Italiani, Russo (Centro Einaudi): gestito ai massimi


Gli italiani risparmiano di più, ma soprattutto stanno lentamente cambiando il modo in cui impiegano il denaro accantonato. Meno liquidità ferma sui conti, ritorno delle obbligazioni, maggiore diffusione del risparmio gestito e una crescente attenzione alla possibilità di disinvestire quando necessario. È la fotografia che emerge dall’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026 presentata da Giuseppe Russo, direttore del Centro di Ricerca e Documentazione Luigi Einaudi, in collaborazione con Intesa Sanpaolo.

Il primo dato è quello sulla diffusione stessa del risparmio. Nel 2026 i risparmiatori rappresentano il 58% degli intervistati, considerando la media mobile triennale: erano il 56% nel 2024 e il 58% nel 2025. Il dato assume ancora più rilievo guardando indietro: nel 2014 la quota era precipitata al 39%, minimo della serie, mentre nel 2006 si attestava al 50%. In poco più di un decennio, dunque, la platea di chi riesce a mettere da parte parte del proprio reddito è aumentata di quasi venti punti percentuali.

La propensione al risparmio si assesta nel 2026 all’11,9% del reddito, mentre diventa sempre più forte la convinzione che accantonare denaro sia una necessità. Il 28% del campione considera il risparmio “indispensabile”, un valore ai massimi storici, mentre per il 94% è comunque utile. Nel 2014, nel punto più basso della serie, la quota di chi lo considerava indispensabile era appena del 21,7%. Il patrimonio medio delle famiglie intervistate è di circa 320 mila euro, ma circa due terzi continuano a essere rappresentati da immobili. L’84% del campione risulta finanziariamente indipendente e, secondo l’indagine, si sta riducendo anche il divario di genere.

Resta però un risparmio dominato dalla prudenza. La motivazione principale è ancora quella precauzionale, indicata dal 40%, mentre le altre finalità rimangono molto distanti. Casa e pensione si collocano intorno al 16-17%, mentre la quota destinata esplicitamente all’investimento sale al 6%. Un segnale ancora piccolo, ma significativo perché indica il graduale passaggio da un’accumulazione senza destinazione precisa a un risparmio orientato verso obiettivi definiti.

Il paradosso del 2026 è che questa maggiore disponibilità a impiegare il denaro convive con un’avversione al rischio salita al record di 33,6. Cambia però il significato attribuito alla sicurezza. Per la prima volta la sicurezza del capitale scende sotto la metà delle preferenze nella scelta di un investimento: viene indicata dal 48,8%, contro il 62,2% del 2019. Parallelamente cresce il valore attribuito alla liquidità, salita dal 12,7 al 18,7%. Il risparmiatore, in altri termini, continua a temere le perdite ma sembra meno convinto che proteggersi significhi semplicemente non investire: vuole piuttosto poter uscire dall’investimento in caso di necessità.

Il cambiamento si vede nei portafogli. La liquidità detenuta sui conti, dopo avere superato il 60% nel 2022, sta tornando verso il 50%, anche se resta molto lontana dal 30% registrato nel 2006. E tornano soprattutto le obbligazioni. Nel 2026 il 24% del campione dichiara di possederne, dal 20% del 2025, mentre il loro peso nei portafogli degli obbligazionisti sale dal 26 al 27%. Il Centro Einaudi individua tra i fattori della ripresa il successo del BTP Valore e la normalizzazione dei tassi: per ogni venditore di obbligazioni si registrano ormai circa due acquirenti.

Anche i risultati dei mercati hanno contribuito a ricostruire fiducia. Il 2025, rileva l’indagine, è stato il migliore degli ultimi tre anni positivi per il rendimento dei risparmi. Nel 2026 il quadro resta positivo, anche se con rendimenti più contenuti. Tra le performance riportate nella presentazione, nel 2025 le azioni europee avevano guadagnato il 22,4%, l’oro in euro il 45,7% e le azioni globali il 16,5%. Nel 2026 year-to-date, al momento della rilevazione, i rispettivi rendimenti risultavano pari al 13,2%, 1,3% e 13,3%, mentre il portafoglio considerato dall’indagine segnava un +3,6%.

La distanza degli italiani dal mercato azionario rimane comunque enorme. Il 45% conosce le azioni, ma soltanto il 7,8%dichiara di averle detenute negli ultimi cinque anni. E questo nonostante l’esperienza di chi investe risulti molto positiva: l’indice di soddisfazione raggiunge 8,5, con quasi nove investitori soddisfatti per ogni insoddisfatto. A frenare sono soprattutto il rischio percepito, indicato dal 78,5%, e l’inesperienza, richiamata dal 60,9%. Il dato storico suggerisce inoltre quanto pesi il momento di ingresso e soprattutto di uscita: secondo il Centro Einaudi, chi è rimasto investito ha guadagnato, mentre chi era uscito dopo le crisi del 2012 e del 2022 ha recuperato soltanto in parte.

È invece il risparmio gestito a emergere come uno dei vincitori dell’indagine 2026. La soddisfazione raggiunge 12,5, la più elevata tra gli strumenti considerati, mentre il rapporto tra acquirenti e venditori arriva a 4,77: quasi cinque sottoscrizioni per ogni riscatto. L’indice di accumulo sale a 2 e avanzano in particolare PAC ed ETF, soprattutto nelle fasce di età intermedie. Complessivamente, però, fondi, gestioni, ETF e unit linked sono utilizzati soltanto dal 25-30% del campione, lasciando l’Italia ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei.

La banca resta il centro della relazione finanziaria degli italiani, anche se la fiducia richiede maggiore manutenzione. Il 92% accredita lo stipendio sul conto corrente, ma il rapporto tra clienti soddisfatti e insoddisfatti scende a 13,7, dal 16 del 2025, con un raffreddamento particolarmente evidente tra giovani e fasce di reddito elevate.

La casa continua intanto a occupare una posizione centrale nella ricchezza. L’indagine stima 1,5 milioni di intenzioni di acquisto nei prossimi due anni, anche se l’incertezza frena il passaggio dal desiderio alla compravendita. Il 66% considera l’immobile un investimento sicuro, una quota comunque in diminuzione rispetto al 2024. Cresce invece la funzione della casa come strumento di integrazione del reddito nella fase avanzata della vita, indicata dal 23,5%, mentre resta marginale, appena al 5%, la disponibilità a vendere la nuda proprietà.

Più controversa la situazione della previdenza. La percezione dell’incertezza sul reddito futuro diminuisce e il tasso di sostituzione atteso sale al 79,6%, dal 70,5% del 2025. Soltanto il 5,9% non sa prevedere quale sarà il proprio reddito a 65-70 anni, minimo storico. Questa fiducia non si traduce però in una diffusione elevata della previdenza complementare: vi aderisce appena il 22% del campione, per due terzi utilizzando il TFR, mentre il 68,7% ignora i vantaggi fiscaliassociati agli strumenti previdenziali.

Ancora più evidente è il ritardo sul fronte assicurativo, definito nella presentazione la “gamba più corta” della solidità finanziaria delle famiglie. Le polizze vita interessano il 26,7% del campione, quelle sanitarie il 16,9% e le coperture LTC il 13,9%. Il potenziale, tuttavia, è molto superiore: secondo l’indagine la domanda teorica di polizze vita potrebbe arrivare al 54,9%, mentre le coperture sanitarie intercettano soltanto il 40,2% del proprio bacino potenziale. Rimane inoltre un forte ritardo nelle assicurazioni contro furti e frodi informatiche.

E proprio la tecnologia mostra uno degli aspetti più interessanti della ricerca. Nonostante la crescente digitalizzazione dell’operatività bancaria, il risparmiatore italiano non sembra disposto ad affidare alle macchine le proprie decisioni finanziarie. L’87% rifiuta o non preferisce sistemi automatizzati di investimento basati sull’intelligenza artificiale, privilegiando il controllo umano. Il 96% non utilizza app per il trading online e le criptovalute restano sotto il 2% di utilizzo: l’88% non le conosce oppure non è interessato. Nel 69% dei casi, inoltre, la scoperta di nuovi strumenti finanziari passa ancora dal consulente in filiale.

Persino l’home banking restituisce un quadro meno digitale di quanto si potrebbe immaginare. Lo utilizza regolarmente senza problemi il 53,5% degli intervistati e rimane un divario di venti punti tra giovani e senior. Per oltre l’80% del campione l’operatore umano conserva un ruolo importante. E l’indagine rileva un risultato apparentemente controintuitivo: i risparmiatori più “analogici” partecipano maggiormente ai mercati finanziari organizzati e utilizzano più fondi, gestioni ed ETF rispetto ai risparmiatori più digitali. A pesare, sottolinea il Centro Einaudi, è anche il profilo socioeconomico.

Ne emerge un risparmiatore italiano più solido ma non improvvisamente più aggressivo. La cultura del risparmio si rafforza, la liquidità improduttiva comincia a diminuire e chi è già entrato nei mercati tende a rimanervi. Ma il cambiamento procede attraverso strumenti percepiti come comprensibili e governabili: obbligazioni, gestito, PAC ed ETF più che azioni dirette, criptovalute o soluzioni automatizzate.

È la sintesi indicata dallo stesso Centro Einaudi nelle conclusioni della ricerca: tecnologia, consapevolezza e disciplinasono le tre dimensioni lungo le quali sta evolvendo il risparmio. La tecnologia entra nella quotidianità, ma il rapporto personale resta centrale; aumenta l’attenzione a rischio, diversificazione e pianificazione; e i risultati premiano chi resta investito e accumula con metodo. Il risparmio italiano, insomma, comincia lentamente a liberarsi dall’equazione secondo cui sicurezza significa immobilità. Ma continua a chiedere, prima di tutto, fiducia.


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