«Raccontare la nostra Comunità? Una delle più intense esperienze professionali della mia vita»


di Ester Moscati

Sotto la sua guida, Bet Magazine e Mosaico sono cresciuti, con l’obiettivo di essere la voce di una comunità composita e vitale. La sfida è stata (e sarà in futuro) mantenere l’equilibrio e coltivare l’identità ebraica dei giovani, in tempi di tensioni e fratture

Diciotto anni fa Fiona Diwan prendeva in mano la direzione dei media della Comunità. Con una impronta precisa, che coinvolgeva fin da subito la sua rete professionale maturata in decenni di giornalismo nei periodici, Diwan aveva subito guardato ai giovani varando un corso per aspiranti giornalisti della Comunità e invitando molti colleghi a tenere lezioni: erano intervenuti Franca Sozzani (all’epoca leggendario direttore di Vogue Italia), Andrea Monti, passato dalla direzione di Panorama a direttore della Gazzetta dello Sport, le eclettiche Rachele Enriquez e Natalia Aspesi, Bice Biagi, Magdi Allam, Silvia Robertazzi e molti altri. Con una spiccata sensibilità per l’immagine, per il mosaico sociale del mondo ebraico italiano e per l’attualità culturale, con una attenzione alle istanze dell’ebraismo contemporaneo e al confronto dialettico con le istituzioni, dal 2008 Diwan ha messo a punto una formula di magazine che è ancora lo specchio della realtà ricca e poliedrica dell’ebraismo di casa nostra. Oggi che ha lasciato la direzione, abbiamo voluto congedarci con una conversazione sulla sua carriera e sul presente e futuro dell’informazione ebraica in Italia.

«La situazione è oggettivamente molto delicata e difficile – dice Fiona Diwan -. Sempre più spesso ci ritroviamo ‘sbattuti’ sul banco degli imputati, ormai anche come stampa ebraica, oggetto di un bullismo mediatico violento e inquietante. Ci dicono che siamo faziosi, che siamo ‘di parte’, e scatta così l’ostracismo. Siamo ahimè ancora dentro quel famoso ‘Davide discolpati’ del 1982, stretti tra due polarità: da una parte il doverci ‘discolpare’ per quello che siamo in quanto ebrei e, dall’altro, il rischio di scivolare nel vittimismo, di essere arruolati nelle schiere dei piagnoni, del ‘ce l’hanno tutti con noi’. Per essere ‘socialmente accettabili’ ci viene richiesto sia come individui sia come collettività, di prendere le distanze da Israele, di condannarne l’operato. Dopo il 7 ottobre e con la guerra a Gaza, tutti si sentono in diritto di impartirci lezioni di ‘moralità’, tutti animati da un furore morale assurdo e francamente irricevibile. Un vulnus, un campo di tensione dentro cui è molto difficile vivere. La nostra mission dovrebbe essere quella di uscire da questa polarità».

In che modo?

Appunto, né discolparsi né fare le vittime. Lavorare su una nuova assertività: non giocare in difesa rispetto a fake news o narrative distorte e false, quanto piuttosto costruire una nuova narrativa. Sostanzialmente, si tratta di muoversi su due linee: la prima è quella di raccontare ovunque sui media, come un disco rotto, quanto l’identità ebraica sia parte integrante e vitale della cultura e della civiltà italiana ed europea; l’altra linea è quella del dialogo con tutte quelle parti della società civile che siano in grado e abbiano la volontà di ascoltare e dialogare. Con il mondo islamico più aperto e moderato, con il mondo cattolico, con il Vaticano, con gli enti locali… Tra le mie prime iniziative, nel 2009, c’è stata quella di pubblicare una serie di interviste a politici, ministri dell’allora governo e leader dell’opposizione, e direttori di grandi giornali, per sollecitare un confronto e una presa di posizione verso il mondo ebraico. Questa è una strada che va ancora percorsa, anche se i tempi sono completamente diversi e si rischia di trovarsi di fronte a tanti no. Ma non bisogna mollare.

Cosa pensi del ruolo del Bollettino Bet Magazine come collante comunitario, vista la sua storia ormai di oltre 80 anni? Soprattutto oggi che è più “difficile” essere ebrei rispetto agli anni del secondo Dopoguerra?

Il ruolo non cambia: trasmettere il senso di coesione, di un destino comune, l’appartenenza a una identità. Mi riferisco alla judeitè, che non è semplicemente l’ebraicità o giudeità o ebreitudine, quanto piuttosto la coscienza della propria identità, non solo religiosa. Intendo con questa parola un modo di stare al mondo con una sensibilità culturale, spirituale, intellettuale, tipicamente ebraica. Questo, per cementare l’identità ebraica della nostra Comunità. Si tratta della specificità culturale e sociale ebraica nel mondo contemporaneo, che non vuol dire superbia ma consapevolezza di un particolarismo che è una ricchezza per tutti. All’interno del mondo ebraico è fondamentale recuperare equilibrio e coesione. È difficile oggi bypassare le tensioni tra quelli che pensano che la comunità sia schierata in modo acritico con Israele e coloro i quali invece rivendicano una dimensione diasporica o, con un neologismo che fa riflettere, un ‘diasporismo’ che cerca di smarcarsi da Israele. Insomma, per dirlo più chiaramente, da una parte troviamo quelli che coltivano una sorta di ‘religione di Israele’ e pensano che Israele vada difeso sempre, senza se e senza ma; dall’altra c’è chi rivendica una condizione ebraica svincolata dal conflitto mediorientale e che non si identifica con la realtà israeliana. Personalmente, ritengo che la dialettica Diaspora/Israele sia un elemento ineludibile, imprescindibile e costitutivo oggi della condizione contemporanea degli ebrei.

Certo, quelli che coltivano la ‘religione di Israele’ devono rendersi conto che esiste un modus vivendi in Diaspora che va al di là della mera identificazione con Israele, e viceversa, la stessa cosa vale per coloro che pensano che smarcandosi dalla guerra in corso, scaricando Israele, possano così ritrovare il comfort perduto, la salottiera disinvoltura di un tempo. Insomma, serve un equilibrio, cosa affatto scontata né facile. Le comunità, i vertici, i leader, dovrebbero tenere conto di questa polarità senza reciproche demonizzazioni, trasformarla in dibattito interno.

Dal punto di vista della comunicazione il lavoro si prospetta complesso: come mantenere apertura mentale ed equilibrio tra le varie anime della comunità senza cadere nelle contrapposizioni radicali?

Ripeto: mantenendo un atteggiamento aperto e di ascolto, non chiudendosi a riccio sulle proprie posizioni.

Le giovani generazioni sono cruciali in questo scenario…

Un ruolo che non siamo riusciti ad assolvere come avrei voluto è quello di tenere vicini alla comunità i ragazzi che escono dal liceo. È difficile catturarne l’attenzione con i media tradizionali. Ci siamo aperti ai social, ma l’evoluzione di questi canali, dove pure abbiamo ottenuto contatti e numeri di un certo rilievo, è stata più rapida delle nostre forze. Ci sarà da lavorare, perché i giovani rappresentano il futuro di ogni comunità e tenerli vicini è cruciale per creare un ricambio generazionale, sia per i leader futuri ma soprattutto per garantire che i giovani di oggi e gli adulti di domani si iscrivano ancora alla comunità e mantengano un legame con lei. Il compito è gravoso e richiede creatività, idee e investimenti importanti.

Tuttavia, tra le prime cose che hai fatto come direttore è stato puntare sulla formazione, con l’opportunità di un corso per giovani aspiranti giornalisti. Così hai spinto ragazzi e ragazze a intraprendere un percorso professionale… Alcuni di questi ragazzi scrivono oggi nei nostri media e anche per testate nazionali.

Puntare sulla formazione, proporre percorsi di crescita professionale post-maturità è una delle chiavi per agganciare i giovani. All’epoca, quella era stata una opportunità unica per imparare il mestiere di giornalista o semplicemente per gestire e leggere le notizie. Oggi, con i social media, altri giovani potranno cimentarsi con linguaggi giornalistici più attuali. È nodale riportare i giovani al centro, far sì che non smarriscano la propria identità in un periodo in cui, diciamo la verità, sono tramortiti dalla guerra in Medio Oriente e dal nuovo antisemitismo, portandoli a vivere tensioni con colleghi, amici, compagni di studio e, a volte, a scontrarsi anche con gli stessi genitori, magari più tradizionalisti. Perché o ti adegui al mainstream proPal o sei out. Tutti noi oggi rischiamo di entrare in un vortice centrifugo, spinti all’isolamento. Col rischio di vivere ebraicamente nascosti, in una sorta di nuovo marranesimo. La generazione Z, che domani sarà chiamata a dirigere le nostre comunità, è abitata oggi da un forte radicalismo e da posizioni antisistema; i suoi modelli sono il sindaco di New York Zohran Mandami e Zack Polanski, leader del partito Verde in Gran Bretagna, personaggi intrisi di ideologia woke. Vedo in queste nuove generazioni una ostilità preconcetta contro Israele, contro la società occidentale e i suoi valori, contro l’iniziativa economica privata, una generazione che fa dei temi ambientali un dogma e che guarda a Gaza come un tempo si faceva protestando contro la guerra in Vietnam. Ora, avere sogni e utopie è importante ed è parte dell’ecosistema interiore giovanile. Di più: tutti abbiamo bisogno di credere di poter cambiare la realtà e che le cose possano andare meglio. Le utopie sono un motore fondamentale. Il problema sta nello scambiare le utopie con le ideologie. Le ideologie, quella woke in particolare, sono il contrario del pensiero complesso, l’unico in grado di restituire la sostanza della realtà. Il rischio è che i nostri ragazzi vengano travolti da derive ideologiche che creano cortocircuiti terribili tra la loro identità, la loro origine famigliare ebraica e la loro spinta a far parte della contemporaneità. Nessun ragazzo desidera perdere amicizie, andare in conflitto col proprio capo al lavoro, vivere tensioni con i colleghi, litigare; eppure l’ostilità che tutti stiamo sperimentando ci mette in seria difficoltà con l’entourage. Ecco dove sta il rischio di un nuovo marranesimo. E allora il problema diventa urgente anche per le istituzioni ebraiche: i ragazzi di oggi che sono gli adulti di domani si iscriveranno in comunità? Pagheranno le rette della scuola, ci manderanno i loro figli? Se non sono strettamente religiosi, ma tradizionalisti o soft-identitari, cosa faranno?

Ti ricordi un momento in cui il ruolo dei media comunitari è stato decisivo?

Il periodo del Covid: non ci si poteva incontrare, bar mitzvà e matrimoni annullati, funerali deserti, le famiglie senza possibilità di abbracciarsi e incontrarsi… Così, la Comunità si è organizzata per aiutare gli iscritti, e Bet Magazine (di cui non abbiamo ritardato l’uscita di neppure un numero), Mosaico, la Newsletter sono stati cruciali, adoperandosi per informare e tenere coesa la kehillà.

Un bilancio: prima del Bollettino e dei media della Comunità arrivavi da un lungo viaggio professionale. Quali gli snodi e le tappe salienti? Sei “figlia d’arte”…

Toufik Mizrahi con la nipote Fiona

Mio nonno materno, Toufik Mizrahi, era un ebreo di Beirut, una figura importante del mondo politico e giornalistico, un pioniere, editore, fondatore e direttore di un giornale ancora esistente oggi: Le Commerce du Levant, un settimanale economico-politico che ha fatto la storia del Libano francofono e occidentalizzato. In seguito, mio nonno è stato condannato a morte in contumacia, nel 1960, con la falsa accusa di essere una spia a favore di Israele: perse tutto, dovette scappare in Francia. Le accuse furono in seguito ritirate, il processo, rivisto, risultò essere una montatura al fine di “incamerare” il giornale a costo zero. I suoi due figli, David e Eddy Mizrahi, sono stati entrambi giornalisti; uno a New York, dove ha fondato The Middle East Report, giornale economico sul Medio Oriente, presto diventato un faro per gli investitori americani nell’area. Insomma, io divento giornalista anche perché questa è la storia della mia famiglia. Tuttavia, ho sempre amato scrivere e raccontare la realtà, fin da piccola.

Quando è iniziato tutto?

Il percorso è iniziato a vent’anni al Corriere d’Informazione e a Panorama. Esperienze che mi hanno regalato una scrittura più ampia, non cronachistica, come inviato speciale a Grazia; con Vogue ho maturato la sensibilità per l’immagine, il capire quando una buona foto ‘comunica’, che cos’è un’immagine iconica, come si fa a scegliere scatti innovativi, insomma una cultura visiva: stare sul set con Oliviero Toscani, con Patrick Demarchelier, con Peter Lindbergh o con Steven Meisel sono state esperienze molto formative. Ricordo che addirittura mi capitò di cenare con Richard Avedon, alla presentazione del suo calendario Pirelli e di parlare con Andy Warhol quando a Milano venne per la sua mostra sul Vesuvio. Poi sono arrivate le direzioni: Gulliver (De Agostini-Rizzoli), un giornale di viaggi, tendenze e lifestyle, un successo di edicola e anche economico (portai il bilancio in positivo); l’idea vincente in quei primi anni Duemila (non c’erano i voli low cost e neppure i telefonini) fu quella di andare oltre i viaggi per abbracciare i gusti, i nuovi stili di vita, come vivere in un mondo che si stava globalizzando. Poi c’è stata la sfida di Flair, in Mondadori, nel 2003, un giornale di nuova concezione che, per l’editore, avrebbe dovuto rappresentare l’anello mancante tra un magazine di alto profilo come Vogue e il femminile/femminista Marie Claire. Una via stretta, che risultò impercorribile, costata un fiume di denaro; capii che un giornale che non ha una identità ben definita e chiara, che non sa qual è il lettore a cui sta parlando, ha una vita breve. Flair fu un azzardo, il tentativo di forzare le nicchie di mercato e di creare qualcosa di nuovo. Esteticamente superbo, è stato un magazine che doveva coniugare bellezza e attualità, contenuti intellettualmente sofisticati e moda, un equilibrio difficile malgrado le rubriche affidate a scrittori come Emmanuel Carrère e Margaret Mazzantini. Poi, nel 2005, è venuta la direzione di GEO per Mondadori-Gruner und Jahr, un altro periodico inedito per l’Italia, di taglio etno-antropologico, geografico, scientifico ma anche capace di guardare all’attualità sociale e culturale. La mia direzione si concluse dopo aver dedicato una copertina ai 70 anni di Israele, cosa che forse non piacque.

Che cosa ti aspettavi quando hai accettato la direzione dei media della Comunità e che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Ho sperimentato una delle più ricche esperienze professionali della mia vita. Sono sempre stata molto ricettiva in fatto di studi ebraici, ho sempre sentito la “nobiltà” della condizione ebraica, la sua unicità, la sua modernità, la dialettica tra particulare e universale, il suo essere un paradigma della più vasta condizione umana. E poi ho sperimentato il contatto vivo e pulsante con i lettori, la vicinanza con una realtà poliedrica e sfaccettata come quella ebraica. Essere lo specchio di una realtà che ti appartiene è una straordinaria opportunità. E poi la libertà di fare quello in cui credevamo, senza pressioni e condizionamenti, è impagabile, professionalmente preziosa. Un’esperienza unica soprattutto per il confronto costante con i lettori. Restituire il racconto di una realtà in cui si è così profondamente immersi, che ti riguarda personalmente è un’esperienza irripetibile. Vorrei ricordare qui alcune copertine come ad esempio quella de Il Bene fatto Bene (una inchiesta sul Servizio sociale e il volontariato Federica Sharon Biazzi della Comunità); e poi la serie di approfondimenti sul pensiero ebraico attraverso le figure di grandi Maestri e rabbini italiani; la storia delle sinagoghe di Milano; le interviste ai “grandi vecchi” della Comunità, onde preservarne la memoria e le storie emblematiche; le copertine dedicate a Jonathan Safran Foer, a A. B. Yehoshua, a Zigmunt Baumann, a Amos Oz. Insomma una ricchezza impareggiabile.


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