
di Edoardo Ferragina – Il contenzioso tributario non è soltanto la sede in cui si verifica la fondatezza della pretesa dell’amministrazione finanziaria, ma rappresenta spesso un evento che incide sulla salute economica dell’impresa, senza che l’esito favorevole sia necessariamente sufficiente a neutralizzarne gli effetti. Lo documenta lo studio pubblicato dalla Banca d’Italia nella collana Questioni di Economia e Finanza (n. 980, novembre 2025), a firma di Mario Cannella, Maria Enza Castiglia e Giacomo Marcolin, che incrocia l’archivio del Ministero dell’Economia e delle Finanze sui procedimenti di merito, circa 715.000 tra il 2006 e il 2022, con i bilanci Cerved dell’universo delle società di capitali private non finanziarie. Ogni anno circa 23.000 società avviano una lite fiscale, il 2 per cento del totale, una quota scesa dal 3,1 per cento della metà degli anni Duemila all’1,2 per cento del 2022. Nell’insieme del periodo, circa 170.000 società hanno affrontato almeno un contenzioso di natura fiscale.
Il risultato più significativo riguarda le imprese che restano sul mercato dopo l’apertura del giudizio. Confrontando le società con contenzioso con un gruppo di controllo selezionato per territorio, settore, classe di rischio ed età, gli autori osservano una flessione di attivo, ricavi, debito, investimenti, utili e numero di dipendenti che comincia con l’insorgere della lite e non si riassorbe negli anni successivi. La contrazione riguarda anche le società che vincono in primo grado e ciò suggerisce come una parte del costo economico del contenzioso possa maturare indipendentemente dall’esito finale della controversia.
Uno dei possibili fattori che contribuisce a spiegare questo effetto è rappresentato dall’immediata esecutività degli atti fiscali e dal conseguente esborso anticipato di somme destinate a rimanere indisponibili fino alla conclusione del giudizio. A ciò si aggiungono il contributo unificato tributario, commisurato al valore della causa entro una forbice compresa fra 30 e 1.500 euro, e le spese di difesa tecnica, che non sempre vengono rimborsate neppure in caso di esito favorevole. Sul piano aziendale, agli effetti misurati dallo studio possono aggiungersi altri costi difficili da quantificare, come gli accantonamenti connessi al rischio fiscale e, nei casi più rilevanti, le possibili ricadute sulla gestione finanziaria e sull’accesso al credito.
Il fattore temporale amplifica lo squilibrio in quanto, secondo lo studio, un giudizio dura in media 588 giorni in primo grado e 732 in secondo, con tempi più lunghi nel Mezzogiorno. Considerando anche il tempo che normalmente intercorre tra l’anno d’imposta e l’avvio della controversia, per le controversie che attraversano entrambi i gradi di merito l’orizzonte temporale complessivo può collocarsi intorno agli otto anni.
Sulla prevedibilità delle decisioni il quadro resta assai problematico. Il tasso di inversione fra primo e secondo grado si attesta intorno al 33 per cento e non mostra miglioramenti nel tempo, a fronte di un valore vicino al 13 per cento nella giustizia civile. Gli autori precisano che il dato è ricostruito dall’identità della parte appellante, non dall’osservazione diretta dell’esito nei due gradi, ma l’ordine di grandezza segnala un’instabilità difficile da giustificare. Cambia intanto anche il baricentro degli esiti: nel periodo osservato il 44 per cento dei giudizi si è chiuso a favore dell’ente impositore e il 32 per cento a favore dei contribuenti, con una quota crescente di pronunce favorevoli al Fisco a partire dal 2008.
Sul fronte della sopravvivenza delle imprese, il divario nei tassi di uscita dal mercato si assesta intorno a due punti percentuali ed è interamente attribuibile alle società soccombenti, mentre le vincitrici non si discostano dal gruppo di controllo. Conta soprattutto la proporzione fra lite e attività: per le imprese la cui controversia supera il 10 per cento del fatturato, circa un terzo del campione, i tassi di uscita crescono in misura netta, mentre al di sotto di quella soglia non emergono differenze. Le più esposte sono le società con attivo ridotto ed elevato indebitamento, meno capaci di assorbire uno shock avverso.
Resta aperta una questione di politica legislativa in quanto lo studio stima che l’introduzione della mediazione tributaria abbia ridotto di oltre il 30 per cento le controversie con l’Agenzia delle Entrate interessate dalla soglia di 20.000 euro. L’ampliamento dell’istituto nel 2016, fino alla soglia di 50.000 euro, avrebbe prodotto una riduzione di circa il 20 per cento per le controversie con l’Agenzia delle Entrate e di circa il 3 per cento per quelle con gli altri enti. L’istituto è stato abrogato dal d.lgs. 220/2023, e gli stessi autori segnalano il rischio di una ripresa del volume complessivo delle controversie, con effetti a catena sulla durata dei procedimenti. La professionalizzazione della magistratura tributaria introdotta dalla legge n. 130/2022 rappresenta, almeno nelle intenzioni del legislatore, un possibile fattore di miglioramento della qualità e della stabilità delle decisioni.
Lo studio non consente di attribuire ogni peggioramento direttamente alla controversia, ma mostra una relazione persistente e statisticamente significativa tra l’apertura del contenzioso e l’indebolimento di numerosi indicatori aziendali. L’avvio della lite fiscale è già di per sé un costo per il sistema produttivo, e una giustizia tributaria rapida, specializzata e prevedibile non è una questione procedurale ma una condizione di tutela dell’economia reale.
Edoardo Ferragina è avvocato tributarista, iscritto all’albo speciale per il patrocinio davanti alla Corte di cassazione. Guida lo Studio Legale Tributario Ferragina & Partners, con sedi a Viareggio e Roma, e si occupa di contenzioso tributario. Svolge regolarmente attività di docenza e scrive su altre testate specializzate. È curatore della collana giuridica Diritto & Diritti e direttore della rivista giuridica Neotepa ed è iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Toscana, elenco speciale, e cura per Toscana Today la rubrica Giuridica.
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