Perché i sardi pagano l’acqua così cara? E cosa succede se avviene una crisi energetica?


In Sardegna quando parliamo delle bollette dell’acqua non raccontiamo mai le cose per bene: per esempio non diciamo che per garantire il servizio in tutta l’Isola Abbanoa spende ogni anno circa 35 milioni di euro solo di energia elettrica, la voce di costo più pesante in assoluto nel bilancio del gestore unico. Sciogliere questo nodo è la chiave per capire perché una famiglia sarda di tre persone, con un consumo medio annuo di 182 metri cubi, arrivi a pagare in bolletta cifre superiori alla media nazionale, in un’Isola che pure non manca di invasi, dighe e risorse idriche superficiali.

L’energia

Il paradosso è tutto qui. La Sardegna ha acqua, accumulata in decine di bacini artificiali costruiti nel Novecento. Quello che le manca, o meglio quello che le costa carissimo, è l’energia necessaria a spostarla: a sollevarla dagli invasi, a spingerla lungo i 4.300 chilometri dei grandi acquedotti regionali e i quasi 7.700 chilometri di reti urbane, a farla passare per i 46 potabilizzatori e i 1.800 impianti di sollevamento sparsi su un territorio vastissimo e a bassissima densità abitativa, dove ogni piccolo centro isolato pesa sui costi di gestione più che altrove. Cagliari, con la sua area metropolitana concentrata, è in questo senso un’eccezione favorevole rispetto ai centri dell’interno; ma anche il capoluogo finisce per pagare, nella tariffa unica d’ambito, il costo energetico di un sistema pensato su scala regionale.

La proposta che avrebbe potuto cambiare tutto

Chi segue da tempo le vicende energetiche sarde ricorda bene da dove nasce l’intuizione di collegare le due questioni, acqua ed energia rinnovabile, in un unico ragionamento politico. Fu durante la presidenza di Renato Soru che si affacciò per la prima volta, in modo organico, l’idea di destinare una parte della produzione rinnovabile regionale, soprattutto eolica e fotovoltaica, a un uso prioritario: coprire il fabbisogno energetico di Abbanoa, che già allora era l’azienda più energivora dell’Isola, per abbattere i costi di pompaggio, potabilizzazione e distribuzione. Il meccanismo pensato era limpido nella sua logica: rendere l’energia verde pubblica quasi gratuita per il gestore idrico, e trasferire quel risparmio direttamente sulle bollette delle famiglie sarde, anziché lasciarlo disperdersi nei meccanismi di mercato.

Era, in sostanza, l’idea di trattare l’acqua e l’energia rinnovabile non come due settori separati regolati da mercati distinti, ma come un unico sistema pubblico integrato, in cui il vento e il sole dell’Isola avrebbero pagato, letteralmente, la sete dei sardi. Un cortocircuito virtuoso tra due risorse che la Sardegna possiede in abbondanza, la ventosità e l’irraggiamento solare da un lato, e la carenza strutturale d’acqua economica dall’altro.

Quella proposta, però, non si è mai tradotta in un sistema operativo stabile. A frenarla sono intervenuti ostacoli di natura essenzialmente normativa: le competenze concorrenti tra Stato e Regione in materia energetica, un quadro nazionale che non prevedeva percorsi agevolati per destinare energia rinnovabile a un uso pubblico prioritario come quello idrico e la crescente difficoltà di conciliare lo sviluppo di nuovi impianti eolici e fotovoltaici con la tutela del paesaggio, tema che in Sardegna è diventato negli ultimi anni particolarmente divisivo, fino a sfociare nella mobilitazione popolare che ha portato alla legge Pratobello 24. Il risultato è che uno dei principali driver dell’alto costo dell’acqua sarda è rimasto, vent’anni dopo, sostanzialmente irrisolto.

Cosa si è fatto, e cosa manca ancora

Non che la questione sia rimasta del tutto ferma. Negli anni Abbanoa ha avviato collaborazioni con centri di ricerca come il Crs4 per progetti di efficientamento energetico degli acquedotti, puntando su una gestione più intelligente degli impianti di sollevamento: si stima che un controllo efficace delle reti potrebbe far risparmiare fino al 30% di energia elettrica e il 10% di acqua oggi dispersa lungo il tragitto. La Regione, dal canto suo, ha messo in campo negli ultimi due anni un programma di incentivi da oltre 100 milioni di euro per l’installazione di impianti fotovoltaici gratuiti nelle case delle famiglie a basso reddito, un intervento importante sul fronte della povertà energetica domestica, ma che riguarda i consumi delle abitazioni e non affronta direttamente il nodo industriale del pompaggio idrico su scala regionale.

Manca ancora, cioè, l’anello che la proposta Soru aveva individuato vent’anni fa: un collegamento diretto, strutturale, tra la produzione rinnovabile pubblica e i consumi energetici di Abbanoa, capace di alleggerire in modo permanente la voce più pesante della bolletta idrica sarda. Ed è proprio in questo vuoto che si inserisce, con un tempismo quasi didattico, quello che sta accadendo in questi giorni dall’altra parte del Mediterraneo.

Il monito tunisino, a un passo da casa

La Tunisia sta attraversando in queste settimane una delle crisi idriche più gravi della sua storia recente, ed è una crisi che nasce, quasi sempre, da un problema energetico prima ancora che idrico. Le ondate di caldo estremo dell’estate 2026, con temperature che in diverse regioni del Paese hanno toccato tra i 44 e i 48 gradi, hanno fatto impennare contemporaneamente la domanda di elettricità e quella d’acqua, mandando in sofferenza una rete elettrica già segnata da una dipendenza dall’estero superiore al 65%. Quando la rete non regge, a saltare per prime sono le stazioni di pompaggio: numerosi pozzi e impianti di sollevamento dipendono interamente dall’elettricità, e le interruzioni di corrente hanno prodotto, in diverse località, un effetto domino diretto tra blackout e assenza totale d’acqua ai rubinetti.

Le conseguenze sono state pesanti. Il governo di Tunisi ha dovuto mobilitare oltre 1.500 militari e circa 250 mezzi tra esercito, guardia nazionale e protezione civile per distribuire acqua potabile con le autobotti nelle zone rimaste a secco, mentre le proteste per i disagi si sono moltiplicate in diverse città del Paese, accompagnate anche da episodi di restrizione all’informazione nei confronti di giornalisti che documentavano la crisi. Nella periferia nord della capitale, trovare una bottiglia d’acqua nei minimarket è diventato, secondo le cronache di queste settimane, un’impresa quasi quotidiana.

Non è un caso isolato né una parentesi meteorologica: gli osservatori che seguono da vicino il dossier idrico tunisino descrivono un Paese in stress strutturale, dove la disponibilità di acqua rinnovabile per abitante è già ai limiti minimi indicati dagli standard internazionali, e dove le ondate di caldo non fanno che accelerare una crisi che covava da anni. Ed è qui che la geografia smette di essere un dettaglio da manuale di scuola per diventare un argomento giornalistico stringente: il punto più vicino tra la Sardegna e le coste africane, tra Capo Teulada e Capo Serrat, in Tunisia, dista meno di duecento chilometri, meno della distanza che separa la Sardegna dalla penisola italiana. Cagliari, insomma, guarda a una crisi idrica ed energetica che si consuma sulla sponda opposta dello stesso mare che bagna il Poetto.

Perché la storia tunisina riguarda Cagliari

Il parallelo non va forzato: la Tunisia soffre di una dipendenza energetica dall’estero e di una siccità strutturale che la Sardegna, pur nella sua fragilità idrica, non conosce nella stessa misura. Ma il meccanismo di fondo, quello che lega a doppio filo la disponibilità di energia elettrica alla possibilità concreta di avere acqua nei rubinetti, è identico, e la Sardegna lo sperimenta ogni giorno sotto forma di bolletta salata piuttosto che di autobotti militari. È la stessa equazione, letta a due livelli di gravità diversi: da una parte l’emergenza acuta di chi rimane senza acqua perché manca l’energia per pompararla, dall’altra il costo cronico che le famiglie sarde pagano ogni bimestre perché quella stessa energia, pur essendo prodotta in abbondanza dal vento e dal sole dell’Isola, non viene indirizzata a coprire il fabbisogno del servizio idrico.

Rileggere oggi la proposta Soru vorrebbe dire rimettere sul tavolo una domanda che la crisi tunisina rende improvvisamente meno teorica: se la Sardegna produce energia rinnovabile in quantità superiore ai propri consumi, al punto da esportarla verso il continente attraverso i nuovi elettrodotti in progetto, ha ancora senso lasciare che il costo energetico dell’acqua gravi integralmente sulle tariffe di Abbanoa e, di conseguenza, sulle bollette dei cittadini di Cagliari e degli altri centri dell’Isola? È una domanda che riguarda le prossime scelte della Giunta regionale, il negoziato sulle nuove concessioni per gli impianti eolici e fotovoltaici, e il modo in cui la transizione energetica sarda deciderà di misurarsi non solo con gli obiettivi europei di decarbonizzazione, ma anche con un problema molto più concreto e quotidiano: quanto costa, in bolletta, aprire un rubinetto in casa.


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