Non ci sono soltanto le barche e le regate a raccontare la magia dell’America’s Cup. A Napoli il grande appuntamento internazionale si vede anche a terra, nel Race Village allestito alla Rotonda Diaz, dove il mare diventa per qualche giorno il punto d’incontro di mondi, generazioni e lingue diverse.
Basta fare qualche passo per accorgersene. Da una parte gli inviati e i giornalisti arrivati da tutto il mondo, impegnati nei collegamenti televisivi e radiofonici per raccontare le gare preliminari, dall’altra famiglie, bambini, ragazzi e appassionati che raggiungono il Villaggio per seguire da vicino le regate preliminari. In mezzo, una vera e propria torre di Babele: italiano, inglese, francese, spagnolo e tante altre lingue si mescolano al rumore della città e a quello del mare.
È un’America’s Cup che, almeno per questi giorni, non appartiene soltanto agli addetti ai lavori. Tocca pubblici diversi e mette insieme persone di tutte le età, trasformando il lungomare in una grande finestra aperta sul mondo.
Dentro questo racconto trovano spazio anche gli studenti, protagonisti delle attività dedicate agli istituti scolastici e dei progetti che accompagnano l’evento. Nella Villa Comunale sono stati allestiti stand dedicati proprio alle scuole, con l’obiettivo di avvicinare i ragazzi al mondo della nautica e, più in generale, a quella che viene definita l’economia sana del mare.
Non soltanto sport, dunque, ma conoscenza delle regole del mare, delle professioni legate alla blue economy, delle competenze che possono trasformare una passione in un percorso di studio e, magari, in un futuro professionale.
Tra gli studenti coinvolti ci sono anche quelli degli istituti nautici, per i quali il rapporto con il mare non è soltanto teorico. È una possibile strada per il futuro.
Il mare raccontato da chi lo studia
È questo il senso della presenza degli istituti scolastici all’interno dell’iniziativa Scuola Futura, con lo spazio dedicato alle Buone Pratiche delle scuole, pensato per presentare progetti legati all’innovazione, alla sostenibilità, alla cultura del mare e alla digitalizzazione.
Un’occasione di confronto diretto con gli studenti degli istituti nautici del territorio, chiamati non soltanto ad assistere, ma a diventare protagonisti e divulgatori delle proprie esperienze.
Tra loro ci sono Martina, Giuseppe e Mirko, tutti diciassettenni e studenti del quarto anno dell’Istituto Nautico Caboto di Gaeta. Per loro l’America’s Cup non è soltanto un appuntamento da seguire dal pubblico.
È anche una possibilità per guardare più concretamente a ciò che potrebbe esserci nel loro futuro. Tutti e tre, infatti, hanno un sogno preciso: un giorno far parte di uno dei team impegnati nell’America’s Cup.
“Per noi l’America’s Cup è quasi un sogno”
L’entusiasmo dei ragazzi nasce anche dal legame che già hanno con il mare e con la vela. «È stata una grande emozione quando il Ministero dell’Istruzione e del Merito ci ha coinvolti in questa bellissima manifestazione, prima di tutto perché riguarda il mare», racconta la rappresentante dell’Istituto Caboto.
“L’America’s Cup poi è quasi un sogno per tutti i ragazzi che fanno vela e noi al Caboto abbiamo tanti ragazzi che fanno vela. Per questo sono stati veramente entusiasti di poter partecipare a questa bellissima iniziativa” racconta la professoressa Maria Rosa Valente, preside dell’istituto nautico Caboto.
Gli studenti del Caboto sono coinvolti su più fronti. Un gruppo ha partecipato ai laboratori, dove il mare è stato raccontato attraverso diverse forme espressive, dalla scrittura ai social media fino all’espressione corporea. Un altro gruppo è invece impegnato nelle Buone Pratiche, mostrando ai visitatori le esperienze e i progetti sviluppati dalla scuola.
Dal simulatore alla vela: così la scuola porta la tecnologia sul lungomare
Il Caboto condivide lo spazio con l’Istituto Nautico Duca degli Abruzzi di Napoli, mettendo a confronto strumenti e competenze, dall’antica strumentazione alle tecnologie più recenti.
Il Nautico di Gaeta ha scelto di mostrare soprattutto l’innovazione: dal simulatore portatile utilizzato nell’ambito della navigazione al simulatore di saldatura, fino al percorso dedicato al potenziamento sportivo che l’istituto porta avanti da quattro anni.
“Sfruttando la quota dell’autonomia, i ragazzi hanno un’ora in più di scienze motorie e si approcciano agli sport del mare, ma non solo” spiega la preside Valente “Ci sono la voga, il Sup, il windsurf e da, quest’anno, anche il beach volley”.
Un modo per ampliare il rapporto tra scuola e mare, trasformando la pratica sportiva in un ulteriore strumento di formazione.
I ragazzi diventano “prof” per un giorno
Al Race Village, però, gli studenti non sono semplici visitatori. Sono loro a spiegare quello che hanno imparato: “I nostri studenti diventano i veri protagonisti, diventano poi i docenti dei visitatori dello stand, perché devono illustrare le attrezzature. Innanzitutto devono saper muoversi e saper utilizzare i macchinari: questo presuppone una preparazione a monte, sia teorica sia pratica”.
E così, davanti ai simulatori e alle nuove tecnologie, il rapporto si ribalta: sono gli studenti a insegnare ai più piccoli, ai coetanei e ai visitatori come funzionano strumenti che fino a qualche anno fa avrebbero potuto sembrare lontani dalla quotidianità di una scuola.
Una piccola palestra di futuro, ma anche di responsabilità.
Prima dell’economia viene il rispetto del mare
Perché parlare di mare significa parlare anche di economia, occupazione e nuove professionalità. Ma, secondo la docente del Caboto, il punto di partenza deve essere un altro.
«È importante l’economia, ma io direi che prima ancora dell’economia è importante il rispetto del mare. Su questo noi al Caboto, e in tutti gli istituti nautici d’Italia, battiamo molto. Perché se si sa amare il mare, si sa rispettarlo e poi si sa anche agire correttamente».
Da qui il riferimento a tutto l’indotto della Blue Economy, un sistema molto più ampio della sola navigazione e che comprende competenze, professioni, tecnologie e attività legate alla risorsa mare.
E’ proprio questo uno dei messaggi che i ragazzi incontrano anche all’interno di un evento come l’America’s Cup: il mare può essere un sogno, ma è anche una responsabilità e un settore nel quale costruire il proprio futuro.
Una scuola che cambia pelle
Il rapporto tra formazione e tecnologia, al Caboto, passa anche dall’organizzazione degli spazi e della didattica.
“Il nostro istituto è tecnologicamente molto avanzato” racconta la docente “Sono ormai tre anni che abbiamo introdotto la metodologia DADA, la didattica per ambienti di apprendimento: sono i ragazzi che si muovono e non hanno più un’aula fissa, ma aule didattiche specifiche”.
Così, per una lezione di italiano si entra nell’aula di italiano, per una di navigazione in quella dedicata alla navigazione. Un modello che richiama il sistema universitario e il sistema americano.
La tecnologia diventa parte integrante di questo modello: le aule sono attrezzate per le diverse attività, dalla lavagna ai simulatori di navigazione e di macchine, fino al planetario.
Martina, Giuseppe e Mirko guardano già oltre la banchina
Intanto, al Race Village, Martina, Giuseppe e Mirko continuano a muoversi tra stand, visitatori e strumenti tecnologici. Hanno 17 anni, frequentano il quarto anno e davanti agli occhi hanno qualcosa che, fino a poco tempo fa, potevano soltanto immaginare.
L’America’s Cup è qui, a Napoli. E loro sono dentro questa grande macchina internazionale non più soltanto come spettatori, ma come studenti chiamati a raccontare ciò che sanno fare.
Il sogno di un giorno entrare in uno dei team della competizione resta lontano. Ma vederlo da vicino cambia la prospettiva.
Perché forse è proprio questa una delle magie più interessanti dell’America’s Cup: mentre sul mare si sfidano i grandi campioni della vela, a terra una nuova generazione può iniziare a immaginare il proprio posto in quel mondo.
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