Ritrovarsi senza un lavoro stabile, attraversare un periodo di difficoltà economiche e personali, magari senza una rete familiare o di conoscenze che possa offrire un aiuto. La fragilità può avere tanti volti e tante cause, e spesso chi vive questa condizione si trova privo di una delle principali sicurezze: quella di avere un tetto sulla testa, un luogo stabile in cui trovare rifugio.
L’Unione Europea e il modello Housing First
Negli anni, la strategia messa in campo dall’Unione Europea per contrastare povertà e marginalità sociale è stata finalizzata a promuovere un approccio che metta al centro proprio la disponibilità di un alloggio stabile, come presupposto del percorso di reinserimento sociale. È il cosiddetto modello ‘Housing First’, che capovolge l’approccio tradizionale facendo della ‘casa’ non il punto di arrivo, ma di partenza per uscire dalla condizione di vulnerabilità. L’adozione del modello si è consolidata attraverso progetti di ricerca scientifica finanziati dal programma Horizon 2020 (tra cui lo studio Home_Ee), fino a diventare un pilastro strutturale con il lancio, nel 2021, della Piattaforma Europea per il Contrasto della Condizione di Senzatetto (Epoch) e la sottoscrizione della Dichiarazione di Lisbona. Oggi, l’Unione Europea sostiene la diffusione di questo modello incoraggiando gli Stati membri a combinare le risorse del Fondo Sociale Europeo Plus (Fse+), per i servizi di accompagnamento integrato, e del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr), per l’acquisto e la riqualificazione degli immobili.
Bari e l’esperienza sviluppata grazie ai fondi Ue
Anche il Comune di Bari, nell’ambito del PN Metro Plus e Città Medie del Sud 2021-2027, ha ricevuto un finanziamento di 1 milione e 160mila euro (Fondi Fesr/Fse+) per implementare progetti nell’ottica del modello ‘Housing First’: attualmente, oltre il 90% dei fondi è stato già impiegato. In particolare, l’amministrazione comunale ha scelto di declinare questo approccio a livello locale in una maniera specifica, cioè potenziando la rete delle Case di comunità esistenti, come spiega l’assessore alla Giustizia e Benessere sociale, Michelangelo Cavone: “Abbiamo investito queste risorse implementando le strutture già esistenti, ma affiancando anche all’accoglienza tout court dei progetti di vita indipendente attraverso l’orientamento, il supporto e l’inserimento lavorativo”. “Il Comune di Bari – ricorda Cavone – aveva già investito sulla prima accoglienza, adottando un modello innovativo come quello delle case di comunità, per dare una risposta a un’esigenza emersa negli ultimi anni, con la crescita turistica della città, gli sfratti, la diminuzione degli alloggi disponibili e l’aumento degli affitti”.
“Avere a disposizione i fondi europei – evidenzia l’assessore – è stato importantissimo perché ci ha permesso di potenziare questo modello e di mettere in rete tutti i servizi esistenti”. Secondo gli ultimi dati disponibili, a Bari sono 669 le persone senza dimora censite, di cui 517 accolte in case di comunità. Ma chiaramente il lavoro del Comune di Bari non si ferma: “Per le altre, quelle che rifiutano l’aiuto – spiega Cavone – stiamo cercando di mettere in campo un approccio diverso, multidisciplinare, che coinvolga anche Asl, Sert e Csm laddove ci sono problematiche che vanno oltre la sola marginalità economica”.
L’obiettivo della strategia messa in campo dal Comune è lo stesso dell’approccio studiato dall’Unione Europea: aiutare la persona in stato di necessità a costruire un percorso di autonomia e indipendenza. “La nostra idea – dice Cavone – è quella di un welfare generativo, che punta a innovare i servizi affinché possano accompagnare queste persone fuori dallo stato di bisogno. Perché la qualità del welfare – conclude l’assessore – si misura non soltanto dalle persone che riesce ad accogliere, ma soprattutto dal numero di persone che riesce ad accompagnare verso l’uscita da quel sistema di protezione sociale”.
Il lavoro sul campo: dall’emergenza alla progettualità
La possibilità di poter contare su strutture destinate all’accoglienza stabile delle persone in difficoltà si riflette anche sul lavoro degli operatori e sull’aiuto che riescono a offrire a chi si rivolge ai servizi del Welfare. “La rete delle case comunità – spiega Antonella Gisonda, assistente sociale del Comune di Bari e referente del servizio – ci permette di rispondere alle esigenze di chi arriva da noi in situazioni emergenziali. Non parliamo solo della persona senza fissa dimora, ma anche dei nuclei familiari che improvvisamente si trovano in una situazione di precarietà”. La permanenza nella struttura residenziale può durare da tre a nove mesi, ma, in casi e condizioni particolari, può anche prolungarsi. “La disponibilità dell’alloggio diventa il primo passo: ci dà la serenità necessaria a strutturare un percorso di autonomia, all’interno del quale accompagniamo e sosteniamo la persona”.
Le testimonianze: “Così la nostra vita è cambiata”
Con un alloggio che ti accoglie, si può trovare la forza per ripartire. Come è successo alla signora Maria (nome di fantasia per tutelarne la privacy), che, poco prima della pandemia, si ritrova, come suo marito, senza lavoro e con problemi di salute, con uno sfratto esecutivo da affrontare e una figlia da accudire. “Ero praticamente per strada, ero davanti a un vero e proprio salto nel vuoto”, ricorda. Attraverso i servizi sociali del Comune, Maria viene accolta con la sua famiglia in una casa di comunità a Palese: “Abbiamo trovato un po’ di respiro”, dice ricordando quel periodo. Il percorso non è breve, ma la vita pian piano riparte: passano due anni e mezzo, sempre in graduatoria per la casa popolare, fino a quando arriva anche l’assegnazione dell’alloggio, che ha completamente restituito alla sua famiglia la serenità. Quando le si chiede cosa pensa di quel progetto che, anche grazie ai fondi Ue, le ha consentito di ritrovare un equilibrio, Maria sorride: “È stata una mano tesa quando non sapevamo davvero che fare, un aiuto concreto”.
Diversa, ma sempre legata alla rete delle case di comunità, è la storia di Sarah (anche in questo caso, nome di fantasia a tutela della sua privacy). Originaria della Nigeria, da vent’anni in Italia, Sarah si rivolge agli sportelli del Welfare del Comune di Bari durante un momento familiare delicato, segnato dalla necessità di allontanarsi dal compagno. Ha due bambini, e nessun posto in cui andare. Dopo un primo breve periodo in una struttura a Brindisi, viene accolta in una casa di comunità del Comune di Bari a Triggiano. Nel frattempo, Sarah consolida il suo lavoro come mediatrice culturale, fino a quando, anche grazie a un altro progetto (LGNeT 3), riesce a trovare una casa in affitto, dove tuttora vive con i suoi figli. “Non è stato facile, ma i servizi sociali mi hanno aiutata tanto, grazie a loro ho ricominciato a vivere”.
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