Valgoda, dove la montagna custodisce ancora la memoria di una contrada | 7 Comuni Online


Valgoda è una contrada che, prima di essere raccontata, ha bisogno di essere visitata. Lasciate alle spalle le contrade che accompagnano la strada verso Valdicina, si attraversa il bosco e si imbocca una salita ripida lungo il versante della montagna, fino alle due gallerie scavate nella roccia nei primi anni Trenta del Novecento per rendere più agevole il collegamento con la contrada, che fino ad allora si poteva raggiungere soltanto a piedi, lungo un sentiero tracciato più in alto.

Chi attraversa quelle gallerie ha l’impressione di entrare in un luogo rimasto in disparte, quasi custodito dalla montagna, e quando il bosco si apre all’improvviso la vista scende sulla Valsugana, molto più in basso, mentre Valgoda resta aggrappata al pendio, affacciata sulla valle e illuminata dal sole. Da quassù la contrada si mostra per quello che è sempre stata, una piccola perla incastonata nella roccia e costruita dal lavoro di generazioni che hanno saputo rendere abitabile e produttivo un versante ripido e difficile.

Intorno alle case si riconoscono ancora i terrazzamenti sostenuti dai muri a secco, che più di ogni altra cosa raccontano la Valgoda di un tempo, un piccolo mondo nel quale ogni metro di terreno coltivabile era stato strappato alla montagna con fatica quotidiana. Dove oggi crescono prati e vegetazione spontanea c’erano piccoli appezzamenti di patate, cereali e legumi, indispensabili al sostentamento delle famiglie, e accanto a queste colture ce n’era una che aveva un peso particolare nell’economia della contrada: il tabacco.

La sua storia riaffiora ancora nei racconti e nelle testimonianze di chi ha conosciuto Valgoda, anche perché la posizione della contrada, affacciata sulla Valsugana e collegata da sentieri ripidi alle località sottostanti, la legava alle antiche vicende del contrabbando, quando proprio quei percorsi impervi servivano a trasportare il tabacco lontano da occhi indiscreti. In quella Valgoda la montagna era il luogo in cui si lavorava e si cercava di costruire la propria vita, una vita segnata dai sacrifici ma anche piena di famiglie, di bambini e di voci che riempivano le giornate.

Pensando alla trasformazione delle nostre contrade tornano alla mente alcuni versi di La me contrà xé voda, la poesia in dialetto eneghese che racconta lo spopolamento dei borghi di montagna attraverso le porte e i balconi chiusi, i ragazzi partiti e il silenzio che ha preso il posto delle voci. Sono immagini che appartengono a tante piccole realtà dei nostri monti e che, in qualche misura, parlano anche a chi conosce la storia di Valgoda, senza però esaurirla, perché basta salire fin qui in agosto per accorgersi che la contrada non si è svuotata del tutto.

Con l’estate le case riaprono porte e balconi e tornano persone che durante l’anno vivono altrove ma che qui conservano le proprie radici, insieme ai ricordi e alle chiacchiere di sempre. Ogni anno, nel mese di agosto, la comunità si ritrova per la festa della contrada con la celebrazione della Santa Messa e il rinfresco che la segue, un appuntamento semplice e proprio per questo prezioso, durante il quale per qualche ora Valgoda torna a essere un luogo vissuto e non soltanto ricordato. La fotografia più fedele della contrada di oggi è probabilmente questa: una comunità più piccola di un tempo, dispersa per gran parte dell’anno, che non ha mai smesso di riconoscersi in questo angolo di montagna.

Chi qui possiede una casa, chi ci è nato o vi ha trascorso una parte della propria vita conserva un senso di appartenenza che va oltre l’affetto per un luogo del passato e si traduce nella volontà concreta di prendersene cura. Negli anni sono state diverse le occasioni in cui chi mantiene un legame con Valgoda ha scelto di mettersi in gioco: alcuni anni fa si è intervenuti sulla copertura della chiesetta e in seguito sono stati realizzati un nuovo altare e una nuova fonte battesimale, lavori che visti da lontano possono sembrare piccoli e che invece, per una comunità così raccolta, hanno un significato molto più profondo. Anche la strada di accesso, la stessa che passa per le gallerie e conduce fin dentro la contrada, è stata più volte oggetto di manutenzione, perché tenerla in ordine significa continuare a credere che Valgoda debba essere raggiunta, abitata e custodita.

Per molti di coloro che hanno mantenuto qui una casa, occuparsi della propria contrada è diventato un modo per restituire qualcosa a un luogo che nel corso degli anni ha dato loro tanto, e la somma di questi gesti racconta la volontà di non lasciare che Valgoda diventi soltanto un luogo della memoria.

Viene allora spontaneo chiedersi che cosa potrà essere domani, dal momento che i terrazzamenti e i muri a secco sono ancora al loro posto, le gallerie continuano a condurre fin quassù e la chiesetta custodisce le sue storie. Tornare alla vita di un tempo sarebbe impossibile e probabilmente nemmeno desiderabile, eppure il passato può suggerire una direzione, ed è qui che il tabacco torna a farsi sentire.

Chiedersi se un giorno, nei vecchi terrazzamenti di Valgoda, possa tornare a crescere qualche pianta di tabacco può sembrare una provocazione, ma è da domande come questa che nascono spesso le idee più interessanti. L’obiettivo non sarebbe un ritorno nostalgico alla Valgoda povera e faticosa di un tempo, quanto piuttosto recuperare una parte della sua storia agricola per trasformarla in qualcosa di nuovo, che si tratti di un piccolo appezzamento sperimentale, di un progetto didattico o di un percorso dedicato alla memoria contadina, capace di raccontare ai visitatori come si viveva e si lavorava su questo versante della montagna. Il tabacco potrebbe essere soltanto il punto di partenza per ridare una funzione ai terrazzamenti e fare in modo che quei muri tornino a dire qualcosa anche del presente.

Valgoda ha una storia che non ha bisogno di essere inventata, perché è già scritta nelle pietre dei suoi terrazzamenti, nelle gallerie scavate nella montagna, nei sentieri che scendono verso la Valsugana e nelle parole di chi ricorda ancora una contrada piena di vita. Può perdere abitanti e attraversare lunghi periodi di silenzio, ma finché qualcuno continuerà ad aprire una porta, a salire lungo quella strada, a ritrovarsi ogni agosto davanti alla chiesetta o semplicemente a tornare, il legame con questo luogo resterà intatto. E se un giorno nei vecchi terrazzamenti tornasse davvero a crescere il tabacco, sarebbe una storia antica che prova a mettere radici nel futuro.

Qualcuno, magari, potrebbe perfino decidere di tornare a viverci. Il lavoro da remoto rende oggi possibili scelte che fino a qualche decennio fa erano difficili da immaginare, e se è vero che abitare a Valgoda vorrebbe dire rinunciare alla comodità dei servizi sotto casa e mettere in conto qualche spostamento in più, in cambio offrirebbe la quiete della montagna e una vista sulla Valsugana che pochi luoghi sanno regalare. Non è una scelta adatta a tutti, eppure potrebbe essere proprio quella che qualcuno sta cercando, perché Valgoda non ha bisogno di tornare a essere quella di cento anni fa quanto di trovare chi sia disposto a immaginare ciò che potrebbe diventare, tra un terrazzamento da recuperare, una casa da riaprire e una strada che continua a salire verso la montagna.

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