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«Le persone non vogliono essere produttive, vogliono essere intrattenute». L’analista tecnologico Ben Thompson ha commentato così il lancio di Muse, il nuovo servizio di intelligenza artificiale (AI) di Meta, e in particolare la tendenza del settore tecnologico a insistere sull’efficienza delle AI in funzioni come fare compere online o prenotare un volo aereo per conto degli utenti. Secondo Thompson, le aziende del settore tendono ad applicare alla vita delle persone le logiche della produttività, basate sull’ottimizzazione dei tempi e delle risorse. Nel farlo, però, dimenticano che molte persone apprezzano attività quotidiane come lo shopping o l’organizzazione dei viaggi e non vogliono necessariamente delegarle ad altri.
Muse è un agente, cioè un sistema AI in grado di svolgere azioni online anche complesse al posto dell’utente. I primi servizi di questo tipo, come OpenClaw, si sono diffusi a partire dal 2025 soprattutto tra i programmatori e gli appassionati di tecnologia, perché erano più ostici da usare. Negli ultimi mesi le aziende del settore hanno iniziato a proporre agenti pensati per essere usati da un pubblico più ampio: oltre a Meta, anche OpenAI ha presentato recentemente un servizio simile, Dots.
Nonostante il successo iniziale avuto da Muse, il modo in cui gli agenti verranno usati nella vita quotidiana è ancora da capirsi: in uno spot realizzato da Meta si vede una giovane donna preparare una festa in casa mentre le AI, sullo sfondo, gestiscono le faccende di famiglia, come l’acquisto di materiale scolastico per i figli e la loro iscrizione alle attività sportive.
È una scena che ricorda quella descritta dallo stesso capo di Meta, Mark Zuckerberg, in un manifesto pubblicato lo scorso agosto, in cui aveva scritto che le AI «libereranno tempo per le cose che vi piacciono e vi aiuteranno a ottenere più di quanto potreste altrimenti». Ma Meta non sta promuovendo gli agenti solo per occuparsi delle incombenze. Nello stesso post, Zuckerberg ha detto anche di usarli per creare «ricette personalizzate» da fare con sua figlia, un esempio che sembra andare nella direzione opposta: usare le AI anche nei momenti più intimi e piacevoli nella vita di un genitore. Come ha scritto il sito The Verge in un articolo dal titolo “Mark Zuckerberg non sa come si vive”, «il punto di un hobby è farlo».
La formazione e la mentalità ingegneristica sono notoriamente alcuni dei limiti principali dell’approccio dei CEO e dei manager della Silicon Valley alla risoluzione dei problemi della vita pratica e quotidiana. Come scrisse nel 2018 la sociologa Zeynep Tufekci sul New York Times, «i magnati della Silicon Valley sembrano credere di poter aggiustare quasi tutto e sembrano confusi quando i loro tentativi di farlo non sono accolti con entusiasmo sfrenato».
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Lo scorso aprile il direttore del sito The Verge, Nilay Patel, ha definito questa tendenza «software brain» (“cervello da software”), ovvero l’abitudine a «vedere il mondo intero come una serie di database che possono essere controllati con il linguaggio strutturato del codice informatico». L’approccio si rivela particolarmente efficace nell’ambito della programmazione, dove ogni interazione avviene tra database diversi, ma «una volta che si inizia a vedere il mondo come un insieme di database, ci si convince di poter controllare tutto, a patto di controllare i dati».
La pervasività di questo approccio è testimoniata per esempio dal successo nel gergo tecnologico di termini come “frictionless” (senza frizione, senza attrito). Nel campo informatico, per frizione si intende tutto quello che si frappone tra un utente e il completamento di una consegna (ad esempio, quanti clic bisogna fare per comprare un oggetto online). Oggi l’espressione frictionless si è diffusa sui social per indicare la rimozione di ostacoli e ridondanze dalla propria vita.
Come ha notato il ricercatore Thomas Klaffke, una vita senza alcuna frizione rischia però di essere particolarmente noiosa e piatta, senza contare che molte persone trovano interesse e divertimento nel passare ore a cercare il giusto paio di scarpe da comprare, o la ricetta da preparare con i propri figli. Nella maggior parte dei casi, la rimozione della frizione avviene inoltre a scapito della qualità della vita e del lavoro di qualcun altro: dietro alla possibilità di ordinare un prodotto su Amazon e riceverlo a casa entro poche ore, frictionless, c’è in realtà il lavoro di migliaia di magazzinieri e corrieri, costretti spesso a condizioni di lavoro molto dure. Nella vita reale l’attrito raramente sparisce: viene solo nascosto o esternalizzato.
C’è poi un limite più concreto: non tutto si può misurare e molte delle cose non misurabili sono tra le più importanti e apprezzate dalle persone. Secondo lo scrittore Phil Tinline, autore di un saggio sul «culto dell’ottimizzazione», l’ossessione per la quantificazione spinge molte persone nel settore tecnologico a «concludere che, se un obiettivo o un problema non è misurabile, non vale la pena occuparsene».
Si deve anche a questo l’ascesa di pratiche che riguardano perlopiù il corpo umano, i cui valori sono più facilmente quantificabili di quelli legati alle emozioni e agli stati d’animo. Soprattutto nella Silicon Valley si sono molto diffuse pratiche come il Quantified self, l’abitudine a raccogliere dati sul proprio corpo per ottimizzare le proprie prestazioni, e il biohacking, l’idea di “riprogrammare” e ottimizzare il proprio organismo per renderlo più salutare e resistente. L’esponente più noto del biohacking è Bryan Johnson, l’imprenditore statunitense che da anni investe per rendere le proprie condizioni vitali simili a quelle di un ventenne, con l’espresso obiettivo di «non morire».
Anche nel lavoro, il campo dove l’ottimizzazione è nata, i limiti non mancano. Il giornalista Casey Newton ha paragonato Muse a uno stagista a cui si devono assegnare compiti, dare feedback e insegnare come migliorare, e ha scritto che «Muse e i suoi concorrenti somigliano troppo spesso a liste di cose da fare che ne generano altre, ricorsivamente, fino alla fine dei tempi».
Secondo una recente ricerca svolta tra 16mila professionisti in diversi paesi, il 62 percento degli intervistati ha detto di aver registrato addirittura un aumento dell’intensità lavorativa a causa delle AI. «Se si sommano dipendenti già sovraccarichi e il dover imparare a usare un nuovo strumento, si ottengono dipendenti ancora più sovraccarichi, non dipendenti più produttivi», ha spiegato un portavoce di Korn Ferry, la società che ha realizzato la ricerca.
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