustre settimanale ci racconta come l’AI sia una cosa splendida nel campo della semplificazione burocratica, perché in grado di fare le seguenti operazioni: digerire documentazione di ogni tipo; individuare vuoti normativi; compilare qualsiasi modello di richiesta in pochi attimi, come ad esempio un’istanza di contenzioso fiscale indirizzata alla PA competente. Con un fine-tuning sempre più accurato, istanze anche molto complesse indirizzate all’Amministrazione dal cittadino-utente avrebbero la stessa qualità di documenti simili predisposti da costosissimi studi legali privati. E qui arriva l’effetto monstre: i meno abbienti (in pratica, il 95 per cento della cittadinanza attiva) potrebbero rivendicare i loro diritti riconosciuti dalla legge, con lo stesso tasso di successo che oggi contraddistingue le classi sociali più privilegiate. Ma tutto ciò, ci dice allarmatissimo il quotidiano della City, potrebbe condurre allo sfascio lo Stato, a seguito dell’infausto scenario definito come “tragedia di beni comuni”, in cui individui che agiscono in modo razionale nel proprio interesse personale finiscono per esaurire o danneggiare una risorsa condivisa, creando pregiudizio all’intera collettività. Ma, subito dopo, per dovere di onestà, The Economist rileva come il modello burocratico elaborato nel XX secolo sia ormai del tutto obsoleto, ingiusto e inefficiente. L’ideologia che lo aveva creato dalle fondamenta prevedeva equo e libero accesso dei cittadini alla PA, la trasparenza del suo modus operandi e una panoplia di Authority indipendenti, mediatori, tribunali, giudici e commissari.
Ma, ciò si è rivelato del tutto fallimentare, perché solo coloro che potevano permetterselo riuscivano ad arrivare sino in fondo ai contenziosi instaurati con le pubbliche amministrazioni, pagando costosi avvocati. E, in questo campo, l’AI è in grado di smantellare alla radice questi privilegi di classe, adeguandosi ai più elevati standard professionali, in modo rapido e senza costi aggiuntivi per il cittadino richiedente. Ma questo vorrebbe anche dire che tutti i contenziosi confezionati dalle AI addestrate andrebbero a buon fine, cosicché ad esempio importanti piani regolatori che prevedono nuove costruzioni sarebbero irrealizzabili, a causa del rilevante volume di contenziosi conclusisi con successo. Invece, le controversie legali sul lavoro, anche se perfettamente documentate, non potrebbero aggirare il collo di bottiglia dei tempi giudiziari (4 anni in media) per la decisione finale del giudice! Se tutti i contenziosi fiscali fossero definiti positivamente, presto lo Stato farebbe bancarotta e non avrebbe più entrate sufficienti a disposizione.
Per evitare il collasso, suggerisce The Economist, si potrebbe agire contemporaneamente su due versanti: da un lato, aumentare al massimo l’efficienza della PA, per quanto riguarda la semplificazione amministrativa e la coerenza normativa. Dall’altro, fissare contestualmente tutta una serie di tariffazioni per l’accesso alle informazioni disponibili, in modo da scoraggiare i ricorsi temerari e similaria, proprio per evitare “alluvioni di massa” provvedimentali. Però, va anche detto che tutti gli sportelli aperti al pubblico gestiti in remoto dall’AI, per soddisfare la richiesta online di certificazioni di dati e documentazione già in possesso dell’Amminstrazione, cancellerebbe i mostruosi ritardi amministrativi esistenti nell’evasione delle richieste relative, riducendo di decine di miliardi/anno sia i costi del personale, che quelli per l’acquisto di beni e servizi necessari al mantenimento delle strutture aperte al pubblico. Basterebbe, poi, “spalmare” i risparmi sistemici così conseguiti per ampliare le coperture del welfare State esistente. Non varrebbe la pena provare?
Aggiornato il 28 agosto 2026 alle ore 09:42
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