Premessa
Il punto di partenza della nostra analisi è un giudizio politico prima ancora che contabile del governo Meloni. In quasi quattro anni di governo, l’esecutivo si è comportato come un amministratore dei conti: ha mantenuto la finanza pubblica entro i binari europei quasi come un governo tecnico, senza uno straccio di politica economica e industriale. Il governo è intervenuto a margine sul terreno fiscale -IRPEF-, ma la principale misura rimane quella delineata dal governo Draghi, cioè quella della riduzione del cuneo fiscale. Il contesto macroeconomico e geopolitico non ha certo aiutato: crisi energetica, guerra in Ucraina, inflazione, debolezza della crescita europea e, dal 2024, un quadro di regole fiscali profondamente modificato hanno ristretto lo spazio d’azione, ma non possono diventare una scusante. Proprio perché i margini erano stretti, la politica avrebbe dovuto essere ancora più visibile nella scelta delle priorità e nella costruzione di una strategia di crescita. È su questa distinzione, tra vincoli esterni e capacità politica di usare lo spazio disponibile, che si fonda il nostro ragionamento. Alla fine, il governo non è stato capace di incidere in nessuno dei principali problemi del paese, se non agevolando gli amici che diffidano dello Stato e del fisco.
Il vincolo europeo
Dal 2024 è entrato in vigore il nuovo Patto di stabilità e crescita. È un sistema più articolato e, per alcuni aspetti, più flessibile rispetto al precedente: abbandona almeno in parte l’applicazione meccanica delle vecchie regole e introduce piani nazionali pluriennali, con la possibilità di estendere il periodo di aggiustamento da quattro a sette anni in presenza di riforme e investimenti. Ma sarebbe un errore confondere questa maggiore flessibilità con una vera libertà di politica economica.
Il nuovo Patto costruisce infatti un vincolo pluriennale sulla spesa pubblica netta, apparentemente coerente con la sostenibilità del debito e con un percorso di aggiustamento del saldo strutturale. Per un Paese come l’Italia, con un debito superiore al 90% del PIL, il sistema prevede inoltre una riduzione media del rapporto debito/PIL e incorpora una salvaguardia che porta il disavanzo strutturale verso l’1,5% del PIL. Formalmente non si tratta di un limite al deficit nominale; nella sostanza, tuttavia, quell’1,5% costituisce un’ancora fondamentale della nuova governance fiscale europea.
Il problema è che variabili come PIL potenziale, output gap e saldo strutturale non sono direttamente osservabili. Derivano da stime e metodologie che possono essere riviste nel tempo e che, proprio perché determinano la traiettoria consentita della spesa pubblica, finiscono per avere conseguenze molto concrete sulla politica economica.
Una parte rilevante della discrezionalità dei governi viene così trasferita dalla decisione politica annuale a un percorso pluriennale costruito sulla base di queste variabili. Il nuovo Patto è dunque diverso dal vecchio, ma non ha eliminato il problema di fondo: la politica fiscale nazionale rimane fortemente condizionata da vincoli quantitativi definiti a livello europeo. In questo modo, la politica di bilancio rischia di trasformarsi da strumento per orientare la crescita, l’occupazione e la trasformazione produttiva in un esercizio permanente di compatibilità finanziaria, senza che nel frattempo si predisponga un vero e proprio bilancio pubblico europeo.
Il vincolo europeo va dunque tenuto presente, non per attenuare il giudizio politico, ma per renderlo più preciso. La questione non è soltanto quanto il governo abbia speso o risparmiato, quanto abbia ridotto le imposte o aumentato la spesa. È soprattutto capire come abbia utilizzato lo spazio fiscale disponibile e se lo abbia impiegato per affrontare i problemi strutturali dell’economia italiana oppure, più semplicemente, per amministrare il vincolo. In un quadro così restrittivo, l’assenza di una strategia economica e industriale non è meno rilevante: lo è di più.
Quadro macroeconomico generale: molti investimenti, poca crescita
Il governo Meloni si è insediato in una fase storica estremamente complicata. L’insediamento nell’autunno del 2022, nel pieno della formazione della Legge di Bilancio, non ha certamente facilitato il compito. Tutti i principali Paesi europei hanno incontrato difficoltà significative, a partire da Francia e Germania. Tuttavia, le politiche economiche adottate dal governo italiano sono apparse, da un lato, marginali rispetto ai problemi strutturali del Paese e, dall’altro, in sostanziale continuità con quelle adottate dal governo Draghi. È il caso, per esempio, del taglio del cuneo fiscale e della riduzione del carico fiscale sul cosiddetto ceto medio, accompagnati da flat tax e da forme di condono fiscale nemmeno troppo mascherate.
Il quadro della crescita conferma le difficoltà strutturali che caratterizzano da tempo l’economia italiana. Nel periodo 2016–2025, il PIL italiano a prezzi costanti 2020 è cresciuto a un tasso medio annuo dell’1,06%, rispetto all’1,35% dell’Euro Area a 21 paesi, con un differenziale di circa 0,29 punti percentuali annui. Nello stesso periodo, Spagna e Francia sono cresciute rispettivamente dell’1,87% e dell’1,25% medio annuo. La distanza si è ridotta in alcuni anni, ma è tornata ad ampliarsi nel 2025. La dinamica del PIL riportata nella Figura 1 mostra con chiarezza quanto il Paese continui a faticare nel confronto con le principali economie europee. La Germania, cresciuta invece a un tasso medio annuo di appena lo 0,58%, rappresenta l’altra grande economia in difficoltà dell’area euro e offre un termine di confronto particolarmente interessante. Il confronto mostra come l’ancoraggio a strutture produttive consolidate non sia necessariamente una garanzia di buoni risultati economici. In linea teorica, quando cambia il contenuto tecnologico della domanda, dovrebbe cambiare anche la struttura produttiva necessaria a soddisfarla. Se questo adeguamento non avviene, la dinamica del PIL rimane condizionata, come sembra essere accaduto, seppure con modalità differenti, in Germania e in Italia. Va inoltre osservato che questa dinamica non sembra essere cambiata sostanzialmente nel tempo, nonostante gli investimenti italiani abbiano registrato una crescita particolarmente sostenuta rispetto agli altri Paesi dell’area euro.
Come mostrato in Figura 2, ponendo pari a 100 il valore del 2016, gli investimenti nazionali raggiungono quota 140 nel 2025, con una crescita mediamente superiore di poco più di 8 punti rispetto alla media dei Paesi dell’area euro. Si tratta di una dinamica rilevante, in larga misura collegata anche all’attuazione del PNRR. Eppure, nonostante questa forte crescita degli investimenti, il PIL continua a crescere sistematicamente meno rispetto alla media europea. È questo uno degli aspetti più interessanti del quadro macroeconomico italiano: l’aumento quantitativo degli investimenti non sembra essersi tradotto in un analogo aumento della capacità di crescita dell’economia. La maggiore spesa per investimenti, insomma, non si è tradotta nei risultati di crescita attesi. È come se il moltiplicatore degli investimenti italiani fosse significativamente più basso di quello osservabile nella maggior parte delle economie europee. Naturalmente, questa interpretazione richiederebbe una verifica econometrica puntuale; tuttavia, il dato descrittivo suggerisce che la maggiore quantità di investimenti non sia stata sufficiente a modificare i meccanismi strutturali attraverso i quali l’economia italiana genera crescita.
Riemergono così i vecchi e mai risolti problemi della struttura produttiva italiana.

Guardare alla sola quantità degli investimenti, tuttavia, non basta: conta anche la loro intensità tecnologica, misurata attraverso il rapporto tra spesa in R&S e investimenti complessivi (Figura 3). L’indicatore mostra che gli investimenti nazionali presentano una propensione limitata all’innovazione tecnologica rispetto ai principali partner europei. Soprattutto, l’intensità tecnologica degli investimenti italiani diminuisce nel tempo: da circa l’8% del 2016 si scende al 6,3% del 2024. La riduzione diventa particolarmente evidente proprio negli anni nei quali prende forma l’imponente ciclo di investimenti associato al PNRR.
La questione decisiva non è soltanto quanto l’Italia abbia investito, ma in che cosa abbia investito e quanto questi investimenti siano riusciti a modificare la struttura produttiva. Il PNRR ha certamente aumentato il volume degli investimenti, ma non sembra aver modificato in misura significativa il motore tecnologico dell’economia italiana. La metafora può essere spinta oltre: abbiamo aumentato gli investimenti, ma la macchina produttiva rimane sostanzialmente quella dei primi anni Duemila.

La stessa difficoltà si ritrova nella dinamica dei consumi delle famiglie (Figura 4) e, soprattutto, in quella dei salari (Figura 5). In entrambi i casi, l’Italia presenta valori inferiori rispetto ai principali Paesi europei. La quota dei salari sul PIL si colloca intorno al 29% nel 2025, un valore significativamente distante dal 45% della Germania e dal 38% circa di Francia e Spagna. Una parte di questa differenza è certamente riconducibile alla diversa struttura del mercato del lavoro e dei sistemi produttivi nazionali. Tuttavia, la distanza rimane rilevante e non può essere ignorata: un’economia che mantiene così bassa la quota del reddito destinata al lavoro fatica inevitabilmente a sostenere una dinamica robusta dei consumi interni e, più in generale, della domanda. Le conseguenze non riguardano soltanto la distribuzione del reddito, ma il funzionamento complessivo del sistema economico. Salari più bassi significano minore capacità di consumo delle famiglie; minori consumi riducono la domanda interna; una domanda interna debole rende più difficile sostenere investimenti, innovazione e produttività. Si crea così un circuito che tende ad autoalimentarsi.


In sintesi, nonostante le ingenti risorse mobilitate attraverso il PNRR e le politiche economiche adottate dopo il 2022, la struttura economica e reddituale del Paese sembra essere rimasta sostanzialmente invariata. L’aumento degli investimenti non ha modificato in misura significativa l’intensità tecnologica del sistema produttivo; la crescita del PIL continua a essere inferiore alla media europea; salari e consumi rimangono relativamente depressi. Anche le principali iniziative fiscali adottate dal governo — dal taglio del cuneo fiscale alla riduzione delle aliquote — non sembrano aver prodotto un cambiamento strutturale nella posizione dell’Italia rispetto alle altre economie europee. Possono avere avuto effetti sul reddito disponibile di alcune categorie di lavoratori e contribuenti, ma non hanno modificato i meccanismi profondi che determinano la bassa crescita italiana.
Il confronto con l’Europa porta quindi a una conclusione: la questione non è tanto la quantità di risorse mobilitate, quanto la capacità dell’economia italiana di trasformarle in cambiamento strutturale. L’Italia ha investito di più, ma non è riuscita, almeno finora, a cambiare in misura proporzionata il proprio modello di crescita.
La spesa pubblica italiana e il peso del debito
Le scelte di politica economica dei governi possono essere lette anche attraverso la destinazione della spesa pubblica, che nel caso europeo è descritta dalla classificazione COFOG (Classification of the Functions of Government), cioè la classificazione delle funzioni delle amministrazioni pubbliche tra il 2016 e il 2024. La COFOG consente di osservare come vengono allocate le risorse pubbliche tra le principali funzioni dello Stato: servizi generali, difesa, ordine pubblico e sicurezza, affari economici, protezione dell’ambiente, abitazioni e assetto del territorio, sanità, attività ricreative, cultura e religione, istruzione e protezione sociale. Per rendere più completa la lettura delle scelte di politica economica abbiamo considerato separatamente anche la spesa per interessi sul debito pubblico, che rappresenta una componente particolarmente rilevante della spesa pubblica e, soprattutto, una voce sulla quale il governo dispone di margini di intervento molto limitati nel breve periodo.
Anche senza entrare, per il momento, nella dinamica delle singole componenti della spesa, emerge un dato generale (Tabella 1): la distribuzione della spesa pubblica italiana tra le diverse funzioni è, nel complesso, abbastanza vicina a quella media europea. Questa apparente normalità merita però una riflessione: quanto sia difficile modificare in modo significativo la composizione della spesa pubblica all’interno dell’attuale quadro europeo di regole fiscali. Il Patto di stabilità e crescita, e più in generale l’insieme dei vincoli che regolano la finanza pubblica degli Stati membri, tendono infatti a restringere i margini disponibili per politiche economiche nazionali fortemente differenziate. In questo senso, il quadro europeo rischia di irrigidire la composizione della spesa, rendendo più difficile spostare risorse verso quelle funzioni che un Paese considera strategiche. Alla fine, le regole fiscali finiscono per consolidare debolezze strutturali che appartengono ai singoli bilanci nazionali. Il caso italiano è particolarmente evidente.
Nel 2024 la spesa sanitaria italiana assorbe circa il 13,20% della spesa pubblica complessiva e si colloca circa due punti percentuali al di sotto della media europea, mentre quella per l’istruzione (circa 8,0%) risulta inferiore di circa 1,5 punti, mentre la spesa per la protezione sociale (42,2%), invece, è poco più alta della media europea (40,7%). Più che la quantità complessiva della spesa pubblica e alla sua composizione, sarebbe il caso di orientarla verso le funzioni che determinano, nel lungo periodo, benessere, produttività e capacità competitiva.
A comprimere ulteriormente i margini di riallocazione interviene il peso della spesa per interessi sul debito pubblico. Nel caso italiano, la spesa per interessi assorbe quasi 90 miliardi di euro l’anno, pari a circa l’8% dell’intera spesa pubblica. È una quota molto superiore sia alla media europea, che si colloca intorno al 4%, sia a quella dei principali Paesi europei: circa il 2,3% in Germania, il 5,5% in Spagna e il 3,5% in Francia (Tabella 2).
La differenza non è soltanto contabile. Gli interessi sul debito assorbono risorse che vengono sottratte ad altri possibili impieghi senza produrre, di per sé, nuovi servizi pubblici, infrastrutture, ricerca, istruzione o investimenti. Sono una componente della spesa che deriva dalle decisioni di indebitamento accumulate nel passato e che condiziona, nel presente, la capacità dei governi di assumere nuove decisioni. Qui si concentra uno dei nodi centrali della politica economica italiana. Il governo italiano — passato, presente e futuro — deve destinare ogni anno una quantità molto significativa di risorse al servizio del debito. Ne deriva un vincolo di bilancio strutturale che limita la possibilità di modificare la composizione della spesa pubblica e rende più difficile finanziare nuove priorità senza aumentare ulteriormente il debito o ridurre altre voci di spesa. Per questa ragione riteniamo che la questione degli interessi sul debito pubblico non possa essere considerata esclusivamente un problema nazionale. La dimensione raggiunta dal debito e, soprattutto, il costo della sua remunerazione dovrebbero entrare più decisamente nella discussione europea sulla politica economica.
Il tema, peraltro, non riguarda soltanto l’Italia. Se gli Stati europei destinano una quota crescente delle proprie risorse al servizio dei debiti accumulati, la conseguenza è una riduzione della capacità complessiva dell’Europa di finanziare le trasformazioni necessarie: dalla transizione energetica alla ricerca, dalla sanità all’istruzione, dalle infrastrutture alla politica industriale e, oggi, alla sicurezza e alla difesa, sempre che siano realmente urgenti.
Il rischio è dunque duplice. Da un lato, l’Italia rimane condizionata dall’elevato stock di debito e dal relativo costo finanziario; dall’altro, l’Europa nel suo complesso rischia di rimanere prigioniera di una politica economica prevalentemente orientata alla gestione dei vincoli di bilancio, proprio nel momento in cui sarebbe necessario modificare il proprio modello di sviluppo.
È in questo quadro che va collocata anche la discussione sull’aumento della spesa militare legato all’attivazione della clausola di salvaguardia europea. Va però sottolineato il carattere ancora ipotetico di alcune delle conseguenze che vengono prospettate. L’aumento della spesa per la difesa può certamente rispondere a esigenze geopolitiche e di sicurezza, ma rischia di entrare in tensione con la necessità, altrettanto urgente, di modificare il “motore” dell’economia europea. La scelta riguarda quindi non soltanto quanto spendere, ma come allocare risorse pubbliche scarse tra obiettivi diversi e concorrenti. La lettura della spesa attraverso la COFOG permette proprio di rendere visibile questa scelta.
Il nodo è quello dei costi opportunità: ogni aumento significativo di una voce di spesa, in presenza di vincoli di bilancio stringenti e di un elevato costo del debito, rende più difficile finanziare altre funzioni pubbliche. La discussione sulla politica economica europea non dovrebbe quindi limitarsi alla dimensione quantitativa della spesa, ma interrogarsi sulla sua composizione e sulla capacità degli Stati membri di orientarla verso gli investimenti necessari ad affrontare le trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali dei prossimi anni.
| Tabella 1, Differenza % allocazione risorse per missione tra il bilancio pubblico italiano e quello Europeo a 21 paesi nel 2024 | ||||||||||
| Servizi pubblici generali |
Servizio del debito pubblico |
Difesa | Ordine pubblico e sicurezza |
Affari economici | Alloggi e servizi per la comunità |
Tutela ambientale |
Salute | Tempo libero, cultura e religione |
Istruzione | Protezione sociale |
| 2,90 | 4,00 | -0,20 | 0,10 | -0,50 | 0,10 | 0,10 | -2,00 | -0,60 | -1,30 | 1,50 |
| Elaborazione su dati Eurostat | ||||||||||
Debito alto, ma conti fuori controllo?
Sui conti pubblici italiani esiste un giudizio ormai consolidato: l’Italia ha un problema di finanza pubblica particolarmente grave, soprattutto a causa dell’elevato debito. È un giudizio che contiene una parte di verità, ma che rischia di essere fuorviante se non viene confrontato con l’andamento dei principali Paesi europei.
Il debito pubblico italiano è effettivamente il più elevato in rapporto al PIL tra i grandi Paesi europei (Tabella 2). Questo dato ha conseguenze rilevanti, soprattutto per il costo degli interessi e per la difficoltà di ridurre rapidamente il rapporto debito/PIL. Tuttavia, osservando la dimensione complessiva del debito europeo, il quadro appare meno eccezionale di quanto spesso venga rappresentato. Al netto della Spagna, il cui debito rappresenta circa il 12% del debito aggregato europeo, Germania, Francia e Italia contribuiscono ciascuna per oltre il 20% del totale. La necessità di rifinanziare il debito, quindi, non riguarda esclusivamente l’Italia. Questo non significa naturalmente che il debito italiano non rappresenti un problema: significa piuttosto che il solo rapporto debito/PIL non è sufficiente per descrivere la sostenibilità dei conti pubblici di un Paese. Anche altri grandi Stati europei presentano livelli di indebitamento importanti e devono continuamente rifinanziare una quota consistente del proprio debito. Per questo, è utile spostare l’attenzione dal solo numeratore al denominatore. Per l’Italia, dunque, conta non soltanto la quantità di debito accumulata, ma anche la crescita insufficiente del PIL. Un’economia che cresce lentamente rende infatti più difficile ridurre il rapporto debito/PIL, anche quando il debito non aumenta in modo particolarmente rapido. È una distinzione importante: il rapporto può rimanere elevato non soltanto perché il debito cresce, ma anche perché il reddito nazionale cresce troppo poco.
Questa considerazione aiuta anche a leggere il problema degli interessi sul debito. Il maggiore livello di indebitamento italiano comporta certamente un maggiore rischio e, quindi, un costo di finanziamento più elevato. Ma resta da spiegare perché il costo del servizio del debito debba risultare così penalizzante rispetto ad altri Paesi europei che presentano anch’essi livelli di indebitamento elevati. Il divario non può dunque essere ricondotto esclusivamente alla dimensione assoluta del debito italiano.
| Tabella 2, Debito pubblico e servizio del debito nei principali Paesi dell’area euro | ||||||||||||
| A. Debito pubblico consolidato lordo (milioni di euro a prezzi costanti 2020) | ||||||||||||
| Paese | 2016 | 2017 | 2018 | 2019 | 2020 | 2021 | 2022 | 2023 | 2024 | 2025 | Quota sul debito EA 2025 (%) |
|
| Euro area – 21 countries (from 2026) | 9.864.685,4 | 9.958.156,5 | 10.060.894,5 | 10.160.623,3 | 11.226.334,1 | 11.855.344,8 | 12.306.387,4 | 12.773.254,2 | 13.289.169,6 | 13.945.707,9 | 100,0 | |
| Germany | 2.182.375,0 | 2.132.783,9 | 2.086.432,0 | 2.075.789,9 | 2.347.905,4 | 2.501.693,1 | 2.569.029,3 | 2.630.547,0 | 2.693.827,2 | 2.838.238,9 | 20,4 | |
| Spain | 1.145.655,0 | 1.184.148,3 | 1.209.741,8 | 1.224.363,8 | 1.346.916,4 | 1.429.403,6 | 1.504.105,1 | 1.575.376,7 | 1.620.573,4 | 1.698.224,6 | 12,2 | |
| France | 2.190.524,6 | 2.263.285,8 | 2.320.737,1 | 2.387.399,0 | 2.663.852,0 | 2.828.781,0 | 2.955.639,1 | 3.103.248,0 | 3.306.096,7 | 3.460.465,1 | 24,8 | |
| Italy | 2.288.631,1 | 2.333.136,6 | 2.385.736,4 | 2.415.645,6 | 2.578.177,3 | 2.686.742,9 | 2.764.481,2 | 2.869.976,2 | 2.967.004,1 | 3.095.887,6 | 22,2 | |
| B. Indicatori di indebitamento e costo del servizio del debito | ||||||||||||
| Paese | Debito/PIL 2025 (%) |
Servizio del debito 2024 (milioni €) |
Servizio del debito / spesa pubblica 2024 (%) |
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| Euro area – 21 countries (from 2026) | 87,4 | 296.502,6 | 3,91 | |||||||||
| Germany | 63,5 | 49.280,0 | 2,30 | |||||||||
| Spain | 100,7 | 39.644,0 | 5,47 | |||||||||
| France | 115,6 | 58.870,2 | 3,52 | |||||||||
| Italy | 137,1 | 87.789,0 | 7,91 | |||||||||
| Elaborazione su dati Eurostat. Il servizio del debito è riferito al 2024, ultimo anno disponibile nei dati COFOG utilizzati. | ||||||||||||
Il confronto sul deficit pubblico, cioè sull’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, offre un quadro diverso. Nel 2025 il deficit italiano è stato pari al 3,1% del PIL, superando di appena 0,1 punti la soglia europea del 3% (Tabella 3).
| Tabella 3, Indebitamento della Pubblica Amministrazione in rapporto al PIL | ||||||||||||
| 2014 | 2015 | 2016 | 2017 | 2018 | 2019 | 2020 | 2021 | 2022 | 2023 | 2024 | 2025 | |
| Euro area – 21 countries (from 2026) | -2,5 | -2,0 | -1,5 | -1,0 | -0,4 | -0,5 | -7,0 | -5,1 | -3,4 | -3,5 | -3,0 | -2,9 |
| Germany | 0,7 | 0,9 | 1,1 | 1,3 | 1,9 | 1,3 | -4,4 | -3,2 | -1,9 | -2,5 | -2,7 | -2,7 |
| Spain | -6,0 | -5,3 | -4,2 | -3,1 | -2,6 | -3,1 | -9,9 | -6,7 | -4,6 | -3,3 | -3,2 | -2,4 |
| France | -4,6 | -3,9 | -3,8 | -3,4 | -2,3 | -2,4 | -8,9 | -6,6 | -4,7 | -5,4 | -5,8 | -5,1 |
| Italy | -2,8 | -2,5 | -2,4 | -2,5 | -2,2 | -1,5 | -9,4 | -8,9 | -8,1 | -7,1 | -3,4 | -3,1 |
Questo scostamento ha attirato molta attenzione e ha contribuito all’apertura della relativa procedura europea. Tuttavia, il dato assume un significato diverso se confrontato con quello degli altri Paesi: il deficit medio europeo è stato infatti pari al 2,9% del PIL. La distanza tra l’Italia e la media europea è quindi molto contenuta; trasformare questo dato nella rappresentazione di un Paese con conti pubblici fuori controllo significa perdere di vista la dimensione europea del problema. L’Italia non appare oggi come un’anomalia isolata sul fronte dell’indebitamento netto: il suo deficit è sostanzialmente vicino alla media europea.
Alla luce delle attuali regole di bilancio europee e dell’incertezza che caratterizza l’economia internazionale, il quadro dei conti pubblici italiani appare quindi più complesso di quanto suggerisca una lettura concentrata esclusivamente sullo sforamento dello 0,1%. L’Italia non presenta una situazione di finanza pubblica fuori controllo; anzi, appare piuttosto in linea con gli standard europei. La domanda diventa piuttosto come siano stati utilizzati i limitati margini fiscali disponibili.
È su questo terreno che diventa possibile formulare un giudizio politico sull’azione del governo: meno sull’eventuale irresponsabilità della politica di bilancio, più sull’utilizzo di risorse fiscali scarse per interventi che, almeno secondo questa analisi, hanno prodotto effetti limitati sulla capacità di crescita del sistema economico (Tabella 3).
La manovra 2027: utilizzare spazio, non crearlo
Il quadro programmatico della Legge di Bilancio per il 2027 potrebbe risultare leggermente migliore rispetto alle previsioni contenute nel DEF di aprile (Tabella 4). Le prospettive di crescita del PIL appaiono infatti marginalmente più favorevoli, anche se parliamo comunque di uno o due decimali. Un risultato di questo tipo potrebbe contribuire a ridurre ulteriormente il deficit pubblico sia nel 2026 sia nel 2027.
| Tavola 4, DPFP 2025/DBP 2026 – QUADRO PROGRAMMATICO | ||||||
| 2024 | 2025 | 2026 | 2027 | 2028 | ||
| MACROECONOMIA | PIL reale (Var%) | 0,7 | 0,5 | 0,7 | 0,8 | 0,9 |
| PIL nominale (Var%) | 2,7 | 2,8 | 2,8 | 2,5 | 2,7 | |
| Saldo bilancia dei pagamenti (% Pil) |
1,1 | 1,3 | 1,2 | 1,2 | 1,2 | |
| FINANZA PUBBLICA | Indebitamento netto (% Pil) |
-3,4 | -3,0 | -2,8 | -2,6 | -2,3 |
| Saldo primario (% Pil) | 0,5 | 0,9 | 1,2 | 1,5 | 1,9 | |
| Debito lordo (% Pil) | 134,9 | 136,2 | 137,4 | 137,3 | 136,4 | |
| Tasso di crescita annuo Spesa Netta (Var%) |
-2,0 | 1,3 | 1,6 | 1,9 | 1,6 | |
| RACCOMANDAZIONE DEL CONSIGLIO |
Tasso di crescita annuo Spesa Netta (Var%) |
-1,9 | 1,3 | 1,6 | 1,9 | 1,7 |
Attualmente, il deficit programmatico è stimato al 2,8% del PIL nel 2026 e al 2,6% nel 2027, mentre l’avanzo primario dovrebbe rimanere stabile all’1,2% del PIL. Anche quest’ultimo dato potrebbe tuttavia migliorare di qualche decimale, nell’ordine dello 0,1-0,2% del PIL. Se queste condizioni si verificassero, si aprirebbe uno spazio finanziario aggiuntivo per la Legge di Bilancio 2027, quantificabile indicativamente in 8-10 miliardi di euro. Si tratta, in ogni caso, di uno spazio che deve essere valutato all’interno del percorso di rientro concordato con la Commissione europea, che prevede un incremento della spesa netta dell’1,6% nel 2026 e dell’1,9% nel 2027. A questo spazio potenziale si aggiungono le coperture dei provvedimenti già contabilizzati, che ammontano complessivamente a quasi 13 miliardi di euro.
Per valutare correttamente la dimensione della manovra conviene distinguere le risorse effettivamente disponibili per nuove misure dalle operazioni già incorporate nei conti pubblici. Al netto degli interventi riconducibili alla clausola di salvaguardia, da distribuire sul prossimo triennio — circa 22 miliardi per la difesa e 14 miliardi per l’ambiente — la manovra dovrebbe collocarsi intorno ai 20 miliardi di euro, considerando complessivamente minori entrate e maggiori uscite. In altri termini, è irrealistico immaginare una Legge di Bilancio capace di modificare in modo significativo l’impianto generale della politica economica del governo. Il margine di intervento rimane ristretto, soprattutto se si considera che si tratta dell’ultima Legge di Bilancio del governo guidato da Giorgia Meloni (Tabella 5). Ma il punto politico è un altro: la manovra utilizza essenzialmente gli spazi resi disponibili dal quadro europeo e dall’eventuale miglioramento dei saldi. Non sono margini creati da una maggiore capacità di crescita, da un aumento strutturale della produttività o da una trasformazione della base produttiva. La manovra può quindi essere un po’ più ampia rispetto alle attuali stime, ma resta dentro un sentiero finanziario definito in larga misura altrove.
| Tabella 5, IMPATTO DELLA MANOVRA 2026-27-28* il segno meno indica un peggioramento del saldo netto da finanziare, cioè un incremento della spesa pubblica e/o minori entrate fiscali |
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| 2026 | 2027 | 2028 | |
| Interventi | -21.702 | -18.654 | -17.217 |
| Coperture | 20.911 | 12.951 | 10.425 |
| Indebitamento netto | -791 | -5.702 | -6.792 |
| Principali aree di intervento | |||
| Imprese, investimenti pubblici, emergenze e protezione civile |
-7.283 | -6.399 | -6.386 |
| Potere d’acquisto e altre misure fiscali |
-6.302 | -5.020 | -3.977 |
| Famiglia, lavoro, previdenza e politiche sociali |
-769 | -2.634 | -1.225 |
| Sanità | -2.032 | -2.116 | -2.109 |
| Enti territoriali | -717 | -907 | -900 |
| Altre misure | -4.598 | -1.578 | -2.620 |
| Elaborazione su indiscrezioni giornalistiche e conti pubblici | |||
Diverso è il caso delle clausole di salvaguardia. Se si considerano anche gli interventi collegati alla difesa e all’ambiente, la dimensione finanziaria complessiva della manovra potrebbe aumentare ulteriormente, arrivando a circa 15 miliardi di euro aggiuntivi nella prima fase, con un progressivo incremento negli anni successivi. Nel 2028, in particolare, le risorse destinate alla difesa potrebbero arrivare a circa 14 miliardi, mentre quelle per l’ambiente si collocherebbero intorno ai 7,5 miliardi.
Questi interventi seguono una logica diversa: non incidono nello stesso modo sul calcolo del deficit, in quanto riconducibili all’attivazione della clausola di salvaguardia, ma comportano comunque un fabbisogno finanziario e quindi un aumento del debito da finanziare. Il costo in termini di interessi dovrebbe tuttavia risultare più contenuto rispetto a un ordinario incremento del debito nazionale, dal momento che una parte di queste risorse è collegata ai finanziamenti europei SAFE, nell’ambito del programma europeo da 150 miliardi di euro.
Nel complesso, la Legge di Bilancio 2027 appare destinata a essere una manovra relativamente contenuta e in larga parte orientata al rifinanziamento di misure già adottate, come le agevolazioni sui contratti di lavoro e sugli incrementi di produttività. Lo spazio per una riduzione significativa del prelievo fiscale appare invece molto più limitato. Anche qualora le previsioni macroeconomiche migliorassero, è difficile immaginare un margine superiore a pochi decimali di PIL. Il governo potrà decidere come utilizzare questo spazio e quali priorità finanziare, ma le misure fino ad ora adottate non hanno generato una nuova strategia di crescita.
Dalla gestione alla crescita: la sfida per il prossimo governo
Al termine di questa analisi, il giudizio può essere formulato in modo più netto rispetto alla premessa. Il governo Meloni ha operato in un contesto particolarmente difficile: crescita europea debole, guerre, crisi energetiche, inflazione e, dal 2024, un nuovo sistema di regole fiscali europee. Questi fattori hanno ridotto lo spazio di manovra e spiegano una parte importante dei risultati. Ma spiegare non significa assolvere: proprio dentro uno spazio ristretto si misura la capacità della politica di scegliere una direzione, stabilire priorità e produrre trasformazioni. In quasi quattro anni l’esecutivo ha dimostrato soprattutto una capacità di gestione contabile: ha mantenuto i conti relativamente ordinati e rispettato, con poche tensioni, i binari della governance europea, quasi come un governo tecnico. Molto meno visibile è stata invece la dimensione propriamente politica dell’azione economica: una politica industriale, una strategia di trasformazione della struttura produttiva, un disegno capace di creare nuovi margini di crescita anziché limitarsi a utilizzare quelli disponibili.
Il giudizio che emerge è quindi abbastanza chiaro: sul terreno economico il governo Meloni è stato un ragioniere implacabile, molto meno sulla capacità di trasformazione. I dati sugli investimenti sono emblematici. Gli investimenti sono cresciuti più della media dell’area euro, anche grazie alla straordinaria disponibilità di risorse del PNRR. Eppure, la crescita del PIL è rimasta inferiore a quella europea e, soprattutto, cioè non si osserva un cambiamento significativo nella struttura tecnologica dell’economia, tanto meno nella sfera produttiva. L’intensità tecnologica degli investimenti, anziché aumentare, si è ridotta. Se il capitale aggiuntivo non rafforza la ricerca, l’innovazione, la produttività e la capacità tecnologica delle imprese, l’effetto sulla crescita rischia di rimanere limitato. In questo senso, il PNRR può aver aumentato il volume degli investimenti senza riuscire, almeno finora, a cambiare il motore dell’economia italiana. La quantità di risorse mobilitate, quindi, non sembra essersi tradotta in una trasformazione proporzionata della capacità produttiva, e più in generale del motore dell’economia italiana.
Un’eccezione parziale è rappresentata dalle politiche fiscali. Il taglio del cuneo contributivo, la revisione delle aliquote IRPEF e gli interventi sul reddito disponibile hanno mostrato alcuni elementi di iniziativa politica e possono aver sostenuto determinate categorie di lavoratori e contribuenti. Non sembrano però aver modificato i meccanismi strutturali della bassa crescita: salari e consumi rimangono relativamente depressi e la quota di reddito destinata al lavoro resta molto inferiore a quella dei principali Paesi europei. Una domanda interna debole finisce così per frenare anche investimenti, innovazione e produttività.
La lettura della spesa pubblica rafforza questa prospettiva. Sanità e istruzione assorbono una quota di risorse inferiore alla media europea, mentre quasi 90 miliardi di euro l’anno sono destinati agli interessi sul debito e rappresentano risorse che non possono essere utilizzate per finanziare nuovi servizi, investimenti, ricerca o infrastrutture. È qui che emerge il paradosso italiano: l’elevato debito restringe lo spazio fiscale; uno spazio fiscale ristretto rende più difficile finanziare gli investimenti necessari alla crescita; una crescita debole rende, a sua volta, più difficile ridurre il rapporto debito/PIL. Il vincolo finanziario rischia così di diventare un vincolo allo sviluppo. Questo non significa che l’Italia abbia oggi conti pubblici fuori controllo. Nel 2025 il deficit, pari al 3,1% del PIL, è sostanzialmente vicino alla media europea del 2,9%. La criticità italiana sta piuttosto nella combinazione tra debito molto elevato, costo significativo del suo servizio e crescita insufficiente. Il vero interrogativo politico riguarda quindi la qualità delle risorse impiegate: quale spesa aumenta il potenziale di crescita e quale si limita a gestire il presente?
La prossima Legge di bilancio 2027 potrebbe beneficiare di un residuo fiscale non superiore a 8 e/o 10 mld. Anche considerando le coperture già disponibili, la manovra ordinaria rimarrebbe relativamente contenuta. È qui che passa la differenza tra una buona gestione contabile e una politica economica capace di cambiare le condizioni entro cui si muove il Paese. Forse i conti sono stati gestiti con prudenza; ciò che è mancato è una strategia riconoscibile capace di incidere su produttività, salari, ricerca, innovazione, struttura produttiva e qualità della spesa. Le condizioni esterne e le regole europee hanno ristretto lo spazio d’azione, ma non possono diventare un alibi per l’assenza di una politica economica e industriale riconoscibile. Tenere i conti in ordine era necessario, ma non basta.
Il bilancio dell’attuale governo lascia quindi aperta una questione che riguarda già il prossimo esecutivo. A prescindere da quali forze politiche lo formeranno, la sfida sarà superare una gestione puramente contabile dei vincoli e utilizzare le risorse disponibili per modificare i meccanismi che da anni frenano la crescita italiana. Il nodo riguarda meno la quantità degli investimenti, piuttosto la loro qualità e la loro capacità di rafforzare ricerca, innovazione, produttività e struttura tecnologica delle imprese. Lo stesso vale per la spesa pubblica: in un Paese ad alto debito e con margini fiscali ridotti, ogni risorsa disponibile deve essere valutata per la sua capacità di accrescere il potenziale di crescita.
Tenere i conti in ordine resterà necessario per qualunque governo. La vera sfida sarà creare nuovi spazi, anziché limitarsi ad amministrare quelli consentiti dall’andamento dei conti e dalle regole europee.
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