Rubare 100 milioni di euro con un Whatsapp: le tecniche usate nella truffa a banca Fideuram


Un messaggio, poi altri contatti su WhatsApp e una serie di bonifici: nel giro di pochi giorni, milioni di euro finiscono su conti esteri. Questa volta, però, le vittime non sono anziani o semplici risparmiatori impreparati, ma i vertici di una banca. La truffa che ha coinvolto Paolo Molesini, presidente di Fideuram fino a quel momento, è una vera e propria summa dei pericoli in cui chiunque può incorrere quando le tecniche di ingegneria sociale incontrano le nuove tecnologie. Un rischio che oggi riguarda tutti. La banca truffata e la sua capogruppo, non appena si è scoperto il raggiro, hanno immediatamente attivato le misure di protezione. Tanto che una parte dei soldi è già stata recuperata. Ma il povero presidente ha dovuto presentare le dimissioni. Ma ecco i dettagli dell’operazione, che non conoscevamo.

La truffa ai danni di Fideuram dall’inizio

La truffa ai danni di Fideuram, secondo la ricostruzione contenuta in un decreto di sequestro del Tribunale di Milano, comincia il 23 febbraio 2026. Il presidente Paolo Molesini riceve un messaggio WhatsApp da un uomo che si presenta come Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo. Una premessa: Fideuram fa parte del gruppo Intesa Sanpaolo ed è il suo ramo dedicato al private banking e alla consulenza finanziaria.

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C’è però un aspetto che non passa inosservato: il numero da cui scrive il presunto Messina è diverso da quello che Molesini conosce. A convincerlo sono il tono familiare e i riferimenti usati dal mittente. Il falso Messina gli parla dell’acquisizione urgente di una banca internazionale: l’operazione, sostiene, deve restare segreta e passare attraverso Fideuram per evitare che una fuga di notizie la faccia saltare. Si crea così una pressione psicologica fatta di fretta e massima riservatezza: elementi ricorrenti nelle truffe basate sull’ingegneria sociale.

L’ex presidente di banca Fideuram Paolo Molesini (foto Youtube)

Una banca, però, non è un privato e la persuasione personale non basta. Servono altri elementi per dare credibilità alla richiesta e far partire i pagamenti. Elementi che arrivano puntuali come le lancette di un orologio. Molesini viene contattato da un uomo che si presenta come l’avvocato Paolo Nastasi dello studio A&O Shearman. Il legale esiste davvero ed è associato allo studio. Ma a contattare il presidente è un impostore che ne usa il nome. Il sedicente avvocato chiede di sottoscrivere un accordo di riservatezza e invia una procura apparentemente firmata dai vertici di Intesa Sanpaolo, seguita da undici istruzioni di pagamento su carta intestata dello studio. Per Molesini, i documenti rafforzano la credibilità dell’operazione.

La conferma decisiva arriva però da un’altra mossa, che coinvolge una terza persona: Dario Tramarin, responsabile della finanza e tesoreria di Fideuram. Anche lui riceve un messaggio WhatsApp, questa volta da chi finge di essere l’amministratore delegato della società. Il falso Ad gli anticipa che Molesini lo contatterà per disporre bonifici urgenti e riservati. Quando la richiesta arriva davvero dal presidente, Tramarin trova quindi una conferma apparente. Il meccanismo, a quel punto, è completo e i bonifici pronti a partire. Ma è importante tenere d’occhio il calendario.

Il 48enne indagato e il fattore tempo

Il primo bonifico parte il 23 febbraio 2026: 4,98 milioni di euro verso un conto della società portoghese “Vertentarticulada” presso Banco BPI. Il 24 febbraio seguono altri sei trasferimenti intestati ad altre società portoghesi.

Il 25 febbraio, infine, vengono disposti quattro pagamenti per complessivi 42,565 milioni di euro a favore della società “Goldspring”, su un conto presso Bank of China a Hong Kong. Secondo il decreto, gli undici bonifici raggiungono complessivamente 95,18 milioni di euro. E le tempistiche non sono un dettaglio: i primi soldi partono il 23 febbraio, lo stesso giorno in cui Molesini riceve il messaggio del falso Messina. I trasferimenti proseguono nei due giorni successivi.

Il tempo è un ingrediente fondamentale della truffa. Il 25 febbraio, appena due giorni dopo il primo contatto, Banco BPI segnala a Fideuram la natura sospetta delle operazioni. Le verifiche interne fanno cadere il castello di carta dei truffatori, ma una parte del denaro è già stata spostata.

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La banca riesce a farsi restituire i 42,565 milioni di euro inviati a Hong Kong, mentre 13,1 milioni rimasti presso Banco BPI vengono bloccati in via amministrativa. All’appello mancano però circa 39,5 milioni di euro. Secondo gli investigatori, il denaro non fermato transita rapidamente attraverso conti esteri e operatori di pagamento, fino a piattaforme che trattano criptovalute: un percorso che ne complica il recupero.

L’unico indagato identificato nel decreto è un cittadino israeliano di 48 anni. Gli investigatori sono arrivati al suo nome seguendo i flussi di denaro convertiti in criptovalute: almeno 4.260 dollari sarebbero finiti nella sua disponibilità e poi accreditati su un conto del casinò online “Stake.com” a lui intestato. È una quota minima rispetto al denaro scomparso. Resta da accertare se l’uomo controllasse effettivamente quel conto e, soprattutto, quale ruolo abbia avuto nella truffa. 

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La notizia sul sito del dipartimento di Giustizia Usa 

C’è però un precedente che colpisce. Negli archivi del dipartimento di Giustizia Usa compare lo stesso nome, associato a una frode dal meccanismo molto simile. Arrestato in Israele ed estradato negli Stati Uniti, il truffatore si dichiarò colpevole e nel 2018 fu condannato a 43 mesi di carcere per aver partecipato a una rete che si spacciava per dirigenti d’azienda. I complici convincevano i dipendenti a disporre bonifici per presunte operazioni finanziarie riservate, tra cui acquisizioni societarie “segrete”. Una volta ricevuto, il denaro veniva trasferito rapidamente su altri conti, fuori dalla portata delle aziende vittime. Secondo la ricostruzione del Dipartimento di Giustizia, lo schema fruttò oltre un milione di dollari. 

La somiglianza con il caso Fideuram è evidente, ma il precedente americano non è ovviamente una prova e i magistrati ipotizzano il concorso di altre persone, per ora ignote. 

Spoofing e phishing: i probabili ingredienti della truffa 

Sì, perché la prima cosa da fare è liberarsi dall’idea dell’hacker come individuo che agisce in solitaria. Il cybercrimine si compone ormai di reti organizzate, nelle quali competenze, dati e strumenti possono essere scambiati o venduti. Alcuni di questi mercati si trovano nel dark web, una parte di Internet accessibile attraverso software specifici, come Tor, progettati per rendere più difficile l’identificazione degli utenti. Una truffa come quella ai danni di Fideuram può essere vista come un puzzle, in cui entrano in gioco informazioni sulle persone, identità false e documenti dall’apparenza credibili. 

I truffatori sapevano chi coinvolgere e come raggiungerlo. Disponevano perfino del numero personale, normalmente riservato, del responsabile della tesoreria di Fideuram. Prima dell’attacco potrebbero aver raccolto informazioni da fonti pubbliche, da account violati o da dati sottratti in precedenti data breach. O avrebbero anche potuto acquistare recapiti da altri criminali. Sono possibilità concrete, anche se non evocate ancora espressamente dalle indagini.

SPOOFING_wikimedia
Come funziona lo spoofing

Poi arriva la prima conversazione via WhatsApp tra il falso Messina e Molesini. Il presidente si fida anche per il tono colloquiale e i riferimenti usati dal mittente, benché il numero sia diverso da quello che conosce. Come abbiano imparato a riprodurre quella familiarità è un altro punto aperto. Potrebbero aver studiato i rapporti tra i dirigenti o avuto accesso a comunicazioni precedenti, anche tramite la possibile installazione di spyware, anche se è l’indagine che dovrà stabilire l’eventuale modalità. Di certo, la storia dell’acquisizione riservata era costruita per apparire credibile a Molesini.

C’è poi la sostituzione d’identità: i truffatori si spacciano per l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, per quello di Fideuram e per un avvocato realmente esistente. Nel caso della prima telefonata sappiamo che Molesini notò la differenza tra il recapito del falso Messina e quello che conosceva. Non abbiamo invece dettagli su quella intercorsa tra il tesoriere di Fideuram e il finto ad, che ha messo in moto la truffa. 

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Quanto al sedicente avvocato Nastasi, gli inquirenti hanno accertato che il numero con prefisso britannico usato per contattare Molesini era stato attivato via Internet, tramite uno dei tanti software online predisposti a questa funzione, e non era quindi collegato a una persona reale. I principi in questo caso sono gli stessi del cosiddetto “spoofing”, la tecnica che può far apparire sul telefono della vittima un numero diverso da quello realmente usato, utilizzando un semplice account VoIP, anche se al momento non è stata accertata una vera e propria manipolazione tecnica del numero telefonico. 

Gli investigatori hanno inoltre scoperto che i truffatori avevano creato un account email su Mailbox.org a nome di Paolo Molesini. Secondo il provvedimento, la casella era stata fornita al presidente dal falso avvocato, era controllata dai truffatori e veniva usata per le comunicazioni principali e lo scambio dei documenti. Da lì sarebbero poi stati cancellati messaggi e file. A completare la messinscena, una procura apparentemente firmata dai vertici di Intesa Sanpaolo e le istruzioni di pagamento su carta intestata dello studio legale, con la firma apparente di un altro avvocato.

La funzione del voice cloning e delle criptovalute 

C’è infine una tecnica che potrebbe aver contribuito alla truffa, ma sulla quale gli atti non offrono ancora una risposta: la possibile imitazione della voce. Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, Molesini avrebbe riconosciuto quella dell’avvocato Nastasi e anche per questo si sarebbe fidato del suo interlocutore. Se il dettaglio fosse confermato, resterebbe da capire come sia stato ottenuto quell’effetto. Una possibilità è il voice cloning, cioè la riproduzione artificiale della voce di una persona a partire da sue registrazioni. Un’ipotesi che mostra quanto una voce, oggi, possa diventare uno strumento nelle mani dei truffatori: un messaggio vocale o un intervento pubblico possono fornire materiale per tentare di imitarne timbro e cadenza, come abbiamo spiegato in questo approfondimento.

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Dove finiscono i soldi nella truffa ai danni di Fideuram

Una volta effettuati i bonifici entra in gioco anche il percorso del denaro. Secondo gli investigatori, i circa 39,5 milioni di euro non fermati sui conti portoghesi vengono spostati rapidamente attraverso conti e operatori di pagamento esteri, passando tra l’altro per Malta, Lussemburgo e Paesi Bassi, fino a una piattaforma canadese e a portafogli di criptovalute. 

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I trasferimenti tra più intermediari rendono difficile bloccare i fondi in tempo e ricostruire chi ne abbia avuto la disponibilità. Le criptovalute non cancellano però le tracce: è proprio seguendo quei movimenti che gli inquirenti hanno individuato una piccola somma attribuita all’indagato e successivamente accreditata su un conto di un casinò online. Lo scenario è insomma quello di un piano orchestrato nei minimi dettagli portato avanti con l’ausilio di più tecniche che, ogni giorno, vengono utilizzate sempre più spesso per truffare anche i comuni cittadini.

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