Come si combatte il “drenaggio fiscale”?


Con l’avvicinarsi della Legge di Bilancio 2027, il tema dell’Irpef è tornato inevitabilmente al centro del dibattito. Tra le ipotesi circolate nelle ultime settimane figura un ulteriore intervento sulle aliquote e sugli scaglioni, a partire dalla possibile estensione fino a 60 mila euro dell’attuale aliquota del 33 per cento, oggi applicata fino a 50 mila euro. Si discute anche di possibili interventi sull’aliquota relativa ai redditi più bassi. Sono, allo stato, ipotesi sulle quali il Governo non ha ancora assunto una posizione definitiva.

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La questione, tuttavia, è più profonda della percentuale che verrà eventualmente modificata nella prossima manovra. Riguarda il modo in cui il nostro sistema fiscale reagisce all’inflazione e, quindi, il fenomeno del fiscal drag.

Il paradosso è facilmente comprensibile. Il reddito di un lavoratore può aumentare nominalmente senza che aumenti il suo effettivo benessere economico. Se lo stipendio cresce del 3 per cento mentre nello stesso periodo i prezzi crescono in misura analoga, il contribuente non è diventato realmente più ricco. Il suo reddito nominale è maggiore, ma il suo potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente invariato. Se l’aumento dei prezzi è superiore all’incremento della retribuzione, il risultato è ancora più evidente: sulla carta il reddito aumenta, nella realtà il contribuente si impoverisce.

È una dinamica che l’Italia ha sperimentato in modo particolarmente significativo negli ultimi anni. Secondo l’Istat, nel 2025 le retribuzioni nominali lorde di fatto per dipendente risultavano cresciute rispetto al 2019, ma, una volta depurate dall’inflazione, erano ancora inferiori del 3,5 per cento. Significa che dietro un aumento monetario dei redditi può nascondersi una riduzione del loro valore reale.

Ed è precisamente qui che interviene il fiscal drag. Se gli scaglioni, le detrazioni, le deduzioni e gli altri parametri dell’Irpef rimangono nominalmente fermi mentre i redditi crescono per effetto dell’inflazione, una quota sempre maggiore di reddito viene assoggettata a imposizione più elevata oppure vengono progressivamente ridotti i benefici fiscali collegati al livello del reddito. Il contribuente finisce così per pagare più imposte pur non disponendo di una maggiore capacità economica reale.

Non si tratta di un fenomeno soltanto teorico. L’Ufficio parlamentare di bilancio ha evidenziato come l’attuale struttura dell’Irpef sia particolarmente sensibile al drenaggio fiscale e come, in assenza di un’indicizzazione dei suoi parametri, l’inflazione possa progressivamente erodere gli effetti delle stesse misure introdotte per sostenere i redditi. In una simulazione relativa a due punti percentuali di inflazione, il maggiore fiscal drag prodotto dal sistema introdotto nel 2025 rispetto a quello del 2022 è stato stimato in circa 370 milioni di euro.

È per questa ragione che, secondo ANC, la riflessione non può limitarsi alla scelta se ridurre un’aliquota di uno o due punti nella prossima Legge di Bilancio.

Un intervento sull’Irpef può certamente essere positivo e può restituire risorse a famiglie e lavoratori. Anche la riduzione dal 35 al 33 per cento della seconda aliquota introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 ha rappresentato un alleggerimento del prelievo per una parte significativa dei contribuenti. Ma rimane un problema di fondo: se la struttura dell’imposta continua a essere espressa interamente in valori nominali, con il trascorrere degli anni l’inflazione ricomincia a produrre drenaggio fiscale. E ciò che oggi viene restituito attraverso una riduzione d’imposta rischia domani di essere progressivamente riassorbito.

Per ANC la risposta deve quindi avere carattere strutturale.

Occorre introdurre un meccanismo di adeguamento automatico all’inflazione dei parametri fondamentali dell’Irpef: non soltanto degli scaglioni di reddito, ma anche delle detrazioni, delle deduzioni, delle soglie e di tutti quegli elementi che concorrono a determinare l’aliquota effettiva sopportata dal contribuente.

La ratio è semplice: se cresce soltanto il valore nominale del reddito, mentre la capacità economica reale rimane invariata, non dovrebbe crescere automaticamente anche il peso dell’imposta. L’inflazione non può diventare, senza una scelta esplicita del legislatore, uno strumento di incremento della pressione fiscale.

È qui che emerge la differenza tra una politica fiscale emergenziale e una politica fiscale strutturale.

Bonus, detassazioni temporanee, interventi sulle singole aliquote o agevolazioni circoscritte possono essere necessari in determinate fasi economiche. Possono compensare una perdita di potere d’acquisto e, in alcuni casi, produrre risultati importanti. La stessa Banca d’Italia ha rilevato che nel 2025 le misure discrezionali adottate hanno contribuito, mediamente, a compensare il drenaggio fiscale e l’erosione dei trasferimenti subiti dalle famiglie negli anni precedenti.

Ma compensare periodicamente il fiscal drag e impedirne la formazione sono due cose profondamente diverse.

Nel primo caso è necessario che ogni Governo individui risorse, decida quanto restituire, stabilisca a quali contribuenti e attraverso quale strumento. Nel secondo è il sistema fiscale stesso a mantenere costante, per quanto possibile, il rapporto tra capacità contributiva reale e imposizione.

È questa la ragione per cui ANC insiste da tempo sulla necessità che la riduzione della pressione fiscale abbia carattere strutturale e non estemporaneo. Già in passato abbiamo sottolineato come interventi limitati sugli scaglioni possano produrre benefici di poche centinaia di euro senza risolvere il problema della struttura complessiva del prelievo. La politica fiscale deve essere in grado di guardare oltre l’orizzonte della singola manovra.

La possibile revisione dell’Irpef nella Legge di Bilancio 2027 può allora rappresentare un’occasione. Non semplicemente per decidere se il 33 per cento debba arrivare a 60 mila euro o se sia opportuno intervenire sulla prima aliquota, ma per affrontare finalmente il rapporto tra progressività dell’imposta e inflazione.

Il fiscal drag possiede infatti una caratteristica che dovrebbe preoccupare qualsiasi legislatore: aumenta il prelievo senza che sia necessario deliberare formalmente un aumento delle tasse. È una crescita silenziosa della pressione fiscale, generata dall’interazione tra inflazione e valori nominali congelati.

Neutralizzarlo attraverso un sistema automatico non significherebbe rinunciare alla progressività costituzionale dell’Irpef. Significherebbe, al contrario, preservarla, facendo in modo che a determinare un maggiore prelievo sia un effettivo incremento della capacità contributiva e non il semplice aumento del livello generale dei prezzi.

Le aliquote possono essere cambiate ogni anno. Una buona architettura fiscale, invece, dovrebbe essere costruita per durare. Ed è probabilmente questa la distinzione dalla quale occorre partire: non chiedersi soltanto quanto ridurre le tasse nella prossima manovra, ma costruire un sistema nel quale l’inflazione non possa tornare, silenziosamente, ad aumentarle l’anno successivo.


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