Milano, 1 ottobre 2026 – “Oggi anche un governo con finanze solide non può controllare pienamente quanto paga per indebitarsi”. Mentre Mario Draghi lo spiegava a Zurigo (qui il discorso integrale), i mercati gli davano ragione in tempo reale. Il rendimento del Treasury decennale americano, unanimemente definito il titolo più sicuro al mondo, ha superato il picco del 2007 ed è tornato ai livelli del 2002, trascinando con sé i titoli di Stato europei. Lo spread tra Btp italiano e Bund tedesco ha chiuso a 118,5 punti, quasi 16 in più in una sola seduta, e Piazza Affari ha perso oltre il 2%, la peggiore d’Europa insieme a Madrid, zavorrata dalle banche. Non è un incidente, ma l’ultima tappa di una corsa che dura da mesi.
Tutto parte dall’energia. Le difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz, dopo l’inizio delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, hanno riportato il Brent sopra i 100 dollari al barile. L’inflazione italiana di settembre, diffusa mercoledì dall’Istat, è salita al 4,2%, il livello più alto da tre anni. Ma il dettaglio è eloquente: l’energia corre al 22,3%, mentre l’inflazione di fondo è ferma all’1,7%. E il peggio potrebbe ancora arrivare, perché se i prezzi all’ingrosso si muovono subito, alimentari e beni durevoli seguono con settimane-mesi di ritardo. Gli alimentari freschi sono già passati dal 3,8 al 5,5%.
Il dilemma delle banche centrali
Fed e Bce hanno ripreso ad alzare i tassi per evitare che il caro energia contagi salari e aspettative, come nel 2022. Ma questa non è un’inflazione da domanda surriscaldata, da economia che corre troppo: è un costo che viene importato. Il tasso più alto non abbassa il prezzo del greggio, frena invece crescita e investimenti. È il rischio stagflazione – un’inflazione che rallenta l’economia facendola ristagnare – che l’Europa sfiora dal 2022. Per ora l’economia regge ma la stretta arriva mentre lo shock sui prezzi non si è ancora trasmesso del tutto. E venerdì Eurostat diffonderà la stima di settembre per l’area euro: le attese sono per un balzo al 3,7%.
Il debito pubblico sotto pressione
Eppure la fuga dai titoli di Stato non si spiega solo con l’inflazione: negli Usa ad agosto i prezzi hanno rallentato, ma i rendimenti hanno continuato a salire. Le letture più accreditate sono due. La prima guarda ai conti pubblici, con deficit crescenti e montagne di debito da rifinanziare (con rendimenti più elevati da garantire ai finanziatori). La seconda, più cara al Tesoro americano, guarda all’intelligenza artificiale: le “big tech” raccolgono capitali enormi per data center ed energia, in concorrenza diretta con gli Stati. In entrambi i casi il motore è americano. Lo ha sottolineato lo stesso Draghi: i tassi a lungo termine dell’area euro sono ai massimi da quindici anni e seguono i Treasury, per ragioni sempre più fuori dal controllo europeo.
Perché a Piazza Affari soffrono soprattutto le banche? Perché sono tra le prime detentrici di Btp: quando i prezzi dei titoli scendono, il valore dei loro portafogli si riduce. Più in generale, rendimenti così alti rendono le obbligazioni un’alternativa più appetibile alle azioni e, quindi, pesano anche sulle valutazioni delle imprese. Finora le Borse avevano tenuto, sostenute da una crescita che resiste. Oggi hanno iniziato a fare i conti con il costo del denaro.
Anche lo spread si è allargato, sopra la cifra simbolica di cento punti: gli investitori hanno comprato Bund tedeschi come rifugio e venduto titoli italiani e francesi. In entrambi i Paesi pesano il debito elevato con tassi in salita, il deficit pubblico (Roma non è scesa al 3% rimanendo al 3,1%) e probabilmente anche le elezioni in arrivo. Giorgia Meloni ha scritto giovedì a Ursula von der Leyen perché si tenga conto dell’inflazione più alta del previsto, che gonfia spese indicizzate (come ad esempio le pensioni) e porterà il tema all’Ecofin e al Consiglio europeo. Bruxelles prende atto, ma ricorda che la flessibilità è già stata concessa: 14 miliardi. Parigi, sempre ieri annunciando il suo budget, ha scelto la strada opposta: una manovra correttiva da 54 miliardi, con una spesa per interessi che salirà da 79 a 91 miliardi.
Per capire meglio quanto il conto sia concreto, anche il debito italiano bisogna tenere ben presente che ogni anno circa un sesto di esso viene rinnovato ai tassi correnti: così ogni decimale di rendimento pagato in più (lo 0,1% per intendersi) costa allo Stato 300-400 milioni il primo anno, fino a circa 3 miliardi l’anno a regime.
Mutui, bollette, Btp e conti deposito: cosa cambia per i cittadini
Lo scenario economico di tassi al rialzo si traduce, come sempre in casi del genere, in conseguenze molto reali per i cittadini-consumatori. Bollette e carburanti salgono subito, il resto del carrello della spesa segue. Chi ha un mutuo variabile vedrà la rata crescere con l’Euribor, che anticipa le mosse della Bce. Chi ha un fisso è al riparo, ma chi lo stipula oggi paga di più. Rincara anche il credito al consumo.
Per i risparmiatori la medaglia ha due facce: nuovi Btp e conti deposito rendono un poco di più, mentre chi ha già titoli, fondi obbligazionari o azioni, compresi i fondi pensione, registra perdite almeno sulla carta. E più interessi sul debito significano meno spazio, in manovra, per tagli alle tasse e sostegni vari.
Come ha scritto di recente S&P, finora il sistema ha mostrato una sorta di immunità agli shock, ma l’immunità che si sta erodendo. La variabile decisiva resta il Medio Oriente: una tregua vera farebbe scendere petrolio e rendimenti. Senza di essa è assai difficile che il conto smetta di appesantirsi.
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