Bonus Renzi fino a 1.200 euro: chi ne ha diritto


Fino a 1.200 euro all’anno di trattamento integrativo, l’ex bonus Renzi, possono spettare ai lavoratori che non hanno ricevuto in busta paga l’importo dovuto o che ne hanno beneficiato soltanto in parte. La misura, confermata anche per il 2026, può arrivare a 100 euro al mese, ma il riconoscimento dipende dal reddito complessivo e dalle condizioni fiscali del contribuente.

Per chi deve recuperare somme riferite ai redditi del 2025, è importante controllare la Certificazione Unica 2026 e verificare se sia necessario correggere la dichiarazione dei redditi. Il termine del 26 ottobre 2026, indicato per gli adempimenti connessi alla dichiarazione integrativa, va valutato in relazione alla specifica procedura da utilizzare.

Che cos’è il trattamento integrativo

Conosciuto ancora come bonus Renzi, dal nome dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, il beneficio è stato introdotto nel 2014 con un importo iniziale di 80 euro mensili. Dal 2015 è diventato strutturale e, negli anni successivi, ha subito diverse modifiche fino ad assumere la forma attuale di trattamento integrativo.

Oggi il beneficio può raggiungere 1.200 euro annui e viene riconosciuto, quando spettante, direttamente dal datore di lavoro oppure dall’Inps per determinate prestazioni, come la Naspi.

La misura va distinta dagli altri interventi sul cuneo fiscale, che prevedono specifiche agevolazioni per alcune fasce di reddito. Si tratta, infatti, di strumenti diversi, con requisiti e modalità di calcolo che non devono essere confusi.

Chi può ricevere il bonus

Il trattamento integrativo riguarda principalmente i lavoratori dipendenti, alcune categorie di percettori di redditi assimilati e chi riceve determinate indennità di disoccupazione o ammortizzatori sociali. I pensionati sono esclusi dal beneficio.

Il calcolo viene effettuato sulla base del reddito complessivo, che può comprendere anche entrate non sempre considerate immediatamente dal contribuente, come i canoni di locazione assoggettati a cedolare secca e alcune tipologie di reddito sottoposte a regimi fiscali agevolati. L’abitazione principale e le relative pertinenze, invece, sono generalmente escluse dal computo secondo le regole previste.

Le condizioni cambiano a seconda della fascia reddituale.

  • Fino a 15.000 euro: il trattamento può spettare per intero, fino a 1.200 euro annui, purché l’imposta lorda sui redditi da lavoro dipendente sia superiore alla detrazione da lavoro spettante, diminuita di 75 euro in proporzione al periodo di lavoro.
  • Tra 15.001 e 28.000 euro: il beneficio non è automatico. Può essere riconosciuto se ricorrono le condizioni previste dalla normativa, legate in particolare al confronto tra l’imposta lorda e determinate detrazioni fiscali.
  • Oltre 28.000 euro: il trattamento integrativo ordinario non spetta.

Nella fascia intermedia possono incidere detrazioni relative, per esempio, a familiari a carico, interessi sul mutuo per l’abitazione principale, spese sanitarie e interventi di ristrutturazione. L’importo effettivamente riconoscibile dipende quindi dalla situazione fiscale individuale.

Per i contribuenti nella cosiddetta no tax area, con redditi fino a 8.500 euro, occorre verificare la capienza fiscale e le condizioni previste dalla legge: non è sufficiente considerare esclusivamente il reddito per stabilire se il bonus sia dovuto.

Perché il bonus potrebbe non essere stato pagato

Il datore di lavoro calcola normalmente il trattamento sulla base delle informazioni reddituali disponibili. Può quindi non conoscere eventuali redditi provenienti da un secondo impiego, da un immobile affittato o da altre fonti, così come potrebbe non disporre di tutti gli elementi necessari per valutare le detrazioni spettanti.

La situazione definitiva emerge dal calcolo complessivo dei redditi e delle imposte. I casi più delicati riguardano chi ha cambiato lavoro durante l’anno, possiede più Certificazioni Uniche oppure percepisce altri redditi.

Le circostanze da verificare sono soprattutto tre: il bonus non è stato riconosciuto, è stato pagato in misura inferiore a quella spettante oppure risulta indicato nella documentazione fiscale senza essere stato effettivamente erogato.

In presenza dei requisiti, l’eventuale differenza può essere recuperata attraverso la dichiarazione dei redditi, seguendo la procedura appropriata.

Alcuni esempi di calcolo

Un lavoratore con un reddito annuo di 14.000 euro e dodici mesi di attività potrebbe avere diritto a 1.200 euro. Se durante l’anno ha ricevuto soltanto 800 euro, potrebbe recuperare i restanti 400, a condizione che il ricalcolo confermi il diritto all’importo massimo.

Con un reddito di 18.000 euro, invece, il trattamento non è automatico. Se, dopo le verifiche previste, il beneficio spettante risultasse pari a 300 euro, il contribuente avrebbe diritto a quella somma e non necessariamente all’importo massimo annuale.

Un ulteriore esempio riguarda chi ha lavorato per due datori diversi nello stesso anno. Un dipendente che abbia percepito 9.000 euro dal primo datore e altri 9.000 dal secondo potrebbe aver ricevuto complessivamente 1.200 euro, calcolati separatamente sulle due posizioni lavorative. Una volta sommati i redditi nella dichiarazione, però, il diritto deve essere verificato sul totale di 18.000 euro. Se non ricorrono le condizioni previste per quella fascia, potrebbe emergere l’obbligo di restituire quanto ricevuto indebitamente.

Gli esempi sono indicativi: il risultato effettivo dipende dalle detrazioni, dai giorni di lavoro e dagli altri elementi della dichiarazione.

Come controllare la Certificazione Unica 2026

Per verificare il trattamento integrativo riferito ai redditi del 2025 è necessario consultare la Certificazione Unica 2026. In particolare, occorre esaminare i campi dedicati al bonus e confrontarli con gli importi realmente percepiti.

  • Campo 390: riporta il codice relativo al riconoscimento del trattamento integrativo.
  • Campo 391: indica l’importo del trattamento effettivamente erogato.

Il dato deve essere confrontato con le informazioni riportate nel rigo C14 del quadro C del modello 730. La verifica consente di individuare eventuali incongruenze, ma non basta da sola a stabilire se il bonus spetti: è necessario ricalcolare il beneficio sulla base del reddito complessivo e delle detrazioni.

Per evitare errori è consigliabile rivolgersi a un CAF o a un professionista abilitato, che potrà verificare la documentazione e individuare la procedura corretta per recuperare eventuali somme.

Come correggere il modello 730 già presentato

Se il modello 730 è stato trasmesso senza indicare un trattamento integrativo spettante, può essere necessario presentare una dichiarazione integrativa. La procedura dipende dall’effetto della correzione sul risultato fiscale.

Quando la rettifica determina un credito maggiore, un debito inferiore oppure lascia invariata l’imposta, è possibile ricorrere alla dichiarazione integrativa secondo le modalità previste. Se, al contrario, la correzione comporta un credito minore o un debito superiore, occorre valutare l’utilizzo del modello Redditi correttivo o integrativo, in base al caso concreto.

È quindi importante non procedere automaticamente sulla base del solo importo mancante: prima di inviare una nuova dichiarazione bisogna verificare quale modello sia corretto e quali termini siano applicabili.

Quando arriva il rimborso e cosa succede se il bonus non spettava

Se dalla dichiarazione emerge un credito, il rimborso può essere riconosciuto attraverso il sostituto d’imposta oppure, quando non è presente un datore di lavoro che possa effettuare il conguaglio, direttamente dall’Agenzia delle Entrate. I tempi dipendono dalla procedura utilizzata e dalle verifiche necessarie.

Il meccanismo opera anche in senso inverso. Se il trattamento integrativo ricevuto durante l’anno risulta superiore a quello effettivamente spettante, il contribuente deve restituire la differenza. Per gli importi da recuperare superiori a 60 euro, la normativa prevede, nei casi interessati, la restituzione mediante otto rate di pari importo, a partire dalla retribuzione interessata dal conguaglio.

Chi ha più rapporti di lavoro o prevede di superare le soglie previste dovrebbe verificare preventivamente la propria posizione e valutare con il datore di lavoro se rinunciare all’erogazione anticipata, quando consentito. In questo modo può ridurre il rischio di dover restituire somme non dovute al momento del conguaglio fiscale.


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