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Dalla Francia a ferro e fuoco, alla Germania alla Spagna i giovani scendono in piazza per scuola, casa e contro la leva: il futuro è la voce di bilancio da tagliare mentre il riarmo cresce. Il potere risponde con fermi, gas e teorie sull’Islam.
I giovani che l’Europa vuole curare con il manganello
Il lessico dell’epidemia ha un vantaggio politico notevole: chi parla di contagio prescrive già la profilassi. Davanti alla terza giornata di mobilitazione dei licei francesi, martedì 6 ottobre, la sequenza è stata quella ormai collaudata. Le organizzazioni studentesche hanno contato 450mila manifestanti in tutto il Paese, il ministero dell’Interno ne ha censiti 86mila nella sola mattinata, e il divario tra le due cifre ha già occupato più spazio del motivo per cui si sfilava. Secondo il ministero dell’Istruzione, 891 licei su circa 3.700 hanno sospeso le lezioni, in tutto o in parte.
Il movimento francese è nato in sordina il 7 settembre con il blocco del liceo Théodore-Monod di Le Rheu, vicino a Rennes, contro una rentrée caotica, orari incoerenti e classi sovraffollate. Tra il 24 e il 25 settembre i blocchi si sono moltiplicati e il 29, giornata di sciopero del pubblico impiego, l’Union syndicale lycéenne ha chiamato tutti i licei a unirsi, seguita da un secondo appuntamento il primo ottobre e dal terzo atto di martedì. Le richieste iniziali sono concrete: sostituzione dei docenti assenti, classi meno affollate, edifici in condizioni decenti, più risorse per la scuola pubblica, mentre l’Union étudiante ha ripetuto che non si fermerà finché non ci saranno dieci miliardi sul tavolo.
Le rivendicazioni, però, vanno oltre l’aula. Sullo sfondo c’è il bilancio 2027 del governo Lecornu, con stipendi pubblici congelati e tagli alla spesa mentre le risorse per munizioni, droni, difesa aerea, spazio e deterrenza nucleare continuano a crescere.
La Rete degli studenti italiani, in un comunicato di solidarietà, cita il ministero della Difesa francese per ricordare che il bilancio militare del 2026 ammonta a 68,4 miliardi, 6,7 in più rispetto all’anno precedente. Uno degli slogan più forti del movimento recita «Soldi per l’educazione, non per la guerra».
Le piazze hanno prodotto anche scontri, a Parigi, Lione, Marsiglia, Strasburgo e Rennes. Il premier Sébastien Lecornu ha parlato di 215 studenti, 85 dipendenti scolastici e 725 agenti feriti dall’inizio del movimento, e solo martedì le persone fermate sono state 488. I fermi complessivi superano i seimila, in grande maggioranza minorenni. Libération ha documentato due liceali gravemente feriti al volto da armi della polizia, mentre Le Monde ha osservato che la linea dura del governo, concentrata sulla polemica contro La France insoumise e sulla «violenza urbana», ha finito per negare la validità stessa delle manifestazioni.
La risposta di Parigi è stata la sospensione delle lezioni nei licei fino al fine settimana, per organizzare un «momento di democrazia interna», e una piattaforma di consultazione chiamata Agora, aperta fino al 23 ottobre.
In Spagna la piazza è quella del diritto alla casa. Il 23 settembre a Madrid un’ottantasettenne, Maricarmen Abascal, è stata sfrattata dall’appartamento in cui viveva da decenni, e l’immagine ha riempito di tende la Puerta del Sol. Il governo Sánchez ha approvato il 29 settembre due decreti, con lo stop agli sfratti dei soggetti vulnerabili fino al 2030 e il divieto di acquisto di abitazioni da parte dei fondi di investimento fino a fine 2028. Il 2 ottobre il Congresso li ha bocciati, il primo con 178 voti contrari contro 172 favorevoli e il secondo con 184 contro 166, grazie ai no di PP, Vox e Junts. Sabato 3 ottobre le manifestazioni hanno toccato oltre cinquanta città, e lunedì 5 Sánchez ha sciolto le Cortes, con elezioni fissate per il 29 novembre.
In Germania il fronte è la leva. La legge voluta dal governo Merz mantiene per ora il reclutamento volontario, ma prevede una visita medica obbligatoria per gli uomini dal 1° luglio 2027 e lascia al Parlamento la possibilità di reintrodurre la coscrizione se i volontari non bastano. Il movimento «Schulstreik gegen Wehrpflicht», con lo slogan «No alla leva, al servizio civile e alla guerra», aveva già organizzato tre scioperi nazionali, l’ultimo l’8 maggio. Venerdì 25 settembre oltre 45mila studenti, secondo gli organizzatori, sono scesi in un centinaio di città, mentre a Berlino la polizia ne ha stimati circa 2.400. Gli studenti annunciano di voler scioperare finché la leva non sarà definitivamente esclusa, e la rete europea «We do not enlist» coordina un’azione comune tra Germania, Francia e Italia per il 20 novembre. Da noi i primi cortei sono già partiti, a Torino il 5 ottobre, con lo slogan «Facciamo come in Francia».
Imparare, abitare, non morire in guerra
Chi parla di contagio spiega la simultaneità con un virus e si risparmia la domanda sul perché. Una scuola senza insegnanti, un affitto che divora il salario e una visita medica che anticipa una divisa sono tre capitoli della stessa storia, perché riguardano le tre cose di cui una generazione ha bisogno per costruirsi una vita: imparare, abitare, non morire in guerra.
In tutti e tre i casi la risposta pubblica è la stessa, cioè che le risorse mancano, salvo trovarsi con bilanci della difesa in crescita e con un presidente – Macron – che assiste al lancio di un missile mentre il suo ministero apre un forum online. Gli studenti francesi non hanno bisogno di una laurea in economia per cogliere la contraddizione: la scuola crolla perché non ci sono fondi, e i fondi ci sono altrove.
Questa saldatura è la parte meno raccontata, perché ridurre la protesta a un problema scolastico, infiltrato da politicanti e teppisti, permette di non discutere né di riarmo né di austerità, e permette di rispondere con la questura al posto del bilancio. Il diagnosta più autorevole è arrivato dall’altra parte dell’Atlantico: Donald Trump ha spiegato che la colpa è dell’Islam e dell’immigrazione di massa, il che farebbe dell’umidità nelle aule di Saint-Denis una questione di teologia. Nella versione domestica i registi sono Mélenchon e l’ultrasinistra, i protagonisti sono i casseurs, e le richieste diventano pretesto. Il copione funziona perché ogni ingrediente contiene un grano di verità: le violenze esistono, e i presidi aggrediti sono una realtà. A essere truffaldino è l’uso, che trasforma il dettaglio più scenografico nell’intera spiegazione.
Il passaggio successivo è più sporco e consiste nel trattare l’origine dei manifestanti come una prova a carico. Le proteste hanno trovato una delle roccaforti nelle periferie, dove le scuole sono più povere e la popolazione più varia, e nel dibattito online c’è chi, a quanto si legge nei commenti, conta le carnagioni nelle immagini degli scontri e le bandiere palestinesi nei cortei come certificati di estraneità.
Nessuna di queste cose spiega l’origine della rabbia, ma chiarisce a che cosa serva la lente: trasformare un conflitto sociale in una questione identitaria rende accettabile il manganello, perché i destinatari non sono più cittadini che chiedono servizi ma corpi estranei da respingere. Seimila fermi, in maggioranza minorenni, sono la fotografia di questa logica.
L’ironia è che la civiltà europea da difendere dagli studenti sia fatta anche di scuola pubblica, di diritto e di conflitto sociale, ossia delle cose che gli studenti chiedono. Una civiltà dimostra di meritare il nome con la qualità delle sue aule, la sicurezza delle sue case e la libertà dei suoi giovani di non indossare un’uniforme, non con la lunghezza degli elenchi di fermati.
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