Inchiesta/Prestiti, 6 su 10 hanno rate: anche per curarsi


Nel primo semestre 2026 il 60,7% degli adulti ha almeno un credito rateale attivo. L’Indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi rileva che il 32,3% del campione ha sottoscritto un prestito al consumo nell’ultimo anno e che il 10,8% ha finanziato cure dentarie nell’ultimo quinquennio.

Sei adulti italiani su dieci hanno almeno un contratto di credito rateale in corso. La fotografia più recente arriva dalla Mappa del Credito di Crif, costruita sui dati del sistema di informazioni creditizie Eurisc: nel primo semestre 2026 la quota è salita al 60,7% della popolazione maggiorenne, dal 59,6% di un anno prima. La rata media mensile è di 285 euro e l’esposizione residua pro capite dei titolari di finanziamenti è arrivata a 32.899 euro. Dietro questi numeri ci sono mutui, prestiti personali e finanziamenti finalizzati; soprattutto, ci sono bilanci familiari nei quali una parte del reddito dei mesi futuri è già destinata a spese sostenute oggi.

A questa fotografia se ne è aggiunta il 15 settembre un’altra, più ravvicinata sui comportamenti. L’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo con il Centro Einaudi, rileva che il 32,3% del campione ha sottoscritto almeno un prestito al consumo negli ultimi dodici mesi. Fra chi ha fatto ricorso a questo tipo di credito, il numero medio di nuovi prestiti è 1,9; il 25,8% paga oltre 500 euro al mese e la spesa media per rateazioni diverse dal mutuo è di 269 euro mensili. Il peso medio di queste rate sul reddito netto mensile è indicato al 15,5%.

Le due percentuali non misurano la stessa cosa e non vanno sovrapposte. Crif conta gli adulti con almeno un rapporto di credito rateale attivo, comprendendo anche i mutui. L’indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi misura invece la quota di intervistati che ha sottoscritto almeno un prestito al consumo negli ultimi dodici mesi. Anche il campione richiede una precisazione: il volume della ricerca riferisce di 1.500 interviste, realizzate tra il 25 marzo e il 30 aprile 2026, a persone che prendono le decisioni finanziarie in famiglie clienti di banche o Poste Italiane, più un sovracampionamento di 300 persone tra 18 e 49 anni per il focus sulla tecnologia. Il comunicato di presentazione parla complessivamente di 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente. Quel 32,3%, dunque, descrive un campione bancarizzato e non può essere trasferito automaticamente all’intera popolazione.

La parte più interessante emerge quando si guarda a che cosa serve il denaro preso a prestito. Nell’arco degli ultimi cinque anni il 18,7% degli intervistati dichiara di aver utilizzato un prestito generico, il 14,7% un finanziamento per acquisti rateizzati e il 13,4% per mobili ed elettrodomestici. Le cure dentarie compaiono nel 10,8% dei casi, poco sopra la cessione del quinto, al 10,4%; il 9,9% indica i viaggi e il 9,1% leasing o noleggio dell’auto. Le categorie possono sovrapporsi e il periodo di osservazione è diverso da quello dei prestiti sottoscritti nell’ultimo anno, ma il quadro mostra quanto il credito sia entrato anche nelle spese ordinarie e nei servizi che una famiglia può considerare necessari.

Il dentista è il punto in cui il tema del credito incontra direttamente quello dell’accesso alle cure. Il Country Health Profile 2025: Italy, pubblicato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) con l’Osservatorio europeo sui sistemi sanitari e la Commissione europea, ricorda che la copertura pubblica dell’odontoiatria in Italia è concentrata soprattutto sui minori di 14 anni e su alcune categorie vulnerabili. Nel 2023 i pagamenti sostenuti direttamente dai cittadini hanno rappresentato il 24% della spesa sanitaria complessiva. Nel 2024, tra le persone a rischio di povertà che avevano bisogno di cure dentarie, il 12,5% ha dichiarato di non essere riuscito a ottenerle per costi, distanza o tempi di attesa, contro il 4,6% della popolazione generale che necessitava di quelle cure.

Pagare un trattamento odontoiatrico a rate non significa, da solo, essere in difficoltà economica. Per interventi costosi può essere una scelta di gestione della liquidità, anche per famiglie con redditi adeguati. Ma una spesa sanitaria trasformata in finanziamento continua a pesare per mesi sul bilancio e si somma a mutuo, auto, elettrodomestici, carte rateali o altri prestiti. L’Indagine 2026 aggiunge un dettaglio rilevante: il 66,6% di chi ha sottoscritto un prestito dichiara di conoscerne il tasso di interesse. Circa un terzo, quindi, non sa indicarlo. Il tasso medio ricordato dagli intervistati è del 6,6%, con il 7,2% tra i 18-24enni e il 5,8% tra chi dichiara più di 30.000 euro netti annui.

Quel 6,6% non è confrontabile in modo diretto con il costo medio dei nuovi finanziamenti, perché deriva dalla memoria degli intervistati e può riferirsi a contratti con caratteristiche diverse. I dati della Banca d’Italia mostrano però quanto sia costoso oggi il credito al consumo: a luglio 2026 il Taeg (Tasso annuo effettivo globale), che comprende interessi e altri oneri del finanziamento, sulle nuove erogazioni era al 10,38%, dal 10,33% di giugno. Nello stesso mese i prestiti alle famiglie crescevano del 2,6% rispetto a un anno prima. Per chi valuta una rata, la differenza tra il tasso nominale che resta impresso e il costo complessivo del contratto è tutt’altro che marginale.

Il ricorso al credito continua intanto ad aumentare. Assofin calcola che nei primi sei mesi del 2026 i flussi finanziati di credito al consumo siano cresciuti del 4,9% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il Barometro Crif registra nello stesso semestre un aumento del 5,6% della domanda di prestiti personali e del 13,6% dei prestiti dilazionati. La Banca d’Italia, nella Bank Lending Survey pubblicata a luglio, ha rilevato nel secondo trimestre una domanda di credito destinato al consumo leggermente più alta, sostenuta anche dalla spesa per beni durevoli; le banche, nello stesso periodo, hanno però irrigidito ulteriormente i criteri di concessione per questa categoria di finanziamenti.

Anche il Buy Now Pay Later (Bnpl), cioè “compra ora, paga dopo”, merita una lettura meno semplice di quella suggerita dalla sua rapidità d’uso. L’8 settembre la Banca d’Italia ha pubblicato uno studio basato sull’Indagine sui bilanci delle famiglie del 2022: allora il Bnpl in Italia era ancora meno diffuso che in altre economie avanzate ed era utilizzato soprattutto da persone giovani, finanziariamente solide e più abituate agli strumenti digitali. Il lavoro lo descrive prevalentemente come complemento, e non sostituto, dei prodotti di credito tradizionali, in particolare delle carte revolving. La stessa Banca d’Italia avverte però che dal 2022 questi servizi possono essersi ulteriormente diffusi e aver raggiunto anche fasce più vulnerabili. La crescita del 13,6% dei prestiti dilazionati rilevata da Crif nel primo semestre 2026 indica che il fenomeno ha continuato ad allargarsi.

Sul fronte dei mutui, l’Indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi rileva che il 19% del campione ne ha uno in corso. Il 3,6% ne ha ottenuto uno negli ultimi dodici mesi e soltanto lo 0,2% riferisce un rifiuto. Il dato più sensibile riguarda l’incidenza della rata: il 40,4% dei mutuatari destina al rimborso più del 20% del reddito netto mensile. La quota sale al 44,8% tra i 35-44enni, al 45,5% nel Sud e nelle Isole e al 55,8% tra chi ha la licenza elementare. Il 20% non è una soglia legale oltre la quale un mutuo diventa insostenibile, ma indica quanto spazio rimane nel bilancio quando arrivano una spesa sanitaria, un guasto, un periodo di disoccupazione o un altro imprevisto.

Il peso reale del debito familiare dipende infatti dalla somma degli impegni. Una rata immobiliare può essere sostenibile se considerata da sola e diventare più gravosa quando le si affiancano il prestito personale, il finanziamento dell’auto e due o tre pagamenti dilazionati. La Mappa del Credito di Crif aiuta a misurare la diffusione di questa struttura: nel primo semestre 2026 i prestiti finalizzati rappresentavano il 45,7% dei contratti attivi, i prestiti personali il 30,4% e i mutui il 23,9%. La rata media complessiva era salita a 285 euro, il 2,5% in più rispetto a un anno prima, mentre l’esposizione residua media era aumentata del 4% a 32.899 euro.

La crescita dei finanziamenti non coincide, almeno finora, con un deterioramento generalizzato della capacità di rimborso. L’Osservatorio sul credito al dettaglio di Assofin, Crif e Prometeia indicava a marzo 2026 un tasso di default dell’1,5% per il credito alle famiglie. La Banca d’Italia segnala inoltre criteri di concessione prudenti. Questi dati sono importanti perché distinguono due fenomeni diversi: da una parte l’ampliamento del ricorso alle rate; dall’altra il sovraindebitamento vero e proprio. Il primo è visibile nelle statistiche del 2026. Il secondo, nelle misure aggregate disponibili, non mostra al momento una crescita tale da configurare un’emergenza sistemica.

Neppure i dati sui redditi consentono di ridurre il fenomeno alla formula secondo cui “gli italiani si indebitano perché guadagnano sempre meno”. Nel primo trimestre 2026, secondo l’Istat, il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dell’1,6% rispetto ai tre mesi precedenti, i consumi dell’1,4% e il potere d’acquisto dello 0,8%. La propensione al risparmio è salita all’8%. L’Indagine sul Risparmio rileva a sua volta che il 56% degli intervistati è riuscito ad accantonare denaro e che la quota media risparmiata è pari all’11,9% del reddito disponibile.

Le medie nazionali, però, comprendono situazioni molto diverse. Nel 2024 l’Istat contava oltre 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, pari all’8,4% del totale, e circa 5,7 milioni di persone. Nel 2025 il 22,6% della popolazione risultava a rischio di povertà o esclusione sociale. Un miglioramento medio del reddito può quindi convivere con nuclei che non riescono a costruire riserve sufficienti, con famiglie che preferiscono non azzerare la liquidità per una spesa importante e con persone che hanno bisogno del credito per distribuire nel tempo costi difficili da affrontare in un’unica soluzione.

Le differenze per età aiutano a capire dove le rate si concentrano. Nell’Indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi il 35,6% dei 35-44enni ha sottoscritto almeno un prestito al consumo nell’ultimo anno, contro il 28,4% degli over 65. I 35-44enni hanno in media 2,2 nuovi prestiti e spendono 308 euro al mese in rate extra-mutuo; tra i 45-54enni la media sale a 313 euro. Nella fascia di reddito netto annuo tra 20.000 e 25.000 euro il 39,5% ha sottoscritto almeno un prestito nell’ultimo anno e le rate extra-mutuo assorbono in media il 19,4% del reddito mensile.

Crif, guardando invece all’insieme dei finanziamenti attivi, rileva che più di quattro persone su cinque tra 41 e 50 anni hanno un rapporto di credito in corso. Sono età nelle quali possono sovrapporsi casa, figli, mobilità, arredamento, assistenza ai genitori e salute. Il credito consente di anticipare una spesa e spalmarla nel tempo; allo stesso tempo riduce la quota dello stipendio o della pensione che resterà libera nei mesi successivi. È questo incrocio, più che il singolo prestito, a spiegare perché il numero delle rate sia diventato un indicatore sempre più utile per leggere la condizione economica di una famiglia.

Il passaggio dalle grandi forme di debito alle micro-rate digitali ha inoltre reso meno visibile il momento in cui si assume un nuovo impegno. Un mutuo richiede documentazione, valutazioni e un contratto percepito come centrale nella vita economica di una famiglia. Un acquisto diviso in tre o quattro pagamenti può sembrare quasi un dettaglio della transazione. Le regole europee stanno estendendo le tutele anche a queste formule proprio mentre crescono la loro diffusione e l’attenzione delle autorità al credito responsabile.

I numeri del 2026 descrivono così un Paese nel quale il credito resta, nel complesso, sostenibile ma è molto più presente nella vita quotidiana di quanto suggerisca la sola parola “prestito”. Sei adulti su dieci hanno una rata attiva; quasi un terzo del campione Intesa-Centro Einaudi ha sottoscritto credito al consumo nell’ultimo anno; una parte lo ha utilizzato anche per il dentista. Non è la prova che il reddito non basti a tutti. È la misura di quanto una quota crescente di consumi, acquisti importanti e perfino alcune cure venga pagata con una parte del reddito che deve ancora arrivare.


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

✨ Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.

เติมเกม