Una direttiva europea sull’abitare intitolata a Maricarmen, la donna sfrattata in Spagna e poi morta. Un fondo da 300 miliardi di euro per affrontare la crisi abitativa attraverso tre interventi: costruire nuove case pubbliche e bonificare le aree dismesse, regolamentare gli affitti brevi e incentivare il recupero degli alloggi privati sfitti. Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, è in partenza per Bruxelles -dove è in discussione un pacchetto normativo per affrontare la crisi abitativa – con queste proposte e con un obiettivo: fare dell’abitare accessibile una priorità europea.
Ma il messaggio non è rivolto soltanto alle istituzioni comunitarie. Lepore chiama in causa anche il Partito democratico e il centrosinistra italiano, chiedendo che la casa diventi un tema centrale in vista delle prossime elezioni politiche. “Non può essere che in vista anche delle elezioni nazionali la sinistra e il centrosinistra in Italia non facciano della casa la propria ossessione”, avverte il primo cittadino nell’intervista rilasciata a BolognaToday proprio alla vigilia delle tumultuose contestazioni registrate a Bruxelles contro le politiche di austerità del governo.
Intanto, sul fronte bolognese, il primo cittadino traccia il bilancio su quanto realizzato dalla sua amministrazione sul fronte dell’abitare, ma getta anche uno sguardo avanti e annuncia l’intenzione di rilanciare la tradizione delle cooperative abitative a proprietà indivisa (società senza scopo di lucro che acquistano o costruiscono immobili, mantenendo la piena proprietà degli edifici. I soci non diventano mai proprietari degli appartamenti, ma ottengono un diritto di godimento o uso, ndr). L’avviso – promette Lepore – sarà da pubblicare entro la fine dell’attuale mandato, l’obiettivo è quello di favorire l’accesso alla casa delle persone con redditi più bassi. Un progetto che si inserisce in una visione più ampia: fare della casa “l’infrastruttura più importante” per la Bologna dei prossimi anni e uno dei punti centrali del programma con cui intende ricandidarsi.
Sindaco, è in partenza per Bruxelles, dove si discute un pacchetto di misure a sostegno dell’abitare accessibile, che non trova consensi unanimi. Con quale stato d’animo affronta il viaggio?
“Combattivo innanzitutto, perché credo che la crisi abitativa oggi sia la questione principale che preoccupa le famiglie. Il costo della vita si sta mangiando gli stipendi e sappiamo bene che l’Italia è fanalino di coda sul fronte dei salari, qui l’alloggio vale dal 40 al 60% del reddito delle persone”.
Quale è l’obiettivo di questo viaggio e cosa porterà sul tavolo europeo?
“Andrò a Bruxelles per interfacciarmi con il Comitato delle Regioni, parlerò con parlamentari europei, con i rappresentanti della Commissione, con Irene Tinagli che presiede la Commissione speciale per l’Abitare. Io credo che quello che è successo in Spagna sia molto esplicativo di quello che l’Europa oggi deve fare. L’Europa si sta unendo solo su temi come le armi, si è unita sul Covid, deve fare altrettanto sulla crisi abitativa.
Penso che dopo anche la morte di Maricarmen, la signora che era stata sfrattata in Spagna, oggi occorra dare il nome della nuova direttiva europea per l’abitare ad una persona come lei… potrebbe essere simbolo di una riscossa dell’Europa, c’è infatti bisogno di unità per dare risposte concrete ai cittadini. Lo proporrò.
Quale è la prima misura che dovrebbe contenere questa direttiva?
Intanto servono risorse, non ci può essere un piano europeo o nazionale per l’abitare senza. Noi abbiamo creato una rete di sindaci, Sindaci per l’abitare, abbiamo stimato un fabbisogno di 300 miliardi di euro, e considerato che per il riarmo l’Europa ha creato un fondo da 800 miliardi… C’è necessità di risorse che arrivino direttamente alle città, ai sindaci, che permettano in primis di realizzare nuove case pubbliche e bonificare aree dismesse. Bologna – ad esempio – ha 18 aree militari e ferroviarie dismesse, sono in mano a fondi dello Stato. Quindi, se lo Stato italiano volesse fare un piano casa vero, dovrebbe innanzitutto mettere un fondo per le bonifiche ambientali.
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Quali sono le altre proposte?
Sono tre le proposte che io farò e che secondo me possono essere anche l’oggetto di una direttiva Maricarmen per la crisi abitativa: oltre alla rigenerazione delle aree e la costruzione di case pubbliche, occorre regolamentare gli affitti brevi e gli incentivi per lo sfitto privato. Va fermata la destra europea perché sta cercando di destrutturare le proposte sull’abitare che la Commissione in questi mesi ha avanzato
Se il confronto a Bruxelles dovesse restare in stallo, esiste un piano B?
Intanto deve esserci una lotta politica, perché non può essere che in vista anche delle elezioni nazionali la sinistra e il centrosinistra in Italia non facciano della casa la propria ossessione. Lo è per i sindaci, lo è per me, deve esserlo per la sinistra e per il centrosinistra. Quindi io credo che sia importante che la sinistra si presenti in Italia alle elezioni con una proposta fortissima sull’abitare.
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E nel frattempo, che cosa farà Bologna?
A Bologna e nelle nostre città comunque dobbiamo andare avanti lo stesso. Noi regolamenteremo gli affitti brevi (parole spese alla vigilia della stroncatura da parte della Corte costituzionale della legge regionale sul tema, che tuttavia non dovrebbe intaccare particolarmente la direzione presa dal capoluogo emiliano): abbiamo già inserito nel nostro piano urbanistico la regolamentazione ed entro quest’anno porteremo in Consiglio anche le zone dove applicare limiti. Abbiamo fatto un piano da 260 milioni di euro, rigenerato 4.500 alloggi, ridotto la povertà energetica per 6.000 famiglie. Vorrei fare della casa l’infrastruttura più importante del prossimo mandato.
Oltre alle misure adottate, ci sono novità in previsione?
Entro il mandato, quindi fra qualche mese, voglio far uscire un avviso per la cooperazione indivisa, ritornare in questa tradizione bolognese delle case cooperative per le persone con redditi più bassi. Continuare poi col lavoro della Fondazione per l’abitare, puntando anche a riportare sul mercato gli alloggi privati vuoti e ampliare l’offerta di affitti di locazione a canone concordato.
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Sul canone concordato cosa rallenta l’adesione?
I veri colli di bottiglia sono due: da un lato il tema fiscale, perché occorre incentivare anche a livello nazionale queste politiche sull’abitare. Dall’altro la fiducia, quindi i fondi di garanzia devono aiutare i proprietari a fidarsi dell’inquilino, a fidarsi del Comune.
Credo che sia intollerabile che a Bologna ci siano affitti da 1.500-2.000 euro per una famiglia. Molti non applicano il canone concordato perché in una settimana trovano l’affittuario che paga quella cifra. Dobbiamo fermare questa escalation dell’affitto con provvedimenti energici.
Se non arrivassero nuove risorse europee, e terminato il Pnrr, quanto rischia Bologna?
Noi abbiamo investito quasi 20 milioni di euro di fondi europei grazie al PON Metro, ora si può andare avanti senza i fondi europei? Io credo di no. Abbiamo bisogno che i fondi di coesione, che sono sempre stati dati alle città e alle regioni, continuino ad esserci.
Oltre a questi servono anche fondi nazionali per la casa. Dove prenderli? Ad esempio, i le risorse destinate al Ponte sullo Stretto di Messina, che sono 13 miliardi, sono equivalenti esattamente al fabbisogno di un piano casa nazionale vero.
Che cosa contesta al piano casa del nostro governo?
È troppo lento. Non è un caso che sia stato fatto a fine mandato, a fine legislatura, perché è una promessa per i prossimi anni. E comunque non sta svoltando quello che serve nelle città. Per intenderci, l’Italia non è Milano. Le altre città sono medie o piccole e non hanno la stessa attrattività finanziaria. Non possiamo tutti essere comprati – per fortuna, aggiungerei – dai fondi speculativi.
Ha definito la casa una sua ossessione. L’ossessione deriva da una crisi che si è aggravata durante il mandato? E guardando indietro, pensa che si sarebbe potuto intervenire diversamente o con tempi più rapidi?
L’ossessione nasce anche dai dati sul futuro. Entro il 2050, nell’area metropolitana di Bologna avremo il 70% in più di settantenni e il 14% in meno di adolescenti. La popolazione invecchierà e anche il modo di abitare dovrà cambiare. Già oggi i giovani faticano a comprare casa e i salari sono rimasti fermi. Bologna è una delle città più ricche d’Italia, ma non è un’isola: se il Paese si impoverisce, anche Bologna ne risente.
Ecco perché parlo di ossessione: se non interveniamo adesso, rischiamo di non riuscire più a governare questa crisi. Servono scelte coraggiose sull’abitare e sul trasporto pubblico. Noi abbiamo investito tutte le risorse disponibili; se ne avessimo avute di più, avremmo fatto di più.
La casa sarà tra le priorità al centro del suo programma per il prossimo mandato?
Io mi candiderò dicendo proprio questo: che l’infrastruttura più importante è l’abitare. Tutte le risorse che riusciamo a trovare vanno messe lì, perché ciò che in questo momento serve a far svoltare dal punto di vista sociale la città, la vita delle famiglie e di quelli che a Bologna ci vorranno venire a vivere nei prossimi anni.
Ad esempio, ora i giovani non li stiamo aiutando a sufficienza. Bologna è la città che in Italia insieme a Milano attrae più giovani, ma sono ancora troppi quelli che se ne vanno. Dobbiamo invece trattenerli ed è una questione di salari, ma anche di costo della vita in città. L’altra questione importante è il sostegno a reddito del ceto medio e in questo senso abbiamo avviato il programma Bologna ti sostiene. Credo anche che la forza del Comune siano i servizi pubblici accessibili. Abbiamo azzerato la lista di attesa dei nidi, dobbiamo ora lavorare sulla non autosufficienza degli anziani e la disabilità, questo fa la differenza nel reddito e anche nella qualità della vita.
La lista delle sue priorità è chiara, ma se non dovessero arrivare nuovi fondi, di qualcosa si dovrà fare a meno. Cosa?
Dire cosa possiamo accantonare dal nostro bilancio non è semplice, perché i bilanci dei Comuni sono veramente all’osso. Solo adesso in questo bilancio dovrò trovare altri 10 milioni di euro. Il rischio che hanno i cittadini, se lo Stato continua a tagliare sui Comuni, è che si debba razionalizzare sui servizi. Mentre noi abbiamo bisogno di più servizi, più manutenzione stradale, maggiore pulizia nella città, maggiore sicurezza.
Se da un lato lo Stato centralizza sempre di più le decisioni ma scarica in periferia i costi, vuol dire che decidono da Roma cosa dobbiamo fare, ma a pagare siamo noi. E questa non è l’autonomia, è il suo contrario .
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