Legambiente, Wwf, Lipu e Italia Nostra hanno attaccato duramente la decisione dell’assessore regionale ai Beni culturali della Sicilia, Francesco Scarpinato di Fratelli d’Italia, di annullare integralmente il piano paesaggistico degli Ambiti 3, 4, 5, 6, 7, 8, 10 e 12 della provincia di Palermo, adottato il 10 giugno a conclusione di un iter istruttorio durato oltre 25 anni.
Scarpinato fino a pochi giorni prima scriveva sui social che non avrebbe ceduto alle pressioni che gli arrivavano soprattutto dalla sia coalizione politica, ma anche dal PD all’opposizione, e dai sindaci della Città metropolitana: «Il Governo regionale ha dimostrato fin dall’inizio la massima disponibilità all’ascolto, lavorando per andare incontro alle legittime istanze rappresentate dai territori. Abbiamo promosso tavoli tecnici e politici e creato occasioni concrete di confronto con i Comuni, i sindaci e i tecnici, con l’obiettivo di analizzare e affrontare insieme il percorso di attuazione del nuovo Piano paesaggistico della Città metropolitana di Palermo. I sindaci sono i primi conoscitori dei territori e le preoccupazioni degli amministratori locali, delle comunità e del mondo produttivo meritano risposte concrete e un ascolto attento. Tutela del paesaggio e sviluppo economico, attrazione degli investimenti, opportunità per le imprese e creazione di posti di lavoro non sono concetti necessariamente antagonisti, ma obiettivi che devono essere contemperati all’interno di un percorso condiviso e rispettoso delle regole. Ci troviamo in un momento prezioso e di fondamentale importanza, nel quale le amministrazioni locali e gli altri soggetti interessati possono presentare le proprie osservazioni propedeutiche all’approvazione definitiva. Questa è, per sua natura, la fase del dialogo, della partecipazione e della condivisione istituzionale. È questa la sede legale e tecnica nella quale potranno essere approfondite le singole situazioni. Sulle aree destinate agli insediamenti produttivi e commerciali, sulle Zone C e D, sui progetti connessi alla ZES Unica, sugli impianti di energia rinnovabile e sulle infrastrutture sarà condotta un’istruttoria approfondita, puntuale e attenta alle specificità territoriali. Continueremo a valutare con grande attenzione, nell’ambito degli strumenti previsti dalla legge, tutte le osservazioni e le legittime istanze che saranno rappresentate dai Comuni, dalle categorie produttive e dai soggetti interessati. Vogliamo che il confronto sia concreto e che ogni questione possa essere esaminata nel merito. Stiamo lavorando a un modello organizzativo efficiente, attraverso un meccanismo di doppio binario e una Task Force regionale dedicata, con l’obiettivo di esaminare le osservazioni in tempi rapidi. Non esiste antitesi tra sviluppo economico e salvaguardia del paesaggio, la Regione continuerà a lavorare affinché tutela, crescita e valorizzazione del territorio possano procedere insieme».
Tutto cancellato nel giro di poche ore quando, con un comunicato, lo stresso Scarpinato ha annunciato che «A conferma della nostra totale e costante disponibilità all’ascolto e al dialogo, abbiamo deciso di ritirare l’attuale proposta del Piano paesaggistico della Città metropolitana di Palermo per consentire ulteriori e necessari approfondimenti. Si tratta di una scelta precisa adottata per venire concretamente incontro alle esigenze dei sindaci e delle comunità locali. Vogliamo dare ai territori l’opportunità e i tempi adeguati per esprimere al meglio le loro istanze, affinché la redazione di questo strumento strategico sia il frutto di una reale e proficua condivisione istituzionale. Questo nuovo e più ampio spazio di confronto non muta tuttavia la nostra bussola: ogni passaggio normativo continuerà a muoversi nel pieno e assoluto rispetto delle regole, mantenendo come principio saldo e irrinunciabile la massima tutela e salvaguardia del nostro inestimabile patrimonio paesaggistico».
Il decreto di annullamento richiama errori materiali di trascrizione nelle Norme di attuazione, relativi alle aree ex Asi e alla disciplina degli impianti tecnologici. Ma, secondo le associazioni ambientaliste, questi errori non giustificano il ritiro dell’intero strumento. “Se gli errori sono circoscritti, devono essere corrette le sole parti interessate. Non si comprende perché si debba azzerare uno strumento giunto all’adozione dopo oltre venticinque anni di studi e approfondimenti e dopo il parere favorevole dell’osservatorio regionale. Un patrimonio di conoscenze e di lavoro istruttorio che non può essere disperso senza motivazioni puntuali e adeguatamente documentate».
Per gli ambientalisti, «La tutela paesaggistica non può essere ridisegnata sulla base delle pressioni politiche del momento. La procedura prevede espressamente la pubblicazione del piano e la possibilità per i Comuni e per gli altri soggetti interessati di presentare osservazioni. È questa la sede istituzionale nella quale sviluppare il confronto e valutare eventuali modifiche, nel rispetto delle finalità di tutela (…) «La tutela del paesaggio è sancita dall’articolo 9 della Costituzione e non costituisce un ostacolo allo sviluppo delle comunità locali, ma una condizione essenziale per uno sviluppo equilibrato, rispettoso dei valori storici, culturali, ambientali e identitari dei luoghi» e ribadiscono che «Gli eventuali errori materiali devono essere individuati, circoscritti e corretti con interventi proporzionati, preservando il lavoro istruttorio già compiuto e garantendo la continuità delle tutele. Il paesaggio non appartiene a un’amministrazione, a una maggioranza politica o a una singola generazione: è un bene comune, un’eredità da trasmettere alle generazioni future». Le quattro associazioni chiedono all’assessorato regionale dei Beni culturali di «Rendere pubblici e documentare gli errori che hanno determinato il provvedimento, di ritirare l’annullamento integrale del piano e, qualora siano necessarie correzioni, di intervenire esclusivamente sulle parti effettivamente errate, ripristinando quanto prima le misure di tutela. Se l’obiettivo è migliorare il piano, siamo pronti al confronto. Ma la tutela non può diventare una variabile dipendente dalle pressioni politiche. Uno strumento su misura, dunque, ma su misura di chi?».
Per Leandro Janni, già componente dell’Osservatorio regionale del Paesaggio per Italia Nostra, «Quanto accaduto attorno al ritiro del Piano Paesaggistico della Città Metropolitana di Palermo sconcerta ma non sorprende. È l’immagine fedele di una politica scadente e che ignora i processi tecnici e normativi che regolano la tutela del nostro territorio. E si giustifica, una tale decisione, con la consueta retorica del “dialogo con i territori” o con la necessità di “ulteriori e necessari approfondimenti”. Il fatto è che politici e amministratori non hanno la minima consapevolezza del notevolissimo lavoro necessario per l’elaborazione di uno strumento di pianificazione di questo livello. Un lavoro lungo e faticoso, oneroso. Un lavoro messo da parte con scriteriata disinvoltura».
Janni ricorda che «Per giungere alla stesura del Piano paesaggistico di Palermo ci sono voluti quasi tre decenni di lavoro. Per l’analisi e la mappatura sono state necessarie indagini geomorfologiche, storico-architettoniche, botaniche, urbanistiche e ambientali condotte da decine di tecnici, funzionari, sovrintendenze, docenti universitari ed esperti di settore. E poi, un lavoro minuzioso di classificazione dell’intero territorio provinciale, per garantire un equilibrio tra tutela vincolistica e sviluppo sostenibile. Anni di fatica istituzionale, competenza scientifica e risorse pubbliche azzerati con una dichiarazione d’occasione. Ma è l’ignorare le procedure amministrative e di pianificazione dimostrata da chi dovrebbe guidare questi processi che offende e sconcerta. Il Piano Paesaggistico non è un decreto improvvisato. Esiste un iter procedurale chiaro e rigido dettato dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (D.Lgs. 42/2004) e dalle leggi regionali. E le fasi del confronto esistono già per legge: il coinvolgimento degli enti locali, dei sindaci, dei professionisti e dei cittadini non si improvvisa “dopo” il suo ritiro. La fase delle osservazioni pubbliche è prevista proprio per questo: presentare la proposta, raccogliere le istanze motivate dei territori, valutarle tecnicamente e integrare il testo prima dell’adozione definitiva. Ritirare in autotutela uno strumento complesso senza utilizzare i naturali passaggi partecipativi previsti per legge significa cedere alle pressioni politiche immediate, dimostrando di non conoscere lo strumento giuridico che si sta maneggiando o di non avere la forza politica di difendere il lavoro delle istituzioni. E dunque, mentre la politica gioca ai veti incrociati, ai passi indietro strategici e alle riunioni d’emergenza annullate, il territorio resta nell’incertezza normativa. Senza pianificazione certa a perdere sono tutti: i comuni, i cittadini, gli operatori economici sani e l’ambiente».
L’esponente di Italia Nostra conclude: «Insomma: mentre la pianificazione paesaggistica e territoriale analizza e tutela l’esistente con rigore tecnico e visione d’insieme, la consueta scorciatoia delle “leggine urbanistiche ad hoc” risponde a logiche troppo spesso legate al consenso immediato o a interessi di bottega. Pianificare significa avere una visione strategica a lungo termine del territorio, accettando che il progetto sia dinamico, migliorabile ed emendabile, attraverso il lavoro continuo dell’Osservatorio regionale del Paesaggio e lo strumento normativo delle osservazioni. Legiferare ad hoc significa frammentare il territorio, derogare continuamente e sostituire la competenza tecnica con la trattativa politica contingente. Le scorciatoie politiche tradizionali hanno già ampiamente dimostrato il loro fallimento, lasciando dietro di sé degrado ambientale, abusivismo, incertezza del diritto per i cittadini e le imprese. Il paesaggio, il patrimonio storico, artistico, culturale e naturale della Nazione conservato nell’Isola non può che godere della cura istituzionale che solo qualificati organi tecnico-scientifici di tutela e adeguati investimenti pubblici possono assicurare».
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