MILANO – Pronti via, senza correre. Il Micam parte con i saluti dei ministri Antonio Tajani e Adolfo Urso. Tra le righe, hanno inviato due lettere, il ministro degli Esteri cerca il lato positivo, puntando sul fatto che la Cina torna a crescere. A questo, aggiunge Urso, che guida il Mimit: “Affrontiamo consapevolmente anni di sfide complesse, dobbiamo salvaguardare eccellenza e legalità e contrastare l’ultra fast fashion. E lo facciamo insieme con la Francia e con il tavolo moda che ci permette di monitorare le esigenze delle imprese e i flussi di mercato per anticipare scelte”.
Per far crescere il tema della manifattura come cultura, accelera il progetto che vuole arrivare al riconoscimento di ‘patrimonio immateriale Unesco’, affidato dalle associazioni della moda, che fanno parte del comitato promotore, al presidente di Fondazione Fiera Milano, Giovanni Bozzetti.
“La calzatura italiana non è solo prodotto: è cultura, memoria, identità, è ciò che sappiamo custodire e trasmettere. Un patrimonio umano, vivo, condiviso e universale, che attraversa generazioni”. Ricordando a tutti quello che sosteneva Maria Montessori, ‘le mani sono strumenti dell’intelligenza’.
E questo respireranno i 758 marchi presenti in esposizione, di cui 378 italiani e 380 internazionali. Confermato quindi il sorpasso sul tricolore, considerando anche che gli espositori presenti provengono da 29 Paesi, con Spagna, Turchia, Brasile, Germania e Portogallo tra i principali mercati internazionali rappresentati. E che a livello di buyer sono stati coinvolti 130 Paesi. Una manifestazione che cerca di essere sempre più consultabile, con Qrcode disseminati in ogni corridoi per scaricare trend guide, programmi e dati. E che al contempo si muove insieme con le altre realtà come Mipel, Simac, Fashion&Jewels, The One, unite sotto il brand del Fashion Link che quest’anno ha perso il vagone di Lineapelle.
Milano è il luogo scelto, non a caso. “Il nostro rapporto con le fiere – spiega Elena Buscemi, presidente consiglio comunale di Milano – è molto stretto. Per noi sono economia e cultura. Siamo la città più internazionale d’Italia”. Che ambisce, come tutti i distretti, a diventare parte dell’Unesco.
Elena Lorenzini, vicecapo di gabinetto del Mimit, è la presidente del comitato scientifico. Non poteva mancare, per cui si collega da Roma. “La candidatura Unesco è fondamentale, ci crediamo. Con la presidente Giovanna Ceolini abbiamo avviato un consolidato percorso tra l’industria della moda e il ministero, dando attenzione a calzature e accessori. Made in Italy non è un brand, ma un’esperienza. perché dietro ci sono storie meravigliose come quella della calzatura italiana”.









Ascolta la presidente di Assocalzaturifici, Giovan Ceolini, che poi rilancia: “Al Micam, ci attendiamo 20mila visitatori. Siamo la fiera di un prodotto che gira per il mondo. Abbiamo aziende conosciute da nicchie di consumatori che non comprerebbero altro che scarpe fatte bene e curate, con un prezzo giusto, elemento importante per il consumatore. Non possiamo essere la Cina, non possiamo fare quantità. Dobbiamo continuare a investire nella qualità. La scarpa determina il resto dell’abito. Stilisti cercano ‘scarpe interessanti’ il che significa capire l’identità del paio. La giusta scarpa per quell’abbigliamento fa esaltare il prodotto. E questo è stato capito”.
Ora una nuova sfida, il riconoscimento Unesco che Ceolini, artefice del progetto, ha deciso di condividere con Bozzetti. “La calzatura è un prodotto di eccellenza produttiva. E questo lo sappiamo. Ma c’è un particolare. Non si esalta un tipo di scarpa o un brand, ma un sistema che nasce in una fabbrica, passa per i musei, le scuole e le istituzioni. Un settore che impara tecniche, che trova soluzioni che neppure un ingegnere saprebbe immaginare. Gli artigiani sono spesso ingegneri senza laurea. Una vera comunità di praticanti”.
Per Bozzetti, che oggi guida il piccolo colosso targato ‘Fondazione Fiera Milano’ è un ritorno alle origini, avendo ricoperto a inizio millennio il ruolo di assessore con delega alla moda nel comune di Milano. “Da sostenitore del Made in Italy, ritengo che alla base della sua fortuna nel mondo ci sia soprattutto la cultura: dell’imprenditorialità e del saper fare. Se dovessimo andare verso l’omologazione del prodotto, saremmo senza dubbio sconfitti nel confronto con altre economie che possono contare su politiche di dumping e su costi di produzione più bassi. Per cui – spiega Bozzetti mentre stringe la mano alla Ceolini – senza cultura non ci sarebbe il Made in Italy. E noi, come Fiera, che nei nostri padiglioni esponiamo e valorizziamo le eccellenze del Made in Italy, dobbiamo sostenere sempre di più questa cultura”.
Del resto, è il messaggio generale che si alza dal Micam e che già è risuonato dentro al Mimit, dietro una scarpa c’è un patrimonio che va oltre il prodotto. “Ci sono storie imprenditoriali, storie di artigiani e una cultura che affonda le proprie radici nel tempo. Per realizzare una scarpa sono necessari centinaia di passaggi. Oggi può essere molto semplice, per altre realtà produttive e per altri Paesi, realizzare una scarpa attraverso un numero ridotto di lavorazioni, ma non avrà la qualità di una scarpa italiana” prosegue il presidente Bozzetti.
“La candidatura della cultura della scarpa a patrimonio dell’Unesco mi sembra non solo auspicabile, ma addirittura doverosa. Potrebbe rappresentare anche un volano economico, come lo è stato per il cibo (e i teatri, ndr). Il riconoscimento, significa valorizzare nel mondo ciò che è autenticamente italiano e tutelarlo da chi tenta di copiarlo o di presentare come Made in Italy un prodotto che Made in Italy non è”.
È un percorso complesso, lo sa bene. Ma ha un vantaggio. “Il Governo è vicino a questo percorso. Lo sono il ministro Urso e il ministro Tajani e sono certo che ci sia attenzione anche da parte degli altri rappresentanti del Governo, come Giuli. Nei prossimi giorni parlerò con loro insieme con la presidente Meloni. Poi ci recheremo poi anche a Parigi, dove potremo confrontarci con il nostro ambasciatore presso l’Unesco. L’obiettivo è quello di coronare questo sogno, sono certo che presto possa diventare realtà. Lo dobbiamo alle maestranze, agli artigiani, a chi lavora ogni giorno per non disperdere un patrimonio immateriale” conclude Bozzetti.
Raffaele Vitali
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