A qualche giorno di distanza dalla rimozione del cartellone Apple con un bambino con in mano un iPhone – claim “Relax, it’s iPhone” (Tutto ok, è un iPhone) – e dalla segnalazione del Garante per l’infanzia e l’adolescenza ad Agcom e alle altre autorità competenti, credo che, spentasi l’eco della polemica, sia il momento giusto per una riflessione che vale la pena non liquidare in fretta.
È vero, non è tutto ok, ma personalmente non credo sia solo colpa di Apple.
Francamente non so se gli autori della campagna avessero in mente di far partire un dibattito di questo tipo in casa nostra, ma sicuramente hanno fatto sì che se ne parlasse in qualche modo (e, con nostra buona pace, hanno fatto bene il loro lavoro!).
Alla disputa in corso, mi permetto di aggiungere una riflessione che nasce dal dialogo tra teologia pastorale, scienze della comunicazione e scienze della formazione.
Nel rapporto tra dispositivi digitali, piattaforme social e minori, i fattori in campo sono molteplici e vanno esaminati con serietà e serenità. Se da un lato, infatti, si registra il timore degli effetti di un’esposizione troppo precoce agli schermi (quali effetti ha questo tipo di tecnologia su giovanissime menti ancora in formazione?), dall’altro si sottolineano i benefici di un accesso tempestivo alle stesse tecnologie, considerate parte integrante della crescita e dell’apprendimento.
La posta in gioco nella riflessione non può risolversi nello schieramento pro o contro, integrati o apocalittici. Si tratta di porre attenzione a un’antropologia complessiva e unitaria alla quale mi sembra opportuno affiancare una riflessione circa l’età evolutiva: un bambino, cioè, non può essere visto come un adulto in miniatura capace di scegliere, solo con un’esperienza un po’ più piccola di quella dei suoi genitori. La plasticità neurale e la vulnerabilità attentiva dei più giovani – come documentato da anni di studi di psicologia dello sviluppo – vanno tenute in debita considerazione poiché la persona umana si costruisce non solo nel tempo ma anche, e forse soprattutto, all’interno di una rete di relazioni che la formano (prima ancora che la informino).
Nella querelle, forse una domanda degli educatori può suonare così: possono esserci snodi teorici condivisi tra le due correnti di pensiero “tutto ok/tutto sbagliato”? Esiste qualcosa che metta insieme chi da un lato giudica sostanzialmente equilibrato l’attuale rapporto tra minori e dispositivi, purché ben accompagnato, e chi, dall’altro, come lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Alberto Pellai, chiede un deciso rinvio dell’accesso a smartphone e social? Se vogliamo evitare di affrontare la questione tanto complessa quanto delicata del rapporto tra i minori e i social secondo modelli polarizzati, dobbiamo cercare una qualche profondità di analisi e domandarci: condividiamo gli stessi parametri – alterità, temporalità, progressività – per verificare lo sviluppo di una persona? Da qui emergono con evidenza le variabili da tenere sotto osservazione: età dei soggetti, timing dell’esposizione, attenzione al contesto, ruolo genitoriale, scelta dei contenuti.
I social network sono progettati per catturare l’attenzione in modo intuitivo, trattenendo l’utente con la proposta di contenuti gratuiti ad alto tasso di gratificazione immediata in cambio di dati e di tempo sottratto ad altro tipo di esperienze significative per la crescita. Non si dimentichi che il disturbo da gioco su Internet (Internet Gaming Disorder) è già stato riconosciuto clinicamente dai principali manuali diagnostici e che, sulla dipendenza da social network, la ricerca – non essendo ancora unanime su una definizione clinica condivisa – converge su pattern comportamentali e neurobiologici molto simili a quelli delle altre dipendenze.
(Foto ANSA/SIR)
Sia consentita una piccola precisazione metodologica: noi che scriviamo e discutiamo siamo quelli nelle cui esistenze il digitale è arrivato molto dopo aver mosso i primi passi nella vita e che – nel frattempo – avevamo fatto esperienze e acquisito competenze (come l’affinamento dei cinque sensi, la capacità di attesa, la tolleranza della noia) che oggi il digitale tende a ridurre in maniera esponenziale. Non si tratta di rivendicare un primato generazionale, ma di riconoscere che quella esperienza diretta – una crescita avvenuta senza la mediazione costante di uno schermo – ci consente di testimoniare, per averlo vissuto, il valore di tempi lenti e di attese che oggi rischiano di sparire. È da questa consapevolezza, non da un pregiudizio tecnofobico, che nasce la responsabilità di trasmettere ciò che abbiamo imparato a chi non ha avuto la stessa possibilità di sperimentarlo.
Se la psicologia dello sviluppo e le neuroscienze ci mostrano che il corpo e la mente di un bambino seguono tempi e leggi proprie della crescita, l’antropologia teologica offre una chiave di lettura che, pur restando su un piano diverso, si apre in profondità alla stessa realtà: la persona umana, fatta a immagine di Dio (Gen 1,26-27), non è un dato compiuto ma una vocazione che si realizza nel tempo. Le due prospettive mi paiono dunque sulla stessa lunghezza d’onda: corpi e cervelli in formazione hanno leggi proprie che vanno rispettate con la pazienza di chi sa guardare con stupore nel tempo quanto avviene. Alle figure educative – figure plurali, senza inchiodare solo i genitori alle già molteplici responsabilità – è richiesto uno sguardo lungo sui processi di crescita: quali frutti raccoglieremo tra dieci anni? Quale mondo stiamo lasciando a chi viene dopo di noi? Come li stiamo allenando alla vita? Ciò che stiamo facendo loro vivere garantirà una buona qualità delle relazioni che vivranno? Sapranno gestire in maniera rispettosa di sé e degli altri le proprie emozioni e i propri sentimenti? Avranno gli attrezzi giusti a livello cognitivo – pensiero critico, capacità di attenzione sostenuta – per affrontare i compiti che li attendono?
Un elemento troppo spesso dimenticato nella dinamica educativa in genere è quello del divieto. Nella missione educativa, infatti, i divieti servono; essi fanno parte di una visione pedagogica in cui i “no” orientano a un “sì” più grande. I “no” aiutano il bambino a riconoscere che c’è altro oltre se stesso e che questo va riconosciuto; nel vortice – a più livelli – del “tutto e subito”, “tutto senza ostacoli” e “tutto senza Dio”, non deve meravigliarci che siano lentamente scomparse dall’orizzonte quotidiano esperienze antropologiche fondanti come lo stupore, la gratitudine, la consapevolezza di aver commesso un errore, la custodia di un desiderio. C’è, però, un punto che merita di essere detto senza sconti: un limite posto e poi ritirato al primo pianto non solo certifica al minore che quella regola specifica era negoziabile, ma insegna qualcosa di più grave: che nella vita, in fondo, i limiti non esistono davvero. E l’esito di questa lezione non è neutro: da una parte rischia di formare adulti arroganti, incapaci di tollerare un no che non abbiano deciso loro stessi; dall’altra, adulti che crollano alla prima difficoltà, perché nessuno li ha mai allenati a reggere la frustrazione del limite. Sul tema dei “no” segnalo un agile libretto – “Il limite. Condizione dell’educazione”, a cura di Cristina Casaschi – in cui le prospettive psicologica, pedagogica e sociologica concorrono a un’interessante visione ragionata e integrata sulla questione.
Una domanda e una proposta: c’è una visione antropologica condivisa tra i diversi sguardi disciplinari? Si può ripartire da qui per accogliere il mandato affidato da Papa Leone XIV a tutti noi nel suo messaggio per la 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, quando ha rivolto un appello alla cooperazione: “Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile”.
Credo possa essere una preziosa opportunità lavorare insieme sì a favore delle nuove generazioni, ma anche a favore degli adulti, troppo spesso impantanati nelle sabbie mobili del digitale. Iniziative – alcune già in atto – di alfabetizzazione digitale, educazione affettiva, percorsi per genitori e per comunità, aggiornamento dei percorsi educativi e formativi anche all’interno della comunità ecclesiale appaiono sempre più necessarie. Lo stesso Leone XIV, in “Magnifica humanitas”, richiama la necessità di una formazione continua dei docenti e degli educatori, perché sappiano dialogare positivamente con le nuove tecnologie e aiutare i più giovani a farne “un uso responsabile, critico e creativo e non subirne passivamente l’influsso” (MH, 145). Penso, ad esempio, a percorsi che accompagnino i genitori non con divieti calati dall’alto, ma con strumenti condivisi: un patto educativo digitale di comunità, momenti di formazione per catechisti, educatori e animatori, spazi di confronto tra famiglie che scelgono insieme tempi e modalità di accesso ai dispositivi, offrendo ai genitori sostegno e linguaggio per non farli sentire soli contro il mondo.
In fondo, la vera domanda non è se un dispositivo digitale in mano a un bambino sia un bene o un male: è quale adulto e quale comunità stiamo costruendo attorno a quello schermo. È questa, forse, “la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (MH, 1) di cui parla Leone XIV: non un luogo senza dispositivi, ma un luogo dove nessuno, grande o piccolo, resta solo davanti al proprio. Sempre, però, al momento giusto.
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