Veleni, fanghi industriali e rifiuti tossici sotterrati per oltre trent’anni nel sottosuolo dello stabilimento che produceva l’acqua minerale San Martino, a Codrongianos. È questa l’ipotesi shock emersa dalle indagini della Procura della Repubblica di Sassari, che fa precipitare ancor più nel baratro l’ormai ex gioiello dell’imbottigliamento sardo, le cui bottiglie sono assenti da oltre un anno dagli scaffali dei supermercati.
L’inchiesta per disastro ambientale
Dal 2025 le istituzioni e gli enti locali tentano di tracciare una complessa strada verso il riavvio della produzione e la salvaguardia dei posti di lavoro, ma l’apertura di un’inchiesta per disastro ambientale e la contestuale iscrizione nel registro degli indagati degli ultimi gestori dell’impianto rischiano di mettere una pietra tombale su ogni speranza di rinascita dell’azienda, almeno a medio termine.
Arsenico, metalli pesanti, fanghi, plastica
Le verifiche condotte dagli inquirenti a pochi metri di profondità nei terreni dello stabilimento hanno portato alla luce una vera e propria discarica abusiva nascosta. Sotto lo strato superficiale sono stati rilevati arsenico e metalli pesanti, un’area adibita all’accumulo di fanghi derivati dalla produzione e un ingente quantitativo di rifiuti di plastica in parte bruciati. Secondo l’ipotesi accusatoria della Procura di Sassari, per circa un trentennio lo stabilimento avrebbe effettuato scarichi non autorizzati e inquinanti.
Situazione sempre più complicata
La Città Metropolitana di Sassari, che ha ereditato dalla Provincia la proprietà dello stabilimento e di parte dei terreni lì attorno, si trova ora di fronte a un quadro radicalmente mutato e se possibile ancora più complicato. Il sindaco di Sassari e della Città Metropolitana, Giuseppe Mascia, ha espresso oggi profonda preoccupazione, evidenziando come le istituzioni abbiano sempre operato per tutelare il bene rappresentato dall’impianto, dalla produzione e dalle maestranze. Tuttavia, i possibili risvolti penali e l’improrogabile necessità di imponenti bonifiche ambientali rendono oggi il percorso verso il riavvio delle attività produttive quasi una chimera.
Fallimento
L’inchiesta per disastro ambientale spunta come un cespo di ortiche su un terreno economico-societario già compromesso. L’agonia della San Martino Srl, storicamente produttrice di una delle acque minerali effervescenti naturali più note e premiate della Sardegna, amatissima dai consumatori anche fuori regione, si era formalmente conclusa nell’aprile 2025, quando il Tribunale di Sassari aveva respinto la proposta di concordato preventivo dichiarando l’apertura della liquidazione giudiziale.
Un passivo spaventoso
I giudici fallimentari avevano riscontrato profonde lacune nel piano di salvataggio presentato dalla precedente governance, giudicato privo delle necessarie attestazioni tecniche e segnato da gravi incongruenze contabili. A determinare il fallimento della San Martino era stato il voto contrario di creditori strategici, tra cui l’Agenzia delle Entrate, a fronte di un passivo spaventoso superiore ai 19 milioni di euro e un realizzo stimato di soli 4,7 milioni di euro.
I macchinari spediti in Germania
Prima ancora che la Procura mettesse a nudo il disastro ambientale, la struttura aziendale di Codrongianos era stata svuotata della sua componente tecnologica principale. I macchinari erano stati spediti in Germania: nell’autunno 2025, la società Deutsche Leasing, titolare dei contratti di leasing non onorati dalla precedente amministrazione, aveva provveduto allo smontaggio e alla spedizione in terra tedesca delle linee d’imbottigliamento e confezionamento, dal valore stimato di svariati milioni di euro.
Capannoni silenziosi
Come confermato anche dalle testimonianze degli ex dipendenti, il ritiro dei macchinari ha rappresentato una conseguenza inevitabile dei mancati pagamenti aziendali, riducendo lo stabilimento a un guscio vuoto caratterizzato da immobili datati e con la presenza di coperture in eternit. L’impianto, rimasto in attesa del completamento dei passaggi formali tra la Curatela e gli enti locali, è stato presidiato per mesi da un dipendente storico, rimasto “a guardia” dei capannoni svuotati.
Senza lavoro
Sul fronte occupazionale, il crollo della San Martino ha travolto oltre venti famiglie. Per Codrongianos e i comuni limitrofi era stata una brutta botta. A inizio aprile 2025, i lavoratori erano stati improvvisamente sospesi dal lavoro senza retribuzione e senza la possibilità di accedere tempestivamente alla Naspi, in quanto formalmente ancora assunti. Per scongiurare il totale azzeramento del reddito, il 4 agosto 2025 le istituzioni regionali e locali avevano siglato un accordo quadro che garantiva agli ex dipendenti un diritto di precedenza di due anni nelle riassunzioni in caso di futura riassegnazione dello stabilimento tramite bando pubblico.
La proroga in estate
Grazie alle risorse dell’Assessorato regionale del Lavoro era stato attivato un cantiere sperimentale di politiche attive gestito tramite le partecipate Multiss e Aspal con un finanziamento di 480 mila euro. Il progetto, che impiega le maestranze in attività manutentive, di portineria e amministrative, è stato ulteriormente prorogato nel luglio 2026 con un’intesa firmata dall’assessora Desirè Manca, dal sindaco della Città metropolitana Giuseppe Mascia, dal direttore di Aspal Luca Mereu e dai rappresentanti sindacali per evitare l’interruzione delle tutele in attesa della liquidazione.
Scenario fosco
Ora lo scenario diventa più fosco di quanto già non fosse. L’emergere dei presunti reati ambientali e del sotterramento prolungato di sostanze tossiche cancella i presupposti per una rapida ripartenza della produzione. Se finora gli ostacoli principali per l’avvio di un bando pubblico erano legati al reperimento di nuovi macchinari e alle autorizzazioni sanitarie, l’obbligo penale e amministrativo di caratterizzazione e bonifica dei suoli condiziona ora qualunque piano industriale. Nessun investitore giudizioso, tanto meno un ente pubblico, potrebbe mai ipotizzare l’imbottigliamento di un bene alimentare prima che i terreni di Codrongianos siano stati completamente decontaminati da arsenico e metalli pesanti.
E adesso?
Nuvoloni neri, da anni quindi, incombevano sullo stabilimento silenzioso di Codrongianos: da oggi la parabola dell’acqua minerale che fu tra le più celebri dell’isola, apprezzata anche da grandi chef per il sapore così caratteristico, si compie nel modo più oscuro, contaminata chissà se per sempre o meno dai veleni sotterrati nel suo stesso terreno. Ora saranno gli accertamenti della magistratura e i successivi passaggi giudiziari a chiarire la dinamica esatta di quanto avvenuto. Ogni eventuale responsabilità dovrà essere accertata nelle sedi competenti. Resta però, nell’immediato, un interrogativo enorme sul futuro dell’impianto, delle sue aree e dei lavoratori che da oltre un anno attendono di conoscere il destino della San Martino. Per capire se dalle macerie economiche e dai veleni sepolti sotto terra possa ancora nascere una possibilità, bisognerà attendere gli sviluppi dell’indagine e le decisioni che ne seguiranno. I tempi non si preannunciano rapidi. Ma oggi più che mai il rilancio di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi sembra un orizzonte lontano. Lontanissimo.
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