C’è pressing sull’Europa, da fuori e da dentro. C’è da tempo e più che mai in questi giorni.
Nel weekend, abbiamo assistito a una nuova svolta scioccante – l’ennesima – di Donald Trump, che il 18 settembre aveva firmato una legge che puniva con dazi gli Stati che importano gas e petrolio russi e ora è il primo a violarla con il clamoroso accordo con Putin sul diesel: via le sanzioni e sì al gasolio di Mosca in America, nella vana speranza di far crollare i prezzi ai distributori americani prima delle elezioni di midterm.
In questo modo, il presidente americano ha rilegittimato il Paese aggressore e l’idea che si possa finanziare la guerra all’Ucraina, comprando le sue materie prime. Non bastasse, ha scaricato una volta ancora Volodymyr Zelensky – «A Kiev serve un nuovo presidente» – e gli ha di fatto addossato la colpa dell’aumento dei prezzi dei carburanti, che invece è molto più legato alla guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran che agli attacchi ucraini alle raffinerie russe.
L’Europa è spiazzata: ancora una volta vede il suo principale alleato mostrarsi pronto a sacrificare l’Ucraina e ha l’impressione di essere rimasta sola a difendere il Paese aggredito. Il tutto, mentre la sortita di Trump minaccia di rafforzare le correnti – forti nel continente, molto forti in Italia – che vorrebbero riprendere a fare affari con Mosca, e che con scadenze elettorali in vista ovunque si faranno martellanti.
Come scrive Massimo Gaggi, «in questi anni ci siamo abituati ai comportamenti erratici, spesso irrazionali, di Trump, abbiamo preso atto della demolizione di ciò che restava dell’ordine internazionale nato dopo la sconfitta del nazifascismo. Ma i suoi passi degli ultimi giorni segnano un altro salto di qualità nella perdita di credibilità di questo leader, e purtroppo della politica Usa, davanti al mondo».
Siamo al punto, segnala Viviana Mazza, che i candidati repubblicani alle elezioni di midterm cercano di evitare la sua presenza ai comizi, e molti cominciano a prendere le distanze dalle sue politiche sempre più autoritarie. Ieri, l’Fbi ha fatto irruzione nella casa della deputata democratica di origine somala Ilhan Omar, una delle punte dell’anti-trumpismo, contestando il suo status di immigrata. Siamo alla persecuzione dell’avversario in quanto tale.
In confronto all’inaffidabilità ormai conclamata del suo partner ottantennale, dunque, è innocua routine il pressing che l’Europa subisce dal suo interno. Si tratta di richieste di allentamento delle regole fiscali, che proprio in prossimità delle elezioni aumentano da parte degli Stati che hanno più problemi a far quadrare i conti. L’Italia rientra storicamente nella fattispecie e quello offerto ieri da Giorgia Meloni è un esempio classico. Ha detto la presidente del Consiglio all’assemblea di Assolombarda:
«L’Italia non siede al tavolo europeo per dire sempre sì. Siede lì per dire quello che va detto quando va detto, anche se è scomodo, anche quando costa, perché l’Italia è tra le nazioni che l’Europa l’hanno fondata e ha il diritto e il dovere di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla, ma esattamente per il contrario: per renderla più forte».
Parole talmente condivisibili che tutti i predecessori della premier le hanno già dette e tutti i successori le ripeteranno. Ma in bocca a Meloni si fanno notare di più, per la sua storia di politica euroscettica, se non anti-europea, e per il flirt coltivato a lungo proprio con Trump, la cui amministrazione sembrava aver individuato nell’Italia governata dalla destra il prototipo della nazione europea amica dell’America tragata Maga, per le affinità ideologiche e per la comune avversione a un’Europa più forte. Una sintonia talmente evidente da avere suggerito a Mario Monti – la bussola più precisa nel segnalare gli allontanamenti dell’Italia dall’Europa e i loro effetti nefasti – un editoriale assai preoccupato in cui, solo nove mesi fa, scriveva che «se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria».
Poi per fortuna è intervenuta Viviana Mazza. Un giorno di aprile la nostra corrispondente ha telefonato a Trump, lui le ha risposto e le ha regalato lo scoop della rottura con Meloni, «rea» di non averlo aiutato nella guerra all’Iran: «Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo».
Ecco, l’unico effetto positivo della guerra all’Iran è stato il divorzio tra Trump e Meloni, che alla guerra non poteva proprio dire sì e a quel punto è stata indotta a un surplus di cautela con e sull’Europa. Non dormirà mai avvolta nella bandiera blu a 27 stelle e pensa ancora a un’Europa più à la carte che integrata, ma sentirle dire che vuole «renderla più forte» è importante, il segno di un’evoluzione.
Anche chiedere all’Europa più flessibilità mentre inizia la campagna elettorale è un classico da leader dell’establishment, non più antisistema, o non più nello stesso modo. Anche Marine Le Pen e perfino l’AfD tedesca non parlano più di uscita dall’euro e cominciano a rapportarsi con Bruxelles in termini più decenti. L’Europa, apparentemente malandata, ha questa capacità magica di educare i leader nazionalisti al realismo e al buon senso. Probabilmente i leader nazionalisti pensano ancora di svuotarla dall’interno a partire dall’anno prossimo, quando presumibilmente saranno al potere in tanti. Ma magari scopriranno una volta per tutte il suo valore di scudo comune.
E poi, in questa newsletter, altre cose che vale la pena leggere e sapere oggi, tra cui gli aggiornamenti sul papa, che si ricovera oggi. Ecco, se c’è un leader che si è posto naturalmente come argine al trumpismo, e che per questo si è guadagnato il rispetto universale, quello è Leone XIV. Il momento di gelo che domenica ha preceduto l’applauso di piazza San Pietro, dopo che il pontefice aveva rivelato il suo problema di salute, ha espresso il panico del mondo. C’è bisogno di questo papa, più che mai.
Le richieste di Meloni all’Europa
(e cosa c’è dietro)
Il messaggio, la risposta, il contesto: punto per punto.
Le parole della premier Parlando ad Assolombarda, Meloni ha detto che «L’Europa deve prendere atto che la crisi in Iran, la chiusura di Hormuz, l’instabilità del Mar Rosso stanno facendo salire i costi dell’energia, delle materie prime e dei trasporti e soprattutto alimentano un’inflazione che sfugge al nostro controllo, ma che pesa molto sulle famiglie, sui sistemi produttivi e sui conti pubblici». Le leggi di Bilancio, è il ragionamento della presidente del Consiglio, sono state approvate con un’inflazione programmata molto più bassa dei livelli poi raggiunti, e dunque «l’Europa non può non tenerne conto».
La lettera a Bruxelles È quella che, in vista della riunione di giovedì e venerdì del Consiglio europeo, la premier ha firmato insieme al cancelliere tedesco Friedrich Merz e al primo ministro belga Bart De Wever: è indirizzata ad Antonio Costa, il presidente del massimo organismo europeo, che riunisce i leader dei 27 Paesi. Nella lettera si chiede «una corsia preferenziale per accelerare gli investimenti in settori prioritari, a partire da energia e digitalizzazione» e «un freno contro i nuovi oneri burocratici».
La risposta di VdL È quella contenuta in una contro-lettera che la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ha mandato a tutti i 27 Paesi per invitarli, spiega Cesare Zapperi, «a non “sovraregolamentare”, cioè a non creare a loro volta troppi vincoli. Un richiamo perché ciascuno faccia la propria parte».
Ma cosa vuole esattamente l’Italia? Per capirlo bisogna partire da quello che ha appena ottenuto, pochi giorni fa: l’attivazione della «clausola di salvaguardia nazionale», in base alla quale il governo potrà spendere 14,4 miliardi nel 2027 e altrettanti nel 2028, senza che questi soldi siano conteggiati ai fini del rispetto dei vincoli sul tasso di crescita della spesa netta. In ognuno dei due prossimi anni 7,2 miliardi potranno essere destinati a spese per l’energia e 7,2 miliardi per la difesa.
Ma come vanno spesi, questi soldi? Questi 28,8 miliardi, per la Commissione europea, vanno spesi in modo molto preciso. Soprattutto, non vanno spesi per assecondare le clientele elettorali ma per fare qualcosa di strutturale, cioè che duri e che serva a tutti. Come ha spiegato Enrico Marro, insomma, Bruxelles «ha deciso di consentire agli Stati membri di spendere di più in deficit per rafforzare la difesa e per accelerare la transizione energetica verso modelli di minor consumo e basati su fonti rinnovabili».
Che vuol dire? Vuol dire basta ai bonus a pioggia come i tagli alle accise o altre forme di calmieramento dei prezzi. Questi soldi, dice Bruxelles, vanno spesi per misure strutturali che riducano l’uso di combustibili fossili e aumentino la produzione di energia pulita.
Qualche esempio? Gli esempi non mancano certo nella relazione al Parlamento con cui il governo chiede questo «scostamento di bilancio» per 28,8 miliardi autorizzato dall’Ue, e che il Parlamento dovrebbe approvare proprio oggi.
- Per le famiglie: incentivi per le pompe di calore e la sostituzione delle vecchie caldaie a gas; ecobonus al 65% sulle ristrutturazioni edilizie con efficientamento energetico.
- Per gli studenti: agevolazioni nel trasporto pubblico locale e nazionale.
- Per le imprese: misure a sostegno della produzione di energia da fonti rinnovabili (credito d’imposta) e una nuova «energy release» (quote di energia elettrica a prezzo calmierato riservate alle aziende energivore).
- Per le infrastrutture: efficientamento energetico di scuole, ospedali, università e impianti sportivi, sviluppo delle reti ferroviarie, nuovi impianti fotovoltaici, l’aumento della capacità di produzione idroelettrica e promozione del biometano. Tutte ottime idee insomma.
E allora, di nuovo: cos’altro vuole il governo? Come ha detto ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, vuole convincere la commissione Ue che «una parte delle risorse» destinate all’energia nel 2027, insomma una parte di quei 7,2 miliardi destinati a tutte le ottime idee di cui sopra, i famosi «interventi strutturali», possano essere usati invece per alleggerire le bollette. Anche questa in sé non una brutta idea, ma dal punto di vista dell’Ue rischierebbe di aprire un vaso di Pandora, anzi 27 vasi di Pandora incontrollabili, e buonanotte investimenti strutturali, quelli che servono alle prossime generazioni e non ai prossimi voti. Giorgetti la mette così: «È in corso una trattativa. E se la Ue dirà di no, sbaglia».
Ma Giorgetti ha un altro problema Ovvero, la trattativa con i singoli partiti della maggioranza, a cominciare dal suo, la Lega, ognuno dei quali ha una precisa lista della spesa per la prossima legge di Bilancio. Qualche esempio:
- Fratelli d’Italia chiede l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% fino a 60 mila euro di reddito annuo.
- Forza Italia concentra invece le richieste su giovani, lavoratori con retribuzioni basse e pensionati, con una no tax area per chi ha fino a 35 anni che renda più conveniente lavorare in Italia e contrasti l’emigrazione.
- La Lega insiste sulla pensione anticipata a 64 anni.
Come finanziare queste misure? Qui i contrasti nella coalizione si fanno più aspri: Salvini chiede un contributo di almeno 5 miliardi a banche e assicurazioni, Tajani esclude una tassa sugli extraprofitti. Fatto sta che la Corte dei Conti, intanto, avverte che nel Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) che prepara la Legge di Bilancio mancano gli effetti delle misure proposte dalla maggioranza: «Una analisi più profonda del quadro sconta anche quest’anno la carente definizione dello sviluppo programmatico del documento, in particolare a livello delle politiche di settore, e la mancata quantificazione dell’effetto finanziario delle misure che si intendono adottare nell’ambito della manovra di finanza pubblica in approvazione».
Insomma, come sempre ci sono molte idee e pochi soldi. E come sempre, se le cose si complicano, c’è lì, pronto, il «colpevole» da additare agli elettori. Ecco cosa c’è dietro il «pressing su Bruxelles».
Zelensky: «Sì alla tregua, ma dov’è?»
L’effetto Trump su Europa e Ucraina, punto per punto.
Certo, la tregua, come no Il presidente ucraino è intervenuto da remoto al Forum sulla Sicurezza di Varsavia e ha commentato con scetticismo misto a un’amara ironia l’annuncio della «tregua energetica» fatto da Trump dopo aver sdoganato l’import di gasolio russo.
«Il post del presidente Trump ha suscitato in noi un interesse reale e la speranza che sia davvero possibile arrivare a una tregua sull’energia – ha detto Zelensky -. Siamo favorevoli. È un’idea che abbiamo avanzato anche noi un mese fa, il team di negoziatori americani lo sa bene. Se la Russia vuole che fermiamo i nostri attacchi a lungo raggio contro le loro raffinerie, devono fare la stessa con il nostro sistema energetico e devono smettere di uccidere la nostra popolazione». Poi l’affondo: «La notte scorsa i jet russi hanno colpito un nostro impianto di produzione del gas e continuato i raid su Kiev. Questa è la risposta di Putin alla proposta di Trump».
Votare sì, ma come e quando? Zelensky ha parlato anche delle elezioni, che Trump pretende senza che la guerra accenni a finire: «Sono pronto a convocarle. Il nostro Parlamento sta lavorando per modificare le norme che lo impediscono. Ma in queste condizioni è impossibile. Occorre una vera tregua di almeno 60 giorni. E allora se il presidente degli Stati Uniti desidera così tanto le elezioni in Ucraina, potrebbe usare la sua influenza per convincere il leader del Cremlino a concordare un vero cessate il fuoco».
La reazione russa Come si dice in questi casi, non si è fatta attendere. «Zelensky non si è meritato la tregua – del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov -. Non ci lasceremo di nuovo ingannare da rassicurazioni e promesse. Continueremo a perseguire gli obiettivi dell’operazione speciale». Quasi irrisorio il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov: sì alla tregua in caso di voto in Ucraina, ma solo per un giorno.
Ma cos’è questo Forum sulla Sicurezza? È la riunione dei Paesi del Nord-Est dell’Europa, che va dalla Norvegia alla Romania e che, spiega Giuseppe Sarcina, è sempre più «compatto e risoluto» a difesa dell’Ucraina.
Ma per fare che cosa? «Non ci sono molte idee nuove. L’elenco è sempre lo stesso: sanzioni, missili per la difesa aerea, più produzione comune di armi, finanziamenti per far funzionare lo Stato. E proprio ieri i ministri degli esteri Ue hanno approvato un altro pacchetto di sanzioni individuali a carico di 1.600 russi attivi nell’industria militare».
Traditi da Trump Il punto è questo: con la nuova svolta americana per un accordo con la Russia ai danni dell’Ucraina e dell’Europa, gli europei tengono il punto nell’unico modo possibile, sapendo bene che «l’accordo Trump-Putin può diventare un “liberi tutti” per lo schieramento trasversale di partiti, governi e imprese che spinge per tornare ad acquistare gli idrocarburi da Mosca».
Ma non da Grynkewich Chi è costui? Alexus Grynkewich è il comandante supremo delle forze europee della Nato, una carica sempre ricoperta da militari Usa, ed è anche il comandante delle forze americane in Europa. Un uomo scelto da Trump, che a Varsavia ha parlato da alleato che più alleato non si può, e ha tuonato che la Nato è pronta a difendere «ogni porzione del suo territorio» da qualsiasi attacco, con la certezza della vittoria. Insomma, ha fatto sperare agli europei che il tradimento di Trump non sia effettivo, o definitivo.
I commenti di due grandi analisti
- Vali Nasr: «Consentendo la vendita di gasolio da parte della Russia, gli Stati Uniti hanno deciso di sacrificare ogni parvenza di obiettivo comune con l’Europa sull’Ucraina per portare avanti la guerra con l’Iran. Per l’Europa, la guerra in Ucraina e la minaccia russa rimangono il problema strategico più rilevante».
- Ian Bremmer: «Capisco che i prezzi del gasolio siano alti e che le elezioni di medio termine siano alle porte. Ma è comunque incredibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di contribuire a finanziare la guerra della Russia contro l’Ucraina».
Tutto pronto al Policlinico Gemelli di Roma: ricovero in tarda mattinata e intervento forse già in giornata per rimuovere il nodulo al polmone «in una fase molto iniziale e ben localizzato» di cui Leone XIV ha parlato domenica. Udienze sospese per venti giorni per la convalescenza e il riposo prima del viaggio in Sudamerica dal 6 al 17 novembre, cui il papa non intende rinunciare, con il clou del ritorno nella diocesi peruviana di cui è stato vescovo, Chiclayo, e la giornata nell’Amazzonia peruviana tra missionari e popoli indigeni.
Ma c’è paura per lui? Inutile negarlo, c’è. L’arcivescovo di Cagliari e segretario generale della Cei, Monsignor Giuseppe Baturi, risponde così a Ester Palma: «L’apprensione è comprensibile, quando si vuole bene a un proprio caro. E il Papa lo è. Viviamo questi giorni nella preghiera. Certo, la fede non ci risparmia domande e paure, ma ci dà una compagnia nella prova». Il Papa ha fatto bene a dirlo al mondo in diretta tv? «Prima ancora che una scelta di comunicazione, è un gesto di fiducia. Ha parlato direttamente alle persone, rendendole partecipi di una prova che tante famiglie vivono. A Lourdes, pochi giorni fa, ha detto: “Qui la fragilità non viene nascosta, ma diventa luogo di un incontro sacro”. Il Papa, chiamato a confermare i fratelli nella fede, chiede di essere sostenuto: la Chiesa vive di questa reciprocità. Nessuno è così forte da non aver bisogno degli altri».
Intanto Viviana Mazza ha scambiato un messaggio telefonico con il fratello maggiore di Leone XIV, Louis Prevost, in ospedale anche lui per curarsi un cancro. Louis è noto per le «opinioni diverse» da quelle del fratello, in particolare sull’immigrazione: è un trumpiano definito «un vero Maga» dallo stesso presidente. A Viviana ha scritto questo: «Sono sicuro che si riprenderà completamente e che continuerà nella sua missione di guidare la Chiesa cattolica. Non c’è molto altro che posso dire a parte il fatto di includerlo nelle vostre preghiere perché questa operazione vada bene e non ci siano ulteriori complicazioni».
I ricorsi contro la nuova legge elettorale
Dal numero di firme per presentare le liste all’indicazione del nome del candidato premier, dall’alternanza di genere per i capilista al premio di maggioranza: la «Rete per un voto libero è uguale», che riunisce organizzazioni, associazioni, comitati di costituzionalisti, giornalisti, legali e cittadini, ha spiegato i punti chiave dei 30 ricorsi contro la nuova legge elettorale – il cosiddetto Stabilicum o Melonellum – che saranno depositati il 26 ottobre in tutte le Corti d’appello italiane. L’obiettivo è arrivare a una pronuncia della Corte Costituzionale prima delle elezioni. Il punto di Valentina Santarpia.
Il Nobel per l’Economia
È stato assegnato a Robert Hall, 83 anni, e Michael Woodford, 71, affiliati rispettivamente alla Stanford University e alla Columbia, per i modelli teorici e le soluzioni pratiche che spiegano come gestire le fluttuazioni dei mercati, controllare l’inflazione e guidare la politica monetaria delle banche centrali. Come si legge nelle motivazioni del Comitato per il Nobel, i due economisti «hanno messo a punto nuovi modelli macroeconomici che hanno migliorato la nostra capacità di attuare politiche di stabilizzazione efficaci».
Significa che anziché basare i modelli sui legami statistici tra le classiche variabili macroeconomiche come inflazione, produzione e consumi, li hanno costruiti in base a scelte microeconomiche, quelle di famiglie e imprese. In sostanza, spiega Massimiliano Jattoni Dall’Asén, «i due ricercatori sono stati premiati sia per il significato scientifico dei loro contributi alla comprensione dei fenomeni economici, sia per l’influenza che tali contributi hanno avuto sulle politiche pubbliche globali. Questo spiega il lasso di tempo di 20-25 anni che intercorre tra la pubblicazione dei lavori degli economisti e la loro assegnazione, un periodo che permette di apprezzarne appieno l’impatto».
La morte di Giorgio Bracardi
L’attore comico lanciato da Gianni Boncompagni e Renzo Arbore ad Alto Gradimento – celebri i ruoli dell’uccellaccio Scarpantibus e del giornalista Max Vinella – aveva 93 anni ed era fratello del musicista e attore Franco Bracardi. Qui il ritratto firmato da Chiara Maffioletti. E qui Aldo Cazzullo, nella risposta ai lettori, spiega perché un altro personaggio di Bracardi, il fascista Ermanno Catenacci, «è all’8 per cento, e magari un domani sarà al governo». Avete capito, c’è pure la rima.
Oggi secondo turno con Inter-Bruges e Villarreal-Napoli: doppio appuntamento alle 21 su SkySport e Sky. Paolo Condò spiega i 5 motivi per cui rispetto alla prima giornata nel calcio italiano «si respira un’aria nuova» (tra poco sul sito).
5 cose da leggere/ascoltare
- L’ex cancelliere tedesco Olaf Scholz, intervistato da Mara Gergolet, dice che è ora che tutti (anche la sinistra) capiscano che «chi ci serve al ristorante non vale meno di un laureato» e che «bisogna tenere l’Afd lontana dal potere».
- «Fanno un deserto, e lo chiamano produttività»: cronache da San Francisco, dove l’AI ha già creato l’efficienza e la disuguaglianza che verranno: il racconto di Federico Fubini.
- Ora Anthropic ci impone di non «maltrattare» l’AI (e non sta scherzando). Ecco perché, spiegato da Riccardo Luna.
- Riscatto della laurea: quanto costa oggi, quando conviene (e quando è una trappola). I conti dai 30 ai 60 anni: il punto di Andrea Carbone.
- Il podcast Giorno per Giorno, con Viviana Mazza, Anna Momigliano e Cesare Zapperi sul voto di midterm in America, il conflitto tra Houthi e sauditi e le richieste italiane all’Ue: potete ascoltare tutto qui.
L’elefante nella stampa
A sinistra parlano più di Renzi che di bollette, più di Renzi che di Putin, più di Renzi che di sé stessi (ed è tutto dire). Vogliono garanzie perché non si fidano. Conoscono il loro pollo, che poi è una vecchia volpe e ha un carattere intonato al destino: provocare scompiglio. Il piano che gli attribuiscono è semplice: utilizzare il suo pugno di voti (decisivo affinché scatti il premio di maggioranza) per cercare di farli vincere e, un minuto dopo la vittoria, per cercare di farli perdere. A lui interessa che nel nuovo Parlamento non ci sia una maggioranza in grado di portare Giorgia Meloni al Quirinale. Scongiurato quel rischio, il Renzi della prossima legislatura lo immaginano come un alleato provvisorio e improvvisato perché smanioso d’improvvisare: oggi qui, domani là o forse boh.
Considerati i precedenti, la diffidenza dell’elettore medio di centrosinistra può risultare persino comprensibile. Il problema è che i suoi leader (accadde già in passato con personaggi ben più ingombranti come Craxi) stanno trasformando la diffidenza in ossessione. Davanti ai giornalisti parlano soltanto di Renzi. O meglio, di come non intendano parlare di Renzi. E, mentre negano di farlo, lo fanno. La mente umana non riconosce la negazione. Se uno ti dice: «Non pensare a un elefante nella stanza», finirai per pensare proprio a quello. Così tutti pensano a Renzi dicendo che non intendono pensarci, ma intanto chiedendosi che cosa starà pensando lui.
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