Rimini – Dallo spazio agli abissi, passando per porti, navi autonome e infrastrutture sottomarine. È lungo questa traiettoria che si è sviluppato, al Bex – Beyond Exploration Expo, il confronto su “Trasferimento tecnologico tra ecosistemi spaziali e abissali: analogie e differenze nell’innovazione spaziale e sottomarina”. L’incontro, ospitato al Rimini Expo Centre, è stato moderato da Maria Libera Battagliere dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi).
Al confronto hanno partecipato il capitano di corvetta Francesco Barone della Marina militare, il giornalista Gabriele Costantini, Francesca Pieralice dell’Asi e Antonio Concilio del Centro italiano Ricerche aerospaziali (Cira). Un appuntamento che si inserisce nella prima edizione del Bex, la manifestazione di Italian Exhibition Group dedicata al rapporto tra industria spaziale e industria terrestre, con l’obiettivo di portare tecnologie, competenze e modelli sviluppati nello spazio verso nuovi ambiti applicativi e industriali.
Ed è proprio il mare, soprattutto nella sua dimensione offshore e subacquea, a rappresentare uno dei terreni più interessanti di questa contaminazione. Spazio e profondità marine sono ambienti fisicamente lontani, ma presentano problemi tecnologici sorprendentemente simili: condizioni estreme, accesso difficile, necessità di operare a distanza, comunicazioni resilienti, autonomia dei sistemi, sensoristica e gestione di grandi quantità di dati. Il tema, dunque, non è soltanto trasferire una tecnologia da un settore all’altro. È mettere in comune metodologie, competenze e modelli industriali, creando condizioni perché una soluzione nata per un determinato ambiente possa essere adattata a esigenze differenti.
Dai satelliti ai porti: il valore del dato
Uno dei principali terreni di convergenza è quello delle capacità spaziali applicate al dominio blu. Osservazione della Terra, navigazione satellitare e telecomunicazioni possono essere integrate con infrastrutture terrestri e marittime per sostenere navigazione, attività portuali, logistica, pesca, monitoraggio ambientale e protezione delle infrastrutture critiche. La logica è quella di una catena tecnologica nella quale il satellite osserva, la rete trasmette, i sistemi di analisi elaborano le informazioni e gli operatori intervengono.
Le applicazioni comprendono il monitoraggio delle navi, la manutenzione predittiva, il supporto alla navigazione autonoma, il controllo ambientale e l’ottimizzazione della logistica. La connettività diventa quindi una componente essenziale: SatCom, 5G, Gnss, IoT ed edge computing possono concorrere alla costruzione di reti ibride, soprattutto negli ambienti nei quali le infrastrutture terrestri non sono sufficienti. Il passaggio dalla semplice disponibilità del dato alla sua utilizzazione operativa è uno degli elementi decisivi. Un’immagine satellitare, infatti, acquista valore quando consente di orientare una decisione, ridurre un rischio, individuare una criticità o rendere più efficiente un’operazione.
L’autonomia cambia il rapporto tra uomo e nave
La convergenza tecnologica riguarda anche lo sviluppo delle Maritime Autonomous Surface Ships (Mass). L’autonomia non coincide necessariamente con l’assenza dell’uomo: comprende diversi livelli, dall’automazione di singole funzioni al controllo remoto fino a sistemi capaci di assumere un numero crescente di decisioni. L’esperienza della chiatta portacontainer “Letitia” nel porto di Rotterdam, nell’ambito del progetto europeo Magpie, rappresenta un esempio concreto di questa evoluzione: la nave ha sperimentato funzioni di navigazione autonoma in ambiente portuale e fluviale, dal monitoraggio del traffico all’evitamento di altre unità fino all’attracco, mantenendo comunque la responsabilità umana e la possibilità di intervento.
È un passaggio importante perché l’autonomia non modifica soltanto la tecnologia della nave. Modifica l’organizzazione del lavoro e il rapporto tra uomo e macchina. Crescono così le esigenze di controllo, supervisione, gestione delle emergenze, cybersecurity e capacità di interpretare i dati. E insieme alla tecnologia si pone il tema delle regole: chi decide, chi autorizza e chi risponde quando una decisione viene presa da un sistema autonomo? È una delle questioni che accompagneranno l’evoluzione delle Mass e la loro progressiva integrazione nei sistemi portuali e marittimi.
Dal cielo al fondale
Lo stesso principio può essere applicato al monitoraggio dell’ambiente marino. I satelliti permettono di osservare grandi aree e individuare fenomeni o anomalie; droni, Rov, sensori e mezzi navali possono quindi concentrare le verifiche dove i dati indicano una possibile criticità. È un modello applicabile al controllo ambientale, alla ricerca di rifiuti e inquinanti, alla protezione delle infrastrutture offshore e alla gestione delle risorse marine.
In questo scenario il trasferimento tecnologico può muoversi in entrambe le direzioni. Materiali, sistemi di controllo, metodologie progettuali e soluzioni sviluppate per l’ingegneria aerospaziale possono trovare applicazione negli ambienti sottomarini; allo stesso tempo il mare e l’underwater rappresentano laboratori nei quali sperimentare tecnologie destinate ad altri contesti estremi. Il valore, quindi, non sta nel singolo dispositivo, ma nella capacità di integrare sistemi diversi all’interno della stessa architettura operativa.
Cavi, infrastrutture e resilienza
Un altro punto di contatto riguarda le infrastrutture sottomarine. I cavi in fibra ottica costituiscono una componente essenziale delle comunicazioni globali e la loro protezione pone problemi di monitoraggio, continuità e resilienza. È qui che la dimensione spaziale, quella marittima e quella terrestre possono convergere nella costruzione di sistemi capaci di garantire continuità operativa anche in caso di interruzione di una delle componenti della rete.
La stessa logica investe i porti, che stanno diventando sempre più nodi fisici e digitali. Terminal, gru, navi, mezzi di movimentazione e infrastrutture portuali sono integrati con sensori, sistemi di comunicazione e piattaforme di elaborazione dei dati. Il porto del futuro, quindi, non sarà soltanto il luogo nel quale transitano merci e persone, ma una piattaforma nella quale infrastrutture fisiche e digitali dovranno funzionare insieme.
Dalla tecnologia alle competenze
Per trasformare questo potenziale in innovazione industriale scalabile, tuttavia, la tecnologia da sola non basta. Servono competenze capaci di mettere in relazione ingegneria, scienze marittime, spazio, dati, cybersecurity, robotica e sistemi autonomi. Servono professionisti in grado di comprendere tecnologie differenti e soprattutto di trasferirle da un ambiente all’altro, adattandole a esigenze operative e di mercato.
È qui che il fattore umano torna centrale. Automazione e intelligenza artificiale possono aumentare le capacità operative, ma richiedono nuove professionalità: tecnici e ingegneri multidisciplinari, operatori di sistemi remoti, specialisti di dati e cybersecurity, competenze marittime integrate con quelle digitali e aerospaziali. Il trasferimento tecnologico diventa così anche trasferimento di conoscenza.
Non significa soltanto portare una soluzione da un settore a un altro, ma creare le condizioni perché possa essere compresa, adattata, integrata e trasformata in un prodotto o in un servizio. È questo il passaggio che può portare dalla sperimentazione all’industria. E rende formazione, ricerca e sviluppo delle competenze parte della stessa infrastruttura dell’innovazione. Il confronto di Bex restituisce così una prospettiva nella quale Space Economy e Blue economy non sono più mondi separati, ma parti di un ecosistema tecnologico più ampio.
Il mare, con i suoi porti, le infrastrutture offshore e la dimensione subacquea, diventa uno dei territori nei quali questa contaminazione può produrre nuove applicazioni. La sfida non è soltanto arrivare più lontano, nello spazio come negli abissi. È riuscire a trasformare dati in conoscenza, la conoscenza in tecnologia e la tecnologia in capacità industriale, mantenendo l’uomo al centro delle decisioni e della responsabilità.
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