Dario P.: “Mio figlio ha 15 anni e ha un’intensa vita sociale. Ma solo virtuale, con amici in rete”


“Per tanto tempo ho pensato che Matteo fosse semplicemente un ragazzo molto appassionato di videogiochi. Poi mi sono reso conto che non era quello il punto. Mio figlio ride, scherza, organizza serate e passa ore a parlare con i suoi amici. Solo che lo fa tutto attraverso Discord, una piattaforma digitale dove gioca in rete. I suoi rapporti più importanti sono con ragazzi che non ha mai visto di persona e, quando gli propongo di uscire con i compagni di scuola, mi risponde che i suoi veri amici sono quelli online. Io non so più se sto assistendo a un modo diverso di vivere l’adolescenza o se devo davvero preoccuparmi”. A raccontare la sua storia è Dario P., 45 anni, avvocato penalista che vive a Firenze. “Ho paura che mio figlio stia rinunciando a una parte della vita che, alla sua età, considero fondamentale”.

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Una vita sociale vissuta virtualmente “Matteo ha quindici anni ed è sempre stato un ragazzo tranquillo. Ama i videogiochi fin da quando era piccolo e negli ultimi anni ha iniziato a usare sempre di più Discord, dove gioca e parla con altri ragazzi. All’inizio non ci vedevo nulla di strano. Pensavo fosse semplicemente il modo in cui la sua generazione trascorre il tempo libero. Poi, poco alla volta, ho iniziato a notare una cosa. Quando tornava da scuola non mi raccontava mai di un compagno o di un’amicizia nata in classe. In compenso conoscevo a memoria i nomi dei ragazzi con cui giocava online. Li sentivo ridere, discutere, organizzare tornei e perfino decidere gli orari in cui collegarsi il giorno dopo. Mio figlio una vita sociale ce l’ha eccome. Solo che esiste quasi esclusivamente dentro uno schermo”.

Mio figlio una vita sociale ce l’ha eccome. Solo che esiste quasi esclusivamente dentro uno schermo

“Quest’estate siamo partiti per le vacanze pensando che, lontano da casa, avrebbe passato più tempo all’aria aperta. Invece appena rientravamo dal mare prendeva il telefono, indossava le cuffie e si collegava con i suoi amici. Un giorno gli ho chiesto perché non provasse a sentire i compagni di scuola o gli amici del quartiere per uscire quando saremmo tornati a Firenze. Mi ha guardato con naturalezza e mi ha risposto: “I miei veri amici sono quelli di Discord. Quelli di scuola sono simpatici, ma non mi capiscono come loro”. Quella frase mi ha colpito moltissimo. Da una parte vedevo un ragazzo felice, che rideva e parlava continuamente. Dall’altra mi chiedevo come fosse possibile che nessuna delle persone che lui reputa amici non l’avesse mai incontrata davvero”.

La paura di sbagliare, come padre

“Essendo realmente preoccupato, ho provato a limitare il tempo che passava davanti ai videogiochi, pensando che fosse la soluzione. È stata una battaglia continua. Matteo si è arrabbiato tantissimo. Mi ha detto che gli stavo impedendo di stare con i suoi amici, esattamente come se gli avessi vietato di uscire di casa. In quel momento ho capito che, ai suoi occhi, non stavo togliendo un videogioco ma una relazione. E questo mi ha mandato ancora più in crisi. Oggi non penso che gli amici online siano meno veri di quelli conosciuti di persona. Credo però che a quindici anni ci sia bisogno anche di condividere una partita a pallone, una pizza, una passeggiata o una risata guardandosi negli occhi. Ho paura che mio figlio stia crescendo senza queste esperienze e non so quanto questo possa pesare sul suo futuro. La cosa più difficile è trovare un equilibrio: non voglio demonizzare il suo mondo, ma nemmeno rassegnarmi all’idea che tutta la sua adolescenza si svolga dietro uno schermo”.

La psicologa: “Matteo ha 15 anni e sente il bisogno di separarsi dalla famiglia e lo fa attraverso la ricerca di una nuova appartenenza: gli amici online”

“La storia di Dario e Matteo, padre e figlio di 15 anni, ci porta ad esplorare diversi ambiti: l’adolescenza e i suoi compiti evolutivi, la relazione tra un padre e un figlio che vivono due mondi con un diverso linguaggio, il significato che assume per Matteo l’uso dei videogiochi in maniera prevalente rispetto al vivere le relazioni offline con i compagni di scuola”, scrive la dott.ssa Natalia Zolfanelli, psicoterapeuta della famiglia, coppia, individuo.

“Matteo ha 15 anni e sente il bisogno di separarsi dalla famiglia e lo fa attraverso la ricerca di una nuova appartenenza: gli amici online. Il suo processo evolutivo di separazione non avviene attraverso una relazione fisica, corporea tra pari ma attraverso il mondo relazionale digitale. La scelta di Matteo di ricercare un nuovo territorio da esplorare, porta con sé la necessità di riconoscimento tipica dell’adolescenza. Questa ricerca può essere compresa dal padre ma ciò che diventa non comprensibile per Dario è il preferire gli amici online piuttosto che vivere di persona le relazioni con gli amici di scuola.

È proprio qui che si palesa la differenza tra i diversi codici culturali, le loro strade si dividono. Dario appartiene a una generazione cresciuta in luoghi dove il quartiere rappresentava lo spazio per incontrarsi, per condividere non solo un fare con ma anche un sentire emotivo, luoghi dove sperimentare vittorie e fallimenti. La sua generazione appare in antitesi con quella di Matteo che vive l’identità digitale come parte dell’identità reale. Lo scontro tra i due mondi pone in essere una lotta di potere inconscia tra padre e figlio dove ognuno si trincera dietro le proprie posizioni: Dario tenta di ristabilire autorità attraverso limitazioni, regole rigide e Matteo difende il suo territorio mostrandosi più convinto rispetto all’uso di Discord.

Come si potrebbe aiutare a migliorare la relazione tra Dario e Matteo?Provare ad entrare nel mondo di Matteo senza giudicarlo, negoziare le regole anziché usarle come punizione. La frase: “I miei veri amici sono quelli di Discord” offre a Dario una strada percorribile in questa direzione. La frase di Matteo cela un messaggio relazionale. Matteo sta dicendo che in quel luogo si sente al sicuro, riconosciuto come competente, non teme l’esclusione, è lontano dagli sguardi e dalla performance sociale. Nello stesso tempo sta dicendo che fuori dall’online si sente vulnerabile. Ma in questa dinamica relazionale anche Matteo può fare la sua parte; può tentare un avvicinamento a suo padre nel comprendere le preoccupazioni di Dario senza sentirsi attaccato.

Dario non sta sbagliando come padre, sta affrontando un cambiamento evolutivo che richiede una nuova grammatica relazionale, con tutte le ansie, il sentirsi incompetente e il vedere che il suo bambino sta diventando grande. Per concludere direi ad entrambi di abbassare le armi, uscire dalle trincee e incontrarsi sul ponte del dialogo affinché il nuovo capitolo della loro storia possa iniziare”.


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